SCENA UNICA.
ELENA, UGO, IL CAMERIERE, LE PROFESSORESSE.
Elena
(seduta al pianoforte, suona un brano del «Crepuscolo degli Dei.»)
Ugo
(fa capolino dalla prima porta a destra, vede Elena, e si avanza. — Resta lungamente ad ascoltare. Poi, mormora fra sè:) Perbacco! Wagner a memoria! (Ascolta ancora. Riflette.)... Wagnerofila!
Elena
(accorgendosi di non essere sola, si alza subito.)
Ugo
(si dirige verso il pianoforte per incontrarla di fronte.)
Elena
(deviando bruscamente, lo evita. — Siede presso la tavola, sceglie fra i giornali un fascicoletto pieno di piccole caricature, e, con disinvoltura, lo sfoglia.)
Ugo
(la contempla alle spalle. — Si morde il labbro inferiore, e ha un moto di ostinazione intraprendente. — Assume un'aria d'indifferenza, siede anche lui presso la tavola, e cerca tra i giornali. — Con in mano una rivista, ne legge il frontespizio, levando un po' la voce per farsi udire:) «La Rinascenza Latina, rivista di scienze, lettere ed arti». (Riponendola sulla tavola) Non mi riguarda. (Ne piglia un'altra) Vediamo questa. (Ne legge il frontespizio:) «La donna Italiana». «Esce ogni due mesi». (Comentando) Esce molto di rado la donna italiana! (Sottecchi, guarda Elena con la speranza di sorprendere un sorriso o un qualunque segno di approvazione o di protesta alla scipita barzelletta.)
Elena
(ha gli sguardi fissi sul piccolo fascicolo da lei sfogliato.)
Ugo
(lascia cadere sulla tavola quest'altra rivista, e, dopo di aver notato che il fascicolo che ella sfoglia è il «Punch», cerca di nuovo fra i giornali parlando a sè stesso, sempre con lo scopo di costringere lei a udire:) È curioso!... In un hôtel così internazionale, manca il «Punch»! Peccato!... Il «Punch» è il più ameno giornale di caricature ch'io mi conosca! (Poi, mostrando di accorgersi adesso che lo ha lei) Ah no, non manca. Lo ha la signora.
Elena
(getta su i giornali il fascicoletto e si allontana dalla tavola.)
Ugo
... Io avrei potuto bene aspettare.
Elena
(impassibile, non ha per lui neppure un cenno. — Tocca il bottone del campanello elettrico. — Si sdraia in una poltrona.)
Ugo
Tuttavia, profitterò della cortese abnegazione. (Si mette a guardare le caricature del «Punch».)
(Un cameriere tedesco, biondo-rossastro, comparisce dalla seconda porta a destra e si pianta come un soldato.)
Elena
(al cameriere:) Un caffè nero.
Il cameriere
Ja.
Ugo
Un caffè nero anche a me.
Il cameriere
Ja.
Elena
Un caffè nero espresso.
Il cameriere
Ja.
Ugo
Espresso anche a me.
Il cameriere
Ja. (Via.)
Elena
(impulsivamente, ha lanciato a Ugo uno sguardo severo.)
Ugo
(ha sorpreso lo sguardo, e coglie questa occasione per rivolgerle la parola.) Non c'è da aversela a male, signora. Dopo colazione io soglio regalarmi un caffè nero, come fa quasi tutta l'umanità. E, siccome ella ha avuta la buona idea di ordinarlo espresso, io, che mi son ricordato d'aver preso stamane, in questo medesimo hôtel, un caffè non espresso che era un veleno, ho adottata la sua buona idea immediatamente. È molto semplice.
Elena
(fingendo di non badargli, si alza, e giunge, lenta, al tavolino su cui è il mazzo di carte francesi. Lo prende, mescola le carte. Siede. Comincia a fare un solitario: il «solitario di Napoleone».)
Ugo
Nondimeno, le chiedo scusa se mi sono permesso di non volermi avvelenare una seconda volta.
Il cameriere
(ritorna, portando due servizi di caffè. Ne posa uno sul tavolino dinanzi a Elena, l'altro sulla tavola dinanzi a Ugo. Indi, fa per andare.)
Elena
(chiamando:) Cameriere!
Il cameriere
(si ferma, si volta.) Bitte?
Elena
(versando il caffè) Dite al Direttore che voglio mutare di camera. Al primo piano si sta malissimo. È pieno di gente importuna e indiscreta.
Il cameriere
(serio e corretto, col suo duro accento di tedesco e con la sua personale lingua italiana) C'è soltanto unico signore qui presente.
Ugo
Grazie mille per la delucidazione!
Il cameriere
(che non ha capito) Bitte?... Prego ripetere a me ancora il comandamento.
Ugo
Ma che «comandamento»? Vi ho ringraziato. C'era proprio bisogno d'indicare quale fosse la gente importuna e indiscreta?
Il cameriere
Ah, ja. Non era bisogno perchè Signora già sapeva. (La sua r rumoreggia, il suo b diventa p, il suo g diventa c, il suo v diventa quasi f.)
Ugo
Bravo! Di bene in meglio!
Elena
(spazientita — al cameriere:) Dunque, avete inteso? Mi farete dare una camera al secondo piano.
Il cameriere
Il secondo tutto preso da una società professoresse americane, i quali sono arrivati pochi momenti avanti a questo giusto momento.
Ugo
(con viva compiacenza) Professoresse americane? Graziosissime! Professoresse di che?
Il cameriere
(si avvia in gran fretta verso la porta.)
Elena
(irritandosi) Ma dove andate?!
Il cameriere
(si ferma, si volta.) Signore vuole precisi informazioni sopra graziosissime professoresse: io vado a domandare preciso.
Ugo
Ve ne dispenso, ve ne dispenso. State attento, invece, ai... comandamenti della signora.
Il cameriere
Ja.
Elena
Se al secondo piano non ci sono più camere, me ne farete dare una al terzo. Oppure al quarto. Oppure al quinto. Oppure in soffitta. Mi sono spiegata?
Il cameriere
Ja. (Non si muove.)
(Un silenzio.)
Elena
(vedendolo lì impalato) Ora, potete andare.
Il cameriere
Iaaa! (Esce.)
Elena
(continua a fare il suo solitario, e, di tanto in tanto, sorseggia il caffè.)
Ugo
(ha terminato di bere, e accende una sigaretta. Poi, togliendosela di bocca) La disturbo con la mia sigaretta?
Elena
(finge di non udire.)
Ugo
No? Grazie! (Rimette la sigaretta in bocca e, fumando, si alza. Gira per la stanza e parla con sè stesso mostrando d'inebriarsi.) Professoresse americane! Oh,... me le figuro queste gaiette professoresse in vacanza! Una frotta di vezzose gazzelle dalla piccola testa eretta, dal piedino irrequieto, dalle caviglie sottili e con negli occhi tutta la schiettezza di una femminilità impavida (sottolineando) che sfida gli uomini piuttosto che sfuggirli o guardarli in cagnesco! (Mutando e fermandosi avanti a Elena) Disturbo con la mia voce?
Elena
(china esageratamente il capo, con l'intenzione di sembrare attentissima al suo solitario.)
Ugo
No? Grazie! (Breve pausa.) (Poi, gironzolando di nuovo per la stanza) D'altronde, è così. Non so pensare senza parlare. Ho l'istinto del monologo. Come la signora, evidentemente, ha quello del solitario. Due istinti che si somigliano, del resto. Io, talvolta, per frenare il monologo che scappa fuori, canticchio, zufolo,... suono il pianoforte. Ma, pensare in silenzio?... Impossibile! (A Elena:) Mi trova bizzarro? Mi trova buffo?
Elena
(Nessun segno di risposta!)
Ugo
No? Grazie! (Gironzola ancora, come assorto, canticchiando appena col fiato la «Canzone del Premio» dei «Maestri Cantori». Poi, s'interrompe, vigilando i moti di lei:) «Das Preislied»!... La «Canzone del Premio»!... Per me, la gemma più pura... (sogguarda Elena)... del «Sigfrido»!
Elena
(correggendolo sùbito in un impulso quasi incosciente) Dei «Maestri Cantori»!
Ugo
(con prontezza, dissimulando che è felice di potere finalmente appiccar discorso) Scusi tanto, signora! La «Canzone del Premio» è nel «Sigfrido».
Elena
(alza le spalle in atto di noncuranza, riunisce le carte, le rimescola e comincia un altro solitario.)
Ugo
No, sa! Io non mi sbaglio. E stupisco che si sbagli lei, che conosce Wagner a memoria. Io non sono che un musicista da strapazzo; ma questo è un caso speciale perchè si tratta di note associate ai ricordi più graditi del mio soggiorno in America. E appunto per ciò mi tornavano dianzi all'orecchio. L'annunzio delle vispe professoresse mi ha fatto ripensare all'immancabile successo di quelle note. Se in una qualunque sala, in un qualunque hall di trattenimento, io toccavo la tastiera di un pianoforte accennando con dolcezza italiana qualche battuta della «Canzone del Premio», mi vedevo a poco a poco circondato di americanine, le quali restavano ad ascoltarmi estasiate, immobili, quasi fossero sospese (imitandone l'atteggiamento) in un fluido magnetico. La consueta vivezza scintillante dei loro audaci corpicini, in quella eccezionale immobilità estatica, diventava come un fulgore fisso di luce elettrica intensificata nelle retine delle lampade Wallfram. Parevano tanti campioni d'un incantevole tipo di donna costruito nel laboratorio di Edison. Una delizia! Una meraviglia!
Elena
(questa volta non ha saputo fingere di non udire. A un certo punto, ha interrotto il solitario e si è messa ad ascoltare, battendo una carta sul margine del tavolino.)
Ugo
È persuasa, ora, che non posso sbagliarmi?
Elena
(con un sorriso sdegnosetto e canzonatorio — disordinando le carte come per rinunziare al solitario) Ma lasci andare!
Ugo
Vuole onorarmi d'una scommessa?
Elena
(alzandosi severa) Non faccio scommesse con persone che non mi siano state presentate. (Passa dal tavolino allo scrittoio, e, in piedi, cava dalla cartella dei foglietti.)
Ugo
Dio buono!... Non capisco da chi dovrei farmi presentare!
Elena
Da qualcuno che la conosca bene.
Ugo
L'unico qualcuno che mi conosca bene sono io stesso. E se ella non può transigere sul convenzionalismo della presentazione, la servo immantinente.
Elena
(ascoltandolo e guardandolo, resta in piedi, con le mani indietro, appoggiate allo scrittoio.)
Ugo
(va fino in fondo senza interrompersi) Ho il piacere di presentarle in me... il signor Ugo Ginetti, napoletano di nascita e cosmopolita di elezione, uomo degnissimo di stima, con spiccate attitudini di avventuriero e analoga elasticità di temperamento. Lei dice che la qualifica di avventuriero fa a calci con la stimabilità? S'inganna, perchè io non ho parlato che di attitudini. Si possono avere le attitudini del ladro senza essere un ladro. E, anzi, fra tante persone che non rubano, le sole che abbiano incontestabilmente diritto all'ammirazione ed alla stima sono quelle che, volendo, saprebbero rubare. Capirà che tutte quelle altre, che non saprebbero rubare, non hanno nessun merito a non essere dei ladri. Io sono estremamente stimabile perchè, sfornito, ab origine, di mezzi finanziari, ed esposto a tutte le tentazioni del globe-trotter, non ho profittato con larghezza delle mie attitudini di avventuriero. Le ho soltanto utilizzate nei confini dell'onestà. Avrei saputo fare, al tavolo di gioco, dei... giochi di prestigio; avrei saputo divertire un miliardario per scroccargli i quattrini e la moglie; avrei saputo documentare un falso titolo di marchese per sposarmi... i titoli di rendita di una qualche stanca sfruttatrice di vapori transoceanici o di una qualche stagionata ereditiera di miniere carbonifere, e, invece, mi son limitato a imbrogliare il mondo facendo in Egitto il professore di letteratura italiana senza aver mai letto un verso di Dante, in Grecia il maestro di scherma senza aver mai conosciuta da vicino una sciabola, a New-York e a Filadelfia il pianista... suonando a orecchio. Ho imbrogliato il mondo, non lo nego, ma l'ho imbrogliato così onestamente e ne ho tratto così poco vantaggio che sono stato assalito spesso dal sospetto che l'imbroglione fosse il mondo e l'imbrogliato io. Tanto imbrogliato, che sarei ancora un avventuriero al verde se un mio parente superstite non avesse avuto il delicato pensiero di morire dopo di essere stato fedele a due grandi virtù: a quella dell'avarizia e a quella dell'infecondità. Ciò detto, o signora, io ho motivo di credere che ella possa ritenere come perfettamente compiuta la formalità della presentazione.
Elena
Mi ha favorito addirittura la sua biografia!
Ugo
Una presentazione abbondante, ecco. Non ho voluto lesinare.
Elena
E si è data tutta questa pena... per fare una scommessa con me?!
Ugo
Si fa una scommessa per guadagnar qualche cosa.
Elena
Ma è una scommessa inverosimile, una scommessa già perduta!
Ugo
Da quell'onestissimo avventuriero che mi pregio di essere, l'avverto che l'imbroglio c'è.
Elena
Lei può imbrogliare fin che vuole: con l'imbroglio non le riescirà certo di fabbricare un Wagner per suo uso e consumo. (Ridendo un po' e burlandosi di lui) Via!... «I Maestri Cantori» senza la «Canzone del Premio»....
Ugo
(interrompendo) È come dire un corpo senz'anima o... un pasticcio di pernici senza pernici.
Elena
Assolutamente!
Ugo
Ma io non ho mai pensata una simile sciocchezza!
Elena
(con un salto di stupore) E la scommessa?!
Ugo
Un piccolo espediente, signora! Il culto wagneriano che ella professa me lo ha felicemente ispirato soccorrendo l'ansia che avevo di vincere quel suo mutismo ostile. Ora, il mio monologo e il suo solitario si sono mutati in dialogo; io parlo con lei, lei parla con me: ciò che avevo stabilito di guadagnare, l'ho guadagnato. Come vede, l'imbroglio c'era.
Elena
(allontanandosi un po' dallo scrittoio per allontanarsi da lui) Molto furbo!
Ugo
Sì, non c'è male: abbastanza.
Elena
E, con tutta la sua furbizia, non ha avuto il dubbio che della scommessa mi sia servita io per appurare finalmente chi fosse lei?
Ugo
... Confesso che a questo non avevo pensato. (Poi, con sarcasmo vendicativo) D'altronde, io non potevo sperare che in lei destasse tanta curiosità la mia povera persona. Ne sono orgoglioso!
Elena
(in uno stato di irrequietezza graziosa, va un po' di qua, un po' di là, gingillandosi con un qualche oggetto preso a caso.) Non incomodi il suo orgoglio, sa. Non c'è di che. La mia curiosità? Sfido, io! Da che sono in viaggio, dovunque io vada, mi trovo sempre lei davanti!
Ugo
(codiandola) Dica piuttosto che mi trova sempre alle sue spalle. (Difatti, in questo punto, si trova precisamente alle spalle di Elena, che guarda una carta di musica sul pianoforte.) Io non faccio che seguirla.
Elena
(con simulata ingenuità) Davvero? Credevo che si trattasse di coincidenze casuali.
Ugo
Mi affaticai tanto per partire da Napoli col medesimo treno con cui partì lei!
Elena
(continuando a simulare) Si vanta di uno zelo del quale non la credo capace. Alla stazione di Napoli, lei non c'era.
Ugo
Io le dico che c'ero.
Elena
Lei non c'era.
Ugo
Ci ero! Ci ero! Le assicuro che ci ero!
Elena
Ma no.
Ugo
Cerchi di ricordare. Badi che avevo la barba.
Elena
Una barba finta?!
Ugo
Una barba vera. Una barba mia.
Elena
E che ne ha fatto?
Ugo
La lasciai a Roma.
Elena
Al bagagliaio?
Ugo
Mentre ella era al restaurant, andai a farmela radere.
Elena
Perchè?
Ugo
Credetti utile sembrare un po' meno brutto e un po' più giovane.
Elena
A chi?
Ugo
Non certo al capotreno. A lei, s'intende.
Elena
Sicchè, con quel suo inseguimento senza barba, si riprometteva di conquistarmi?
Ugo
(atteggiandosi a modesto) Io non aspiravo che a farle tollerare la mia presenza, di cui mi proponevo di offrirle la costante assiduità. La disturbo con la mia presenza?
Elena
Ogni tanto lei mi domanda se mi disturba. È lo stesso che domandare come va l'appetito a un poveretto che stia soffrendo il mal di mare.
Ugo
Io sarei il mal di mare?!
Elena
Un ostinato corteggiatore è anche peggio per una signora che viaggia sola.
Ugo
Non tutte le signore che viaggiano sole sono afflitte da una simile idiosincrasia.
Elena
Tutte le signore rispettabili come me! Ma lei non lo sa nemmeno che io sono una signora rispettabile!
Ugo
Se non lo sapessi, le avrei già mancato di rispetto. In fondo, perchè sono così noioso, io? Perchè so che lei è rispettabile. Vuol vedere che lo so? Le mostrerò gli appunti da me raccolti sul conto suo quando a Napoli cominciai ad occuparmi di lei. Monologavo... nel mio taccuino. (Lo cava di tasca.)
Elena
Il pigliare degli appunti sul conto d'una signora fa parte delle attitudini di avventuriero?
Ugo
Naturalmente. Legga queste paginette. (Le porge il taccuino, aperto.)
Elena
(sedendo sul bracciuolo d'una poltrona, prende il taccuino e guarda.) Ha una bruttissima calligrafia!
Ugo
(sedendole accanto, sopra una sedia.) Sì, la calligrafia non è bella....
Elena
Ma come si fa a leggere?!
Ugo
Non leggo io stesso perchè ella potrebbe credermi intento a mutare il testo. Si regoli: ho un g che sembra una f, un b che sembra una h, un p che sembra un y, e faccio allo stesso modo la n, la r, le s, la z, il v e il c.
Elena
Ma è un rompicapo!
Ugo
Tutto sta a farci l'occhio.
Elena
Mi ci proverò. (Cerca di decifrare:) Qua su, si capisce: è il mio nome: «Elena Lamberti Ardori». Poi?... (Continua a decifrare:) «Vedova... che ha avuto un...» (A Ugo:) Un che?
Ugo
«Un marito».
Elena
Ci sono delle vedove che non lo hanno avuto?
Ugo
Sicuro! E non le nego che io, sulle prime, sospettai che lei appunto non lo avesse avuto.
Elena
(offesa) Mi meraviglio!
Ugo
Ma visto che fu un sospetto passeggero....
Elena
Andiamo avanti. (Fissa un punto della paginetta) Che dice qui?... «Il quale marito....»
Ugo
(spiegando) Il quale marito di questa vedova....
Elena
(decifrando:) «il quale marito non è morto».... Eh?!
Ugo
Lei ha troncata la frase. Riunisca le parole in un sol fiato: «Il quale marito non è morto di morte naturale».
Elena
Questo è vero. (Con un sospiro) Mah!... (Poi, leggendo in un tono di tristezza:) «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di manicomio». (A Ugo:) Di manicomio?!
Ugo
«Di matrimonio». Io ricordo di avere scritto: «matrimonio».
Elena
(legge con la medesima intonazione malinconica ed enfatica:) «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di matrimonio perchè era... un areostatico».
Ugo
Ma che areostatico! «Un nevrastenico».
Elena
No: questo è inesatto.
Ugo
Effettivamente, doveva essere non un nevrastenico, ma addirittura un pazzo se preferì un colpo di rivoltella a una moglie come lei.
Elena
Per sua norma, mio marito fu il più saggio degli uomini!
Ugo
Mi affretto a crederlo, perchè riconosco una incontestabile competenza nella donna che lo ha amato e che certamente lo ama tuttora.
Elena
Anche questo è fantastico. Come fa a sapere che lo amo tuttora?
Ugo
Ne dubiterei soltanto se egli fosse vivo.
Elena
(con severità) Lei si permette delle insinuazioni!
Ugo
Ma no.... Non si adombri. Legga ciò che segue. Nel mio taccuino è consacrata la sua fedeltà coniugale. Sarà soddisfatta di me.
Elena
Vediamo. (Legge con facilità:) «Per quanto riguarda la causa del suicidio, risulta nettamente esclusa l'ipotesi che egli abbia avuto dei dispiaceri da sua moglie....»
Ugo
Ecco: ora ci ha fatto l'occhio.
Elena
(continuando:) «La quale....»
Ugo
(spiegando) La quale moglie del marito suicida....
Elena
(legge velocemente:) «... avendo dato prova di serietà e di rettitudine fin da quando, adolescente, rimase orfana e sola, era andata a nozze con la reputazione di possedere tutte le qualità per renderlo felice».
Ugo
Ha capito?
Elena
Sì, questo è carino. La ringrazio. (Voltando la paginetta) E che altro c'è?
Ugo
Più nulla. Punto e basta. (Fa per riprendere il taccuino.)
(Si levano tutti e due con molto brio.)
Elena
(guardando la paginetta seguente) No, no!... Qui ce n'è dell'altro! C'è un numero.
Ugo
Non guardi, non guardi. Un numero scritto a casaccio.
Elena
È l'età che mi ha attribuita: venticinque anni. (Rendendogli il taccuino) Rinnovo i ringraziamenti. È stato generoso.
Ugo
Glieli ho forse aumentati?
Elena
È stato generoso, perchè me ne ha tolti.
Ugo
Quanti ne ha, in sostanza?
Elena
Io crederei di averne ventotto.
Ugo
Il che significa che ne ha trenta.
Elena
Ah, no. Adesso esagera!
Ugo
Me ne duole per lei se non li ha.
Elena
Perchè?
Ugo
Perchè una vedova che non ha ancora trent'anni è una vedova immatura. Troppo giovane. Non può avere l'esperienza necessaria per apprezzare abbastanza lo stato vedovile!
Elena
È una bella seccatura, sa, lo stato vedovile!
Ugo
È lo stato ideale. Suol dirsi che la carriera della donna è il matrimonio. Lo ammetto. Ma il matrimonio è poi anche il suo domicilio coatto. Ebbene, la vedova è una donna che ha compiuta la sua carriera e che dal domicilio coatto se l'è svignata. Conti giusti con la società e indipendenza definitiva. Io mi riferisco, s'intende, ai costumi dei nostri paesi. Altrove, è diverso. Altrove, la donna non ha nessuna ragione di aspettare la morte dell'uomo. Essa, per avere la sua indipendenza, fa una cosa un po' più allegra: non se lo piglia per marito.
Elena
Lei sta per regalarmi una seconda apologia delle americanine. È un vero tic il suo!
Ugo
Cioè... cioè... cioè.... Non vorrei essere frainteso. Io adoro la fanciulla americana per tutti i vantaggi che la sua indipendenza offre a noialtri uomini; ma sono troppo buongustaio per non preferire alla fanciulla americana la vedovella italiana. Perchè, veda, la vedovella italiana, per noi, è come la fanciulla americana... con quel tanto di più che nella fanciulla americana dev'essere... quel tanto di meno.
Elena
(con disgusto) «Quel tanto di meno, quel tanto di più»... Lei ostenta un materialismo stucchevole!
Ugo
Non so quello che intenda per materialismo; ma, senza dubbio, io non vivo nelle nuvole. Mi ci troverei a disagio.
Elena
Io, invece, ci vivo e mi ci trovo divinamente!
Ugo
Ciò mi dispiace non poco, perchè non avrò modo di pervenire fino a lei.
Elena
In areoplano.
Ugo
Batterei il récord del capitombolo. Non mi conviene.
Elena
Allora, si rassegnerà a guardarmi col canocchiale.
Ugo
Il canocchiale è come la speranza: ci mostra vicine le cose che sono lontane. Sicchè, guarderò e spererò.
Elena
Che cosa?!
Ugo
Non so.... Che lei, un giorno o l'altro, caschi....
Elena
(tagliandogli la frase, con vivo risentimento) Signore!
Ugo
... dalle nuvole.
Elena
Non le hanno detto qual è la mia divisa?
Ugo
No, non me l'hanno detto. Nei miei appunti, difatti, non c'è.
Elena
Glielo dico io. (Con un accento lirico:) «Verso la via più alta».
Ugo
Perdinci! Sarà la Via Lattea. È sconfortante!
Elena
Tutto sommato, il meglio che lei possa fare è di tornarsene in America. E, anzi, profitti dell'occasione. Ha qui, a portata di mano, le professoresse dalla testolina eretta, dai piedini irrequieti e dalle caviglie sottili. Cerchi di accaparrarsele. Sarà mezza strada fatta per quando le ritroverà laggiù, sospese (accennando l'atteggiamento descritto e imitato da lui)... nel fluido magnetico. Vada, vada. Non perda più tempo con me, e non costringa me a perderne. Per lei, ho ritardato a scrivere una lettera d'affari.... Non credo che un'americanina avrebbe fatto altrettanto.... (Con gravità) Addio, signore! (Sedendo presso lo scrittoio, — tra sè:) Te lo do io il capitombolo! (Piglia una penna e comincia a scrivere.)
Ugo
(alle spalle di lei, indugiando e cercando di vedere ciò che ella scrive) «Addio»?!... Addio, no!... Intende proprio... di congedarmi?
Elena
(gettando via, con un po' di nervosismo, la penna che incespicava) Evidentemente!
Ugo
(cava in fretta dalla tasca una penna stilografica e glie la offre.) Vuole provare questa? È una fountain-pen che non teme confronti. Anch'essa americana.
Elena
(pigliando invece una seconda penna sullo scrittoio) Addio addio addio addio!
Ugo
Ma io mi tratterrò a Perugia parecchi altri giorni. (Con una falsa animazione di entusiasmo) Desidero di godermi i tesori d'arte sparsi in queste privilegiate contrade dell'«Umbria verde». Capirà: le tavole del Perugino, la scuola del Pinturicchio, le famose tre chiese di Assisi mi attirano irresistibilmente!
Elena
Faccia pure il suo comodo.
Ugo
E lei?
Elena
Farò il mio! Assisi, il Perugino, il Pinturicchio attirano irresistibilmente anche me.
Ugo
Sicchè, dicevo bene. Non è il caso di congedarmi. Al contrario! Visto che le stesse cose ci attirano, potremmo, un po' a piedi, un po' in carrozza, un po'... in automobile,... sì... potremmo unirci, almeno,... in questo godimento estetico. Tanto, lei ha compreso chi sono io, io ho compreso chi è lei, tutti e due abbiamo compreso che siamo due giocatori di eguale forza. Io non ho troppo da guadagnare con lei, lei non ha troppo da perdere con me.
Elena
(interrompe, pazientemente, di scrivere e gli parla in un tono di cortesia melliflua:) Senta.
Ugo
Dica.
Elena
Lei si dà dell'avventuriero, ma, in fondo in fondo, è una brava persona.
Ugo
Una persona eccellente: questo è fuor di dubbio.
Elena
E io voglio dimostrarle tutta la mia considerazione.
Ugo
Ora, la sua bontà mi confonde.
Elena
Le insegnerò il mezzo più sicuro col quale può risparmiarsi una disillusione l'uomo che abbia voluto conoscere una vedovella italiana sperando... in quel «tanto di più» che non sempre le vedovelle italiane sono disposte a concedere.
Ugo
(pieno di fiducia, suggendo a una a una le parole di Elena) Io le sarò grato per tutta la vita!
Elena
(con dolcezza) Il mezzo più sicuro è... di far finta d'averla conosciuta solamente in sogno.
Ugo
(raccapezzandosi a un tratto e ingoiando l'amaro) Il che, tradotto in volgare, significa: caro signore, non mi venga più fra i piedi.
Elena
(con zelo amicale) Nel suo interesse.
Ugo
Oh!... Sta benissimo! Sta benissimo! Mi atterrò al suo insegnamento con la maggiore scrupolosità.
Elena
(cesellando gentilmente la frase) Basterebbe che si astenesse dal rivolgermi la parola.
Ugo
Stia tranquilla. (Baldanzoso e disdegnoso) A cominciare da questo momento, non le farò addirittura udire la mia voce.
Elena
Visto il bisogno che lei ha di monologare, questo mi sembra un po' difficile.
Ugo
(con forza) Io glielo giuro!
Elena
Se me lo giura, è tutt'altro. Prendo atto, e ci conto.
Ugo
È detto.
Elena
(si rimette a scrivere.)
(Un silenzio.)
Ugo
(si accorge della penna che ha tenuta finora diritta fra il pollice e l'indice della destra, e gliela porge di nuovo.) Questa penna non la vuo...? (S'interrompe, portando immediatamente la mano sulla bocca) Uhm! (Ficca in tasca la penna e resta con la mano sulla bocca. Indi, sempre in questo atteggiamento, passeggia su e giù.)
Elena
(si dà l'aria d'essere intenta a scrivere.)
Ugo
(di balzo, prende una risoluzione energica. Siede dall'altro lato dello scrittoio, dirimpetto a Elena. Tira fuori la fountain-pen e scrive anche lui.)
(Di tanto in tanto, tutti e due, riflettendo, levano gli occhi. I loro sguardi s'incontrano sopra il rialzo della scrivania. E tutti e due, d'urgenza, ostentatamente, riabbassano gli occhi, chinando la testa sin quasi a toccare col naso la carta.)
Ugo
(terminata una breve lettera, la chiude in busta, vi appone l'indirizzo e tocca il bottone del campanello che è sullo scrittoio.)
(Entra il Cameriere.)
Ugo
(dignitosamente, fieramente, consegna la lettera al cameriere e con l'indice teso gli mostra l'indirizzo scritto sulla busta.)
Il cameriere
(dopo aver guardato l'indirizzo) Ja! (Serio, rigido, meccanico, toglie di su la tavola un vassoio, vi mette la lettera, e si avvicina a Elena.) Questa lettera, per Signora.
Elena
(con comica sorpresa) Per me?! (Piglia la lettera e l'apre.)
Il cameriere
(esce difilato.)
Ugo
(appartandosi con sussiego, aspetta la impressione di Elena.)
Elena
(decifrando a stento) Dio, che calligrafia! (Poi, quando ha letto tutta la lettera, con una certa stizza si alza.) Lei ha deciso di partire oggi per Napoli?
Ugo
(fa un gesto ampio per esprimere la fatale necessità della sua decisione.)
Elena
Repentinamente?
Ugo
(replica il medesimo gesto.)
Elena
Per causa mia?
Ugo
(replica il medesimo gesto.)
Elena
E non desidera di godersi i tesori d'arte dell'«Umbria verde»?
Ugo
(replica il medesimo gesto.)
Elena
Ma, insomma, parli! Mi sembra un pupo con la macchinetta. Non è così che si risponde a una signora!
Ugo
(ritappandosi la bocca con la mano) Avevo giurato di non farle più udire la mia voce.
Elena
Che c'entra?! Adesso deve parlare.
Ugo
Devo parlare quando non ho più nulla da dire?
Elena
Deve spiegarmi più logicamente che non sia spiegato in questa lettera matta perchè rinunzia al suo programma.
Ugo
Ma lo ha creduto sul serio, lei, che io tenga ai tesori artistici dell'«Umbria verde»?
Elena
L'ho creduto sul serio.
Ugo
(solenne) Ho l'onore di parteciparle che ha preso lucciole per lanterne! Si metta bene in mente, signora, che le tre chiese di Assisi non mi fanno nè caldo nè freddo; si metta bene in mente che le tavole del Perugino non mi sono passate mai neanche per l'anticamera del cervello; e si ricordi, poi, soprattutto, che io, del Pinturicchio, me ne infischio!...
Elena
Oh, allora, è giusto che se ne vada. Buon viaggio!
Ugo
Buona permanenza!
(Un silenzio.)
Elena
(torna allo scrittoio, e, sedendo, mormora tra sè:) Non se ne va.
Ugo
(guardandola di sottecchi, mormora tra sè:) Non vuole che me ne vada. (Poi, cerca sulla tavola un orario delle ferrovie. — Lo trova e lo sfoglia borbottando:) Pe... Pe... Pe... Pe... Pe... Perugia.... (Trattiene una pagina) Ecco qua: partenza da Perugia, direttissimo, sedici e cinquantacinque. (Dà un'occhiata al suo orologio) Dunque... fra due ore! (Lascia l'orario sulla tavola, accende una sigaretta, e ronza intorno a Elena, mugolando in sordina la «Canzone del Premio». Come guidato dal suo mugolìo, siede al pianoforte, mette la sigaretta sulla padellina del candeliere, e comincia a suonare la «Canzone del Premio», carezzandone le note con eccessiva sdolcinatezza.)
Elena
(lo sogguarda furbescamente e decide di lasciarlo solo. — Senza neanche terminare la lettera, si piglia il foglietto scritto, si alza e, alle spalle di lui, con la manina fa un segno come per dirgli: «Ora ti servo io!» — Indi, camminando sulla punta dei piedi, sempre sogguardandolo con un arguto compiacimento negli occhi, sempre inavvertita, si avvia verso la prima porta a destra. Sulla soglia, dà in una risata frenandone lo scroscio — ed esce.)
Ugo
(continua a ricamare la dolce melodia, dimenando i fianchi, estasiandosi, come rapito da quelle note.)
(Entrano, attratte dalla musica, incuriosite, non viste da Ugo, parecchie PROFESSORESSE americane alleggerendo il passo o tenendo sollevato il tallone, per non farsi sentire. — Ne vengono dapprima alcune dalla serra, lunghe, magre, disseccate. Poi — dalla seconda porta a destra — ne spuntano due, rotonde, a braccetto: la più piccola con la testa mollemente poggiata sull'omero dell'altra. Son tutte mature o vecchie e, per giunta, brutte e ridicole con la loro andatura giovanile, con i loro cappelletti da viaggio, con le loro gonne brevi e coi loro arcuati stivalini, muniti di alti tacchetti. Ognuna, oltre la caratteristica delle dimensioni, ha qualche connotato specialissimo: la bocca stragrande o tanto di bazza o il naso come una prua o la vita a livello dei gomiti. Qualcuna porta gli occhiali. Qualcuna ha in mano un Baedeker. Qualcuna, appesa alla tracolla, una macchinetta Kodak. E più ridicole diventano restando immobili, come magnetizzate, in atteggiamenti di soave commozione. L'ultima comparisce dalla prima porta a destra. È una professoressa bassina e sgobbata, — la più grottesca di tutte — e ha in capo, con incosciente audacia, un berretto maschile. Costei ugualmente si ferma ed ascolta, estasiandosi. A un tratto, getta un profondo sospiro.)
Ugo
(con languida galanteria) Grazie di questo sospiro! (E sùbito, cessando di suonare, languidamente si volta. Ma, alla vista delle professoresse, scatta in piedi con un gesto di orrore ed esce di corsa.)
Le professoresse
(offese — insieme:) Ooooh!...
(Sipario.)
ATTO SECONDO.
Una camera di un alberguccio piuttosto rustico. In un angolo, c'è un letto per una sola persona. Verso destra, sul davanti, di sghembo, una toeletta con su una tovaglia bianca. Qua e là, i pochi altri mobili necessari, tra cui una poltrona e due o tre seggiole. — Una porta nel mezzo della parete, in fondo. Una finestra nella parete di sinistra. — Un'altra porta nella parete opposta. — Nel centro del soffitto, è sospesa una lampadina elettrica.
È notte. La camera è buia e deserta.