VI.
Agnese
(entra dolorosa e rigida. — Non riconosce Ulrico. — Resta interdetta.) Ti credevo solo.
Ulrico
I miei omaggi, Signora!
Agnese
(saluta, incerta, con un cenno del capo.)
Francesco
È Ulrico Nargutta...
Agnese
(con cordialità poco espansiva) Voi, Ulrico?... Perdonatemi di non avervi riconosciuto. Vi vedo dopo un anno d'assenza... E siete cosí trasformato!
Ulrico
Piú che trasformato, Signora! Del Nargutta di una volta non sopravvivono che l'amicizia da cui egli era legato al dottor Francesco Floriani e la devozione da cui era legato alla consorte di lui.
Francesco
(ad Agnese) Che hai da comunicarmi con tanta fretta?
Agnese
(reticente) ... Una mia decisione. Ma...
Francesco
Ulrico è informato di tutto. È naturale che io non abbia voluto celare a un intimo e sperimentato amico di casa ciò che tra breve non sarà un segreto per nessuno. Puoi parlare liberamente.
Agnese
(noncurante e altera: non sdegnosa, non iraconda) Per conto mio, non ho nulla da celare a un amico di casa, e non avrei nulla da celare neanche a una folla di estranei. Sicché, accolgo il tuo invito di parlare liberamente. La decisione che ho presa è di lasciarti oggi stesso.
Francesco
(con esasperata meraviglia) Oggi stesso?!
Agnese
Quando rincaserai, io sarò già via.
Francesco
Ma questa è una fuga! È una fuga, Agnese! Tu fuggi.
Agnese
Sí, fuggo.
Francesco
E quale fatto nuovo o quale allarme t'induce a fuggire cosí?... Ti sono sembrato, a un tratto, un manigoldo? un delinquente? un nemico?
Agnese
Non riempire la tua voce di parole da fanciullo! Io profitto d'un impulso che certo prima di domani sarà svanito.
Ulrico
(borbotta in sordina:) Approvo.
Agnese
(concitata) Fuggo per non aspettare l'ora della resipiscenza, per non aspettare l'ora della mia e della tua viltà; fuggo per schivare, soprattutto, la tregua ingannatrice della notte che alla viltà della transazione ci trascina; fuggo perché, se non fuggissi, se non ti lasciassi oggi fuggendo, non ti lascerei, credo, mai piú, e non avrebbe piú fine il conflitto che miseramente distrugge la nostra esistenza e la nostra dignità! Sii forte, Francesco, come sono io, e non impedirmi di fuggire.
Francesco
(terreo, appena reggendosi in piedi) Non te lo impedisco.
(Un silenzio.)
Ulrico
(senza accorgersene, si è scostato. — Ora, dal fondo, assiste, attentissimo, e, suo malgrado, pietoso, «al taglio netto». Ha davvero l'atteggiamento di chi assista a un'audace operazione cerusica.)
Francesco
E dove andrai?... Dove andrai?... Alla ventura?...
Agnese
Parto per Firenze. E lí abiterò la modesta casetta in campagna che era il mio piccolo patrimonio di orfana.
Francesco
(stentando a esprimersi) Io esigo... che, almeno, tu viva in una certa agiatezza. Permetterai, spero, che io te ne sia garante, che io ne assuma l'impegno.
Agnese
La vita di solitudine a cui mi dispongo rifiuterebbe l'agiatezza che non somigliasse un poco alla povertà. E poi... pensa che sempre caro mi fu destinare i nostri risparmi all'opera umanitaria della tua generosità e del tuo ingegno. Desidero che questo contributo non manchi e non diminuisca. Continuerà ad essere, in parte, l'obolo mio.
Francesco
Sarò scrupoloso interprete del tuo desiderio.
Agnese
Ti ringrazio. E addio! (Con fermezza eroica, gli stende la mano in una profferta di leale commiato.)
Francesco
(con pari fermezza istantanea, gliela stringe nella sua.) Addio, Agnese.
(Tutti e due, solenni, si guardano con gli occhi tristi che si vietano le lagrime.)
(Qualche lagrima, invece, vela gli occhi di Ulrico.)
(Le mani di Agnese e di Francesco si staccano l'una dall'altra, sbianchite, cadenti.)
Agnese
(non sa piú dominarsi, ed esce veloce.)
Francesco
(come colpito da un proiettile al petto, cade a sedere di piombo su una sedia che gli è vicina.)
Ulrico
(non osa accorrere. — Gli si gelano le vene. — Indi, reagendo con una specie di rabbia, emette una voce acre stridula sferzante:) Vieni o non vieni?
Francesco
(si leva súbito, ma senza fiato, senza sguardo.) Vengo.
Sipario.
SECONDO ATTO
Un piccolo salotto — tipicamente equivoco. Un'aria di roba vecchia e raccozzata.
Non grossi mobili. Un leggero tavolinetto tondo, con su una sigariera. Una mensola, con su bottigliette di liquori e bicchierini. Qualche sedia, parecchie poltrone di forme diverse. Molti specchi corrosi, screziati, uno dei quali è piú alto e sorge dall'impiantito. Un gran divano: cioè, uno di quei divani che si chiamano «alla turca»; basso, larghissimo, senza spalliera, senza piedi, carico di cuscini. Un drappeggio di cattivo gusto incornicia lo specchio piú alto e guernisce lo stipite di una porta in fondo, da cui si accede a un corridoio. Predomina il rosso in svariati toni: vivido, smortito, vermiglio, cremisino, paonazzo, quasi arancione, quasi roseo, quasi amaranto. Questa varietà è distribuita sulla tappezzeria della porta e della specchiera, sulla stoffa del divano, su i cuscini, sulle poltrone, sul tappeto frusto e rappezzato che copre in parte il pavimento, su certi sbrendoli attaccati ai muri per addobbo.
Alla parete laterale di sinistra è — in primo piano — una porticina un po' misteriosa di minime dimensioni. Alla parete opposta un'altra porta, di dimensioni normali. In un angolo, il braccio d'un fantoccio di legno raffigurante un moro regge una lampadina elettrica.
Dal soffitto penzola un gruppo di quattro grosse lampadine di vetro turchino.