SCENA SECONDA.
Corrado
(dal parco. — Ha, sul volto, impresse, una profonda tetraggine e una profonda stanchezza. Nel vedere Enrico, si anima alquanto) Meno male che ti trovo subito!
Enrico
(perde la sua risolutezza, non si muove più, ammutolisce.)
Corrado
(gettando il cappello sul tavolino) Donna Clotilde ha avuto la bontà dì darmi convegno laggiù per non obbligarmi ad affrontare questa canicola, e io, invece, ho voluto affrontarla per venire a salutare... vossignoria. Ho pensato che saresti capacissimo di lasciarmi andar via senza stringermi la mano. Da qualche tempo non sei molto gentile con questo povero vecchio amico che, quando eri piccino, chiamavi zio Corrado. E mi avrebbe seccato non poco di non scambiare con te, neppure oggi, una parola affettuosa.
Enrico
(ha la fronte bassa e torva, gli sguardi a terra.)
Corrado
(ne nota il contegno, ma non vi attribuisce una speciale importanza, e continua cordialmente:) Cosa vuoi! Il tempo è tutt'altro che galantuomo, e, fra le tante bricconerie che commette, c'è anche quella di regalarci un po' di sentimentalismo, che non è nient'affatto comodo. (Pausa. Il contegno persistente d'Enrico comincia a sorprenderlo.) Ma vedo che non sarà facile strapparti di bocca una parola affettuosa.... Si direbbe, anzi, che la mia affettuosità sia per te un tormento. (Lo guarda.) Ti rodi! Ti comprimi!... Si può sapere, almeno, quel che ti frulla pel capo?
Enrico
(penosamente) Signor Corrado, io... desideravo appunto di dirvi qualche cosa! Se non foste venuto voi qui, vi avrei cercato io!
Corrado
Tanto meglio! E spero che mi darai agio di farti smettere quella brutta cèra ostile.
Enrico
(sordamente) Non credo.
Corrado
Non credi?!
Enrico
Forse, la mia audacia vi sembrerà ridicola. Lo so: a un ragazzaccio, che, per giunta, tutti ritengono più ragazzo di quel che è, non è permesso di agire seriamente, non è permesso di levare la voce contro le persone adulte... che si conducono male e che fanno del male.
Corrado
(aggrotta le sopracciglia, lo fissa con intensa curiosità) Ma di che si tratta?!
Enrico
(seguendo il corso delle sue idee e, man mano, riscaldandosi) Chiunque al mio posto si regolerebbe come a me pare necessario dì regolarmi! Non è colpa mia se in questo momento non ho l'autorità che mi occorrerebbe. E non sarà colpa mia se, quando vi avrò detto ciò che debbo dirvi, voi mi riderete sul viso.... Io faccio il mio dovere, e nessun uomo onesto potrebbe disconvenirne.
Corrado
Tu affastelli bizzarramente parole su parole, mio caro giovinotto. Quale frenesia di giustiziere ti piglia stamane?... E, anzitutto, non gettar pietre a casaccio. Se ce l'hai con me, parla di me.
Enrico
(tuttora un po' irresoluto) Parlerò di voi, signor Corrado.
Corrado
Finalmente.
Enrico
(vincendo ogni ritegno, con brusca impulsività) Vi ho visto coi miei occhi, questa notte, uscire dalle stanze di Nanetta!
Corrado
(ha una scossa, ma, sùbito, arditamente rintuzza) Non è vero! Non hai potuto vedere quel che non è accaduto. Tu sei stato vittima di un'allucinazione, oppure... vai ora a tentoni per controllare una tua fantasticheria stolta e avventata.
Enrico
(eccitatissimo) Vi ho visto! Vi ho visto! Toglietevi di mente che non vi abbia visto. Mi trovavo laggiù, nel parco, proprio di fronte alla veranda. Mi ci trovavo... perchè l'insonnia mi aveva fatto desiderare l'aria fresca della notte e forse perchè avevo ceduto a una irrequietezza presaga, a un vago presentimento.... Certo è che mi ci trovavo, e non m'è possibile adesso di ricostruire con esattezza le circostanze che hanno preceduto il momento nel quale vi ho scorto. La vostra apparizione su quella veranda mi ha sconvolto. Là per là, se non mi sbaglio, mi sono nascosto come se avessi creduto d'essere io il colpevole, e poi... sono stato preso da uno sdegno e da un odio che ancora mi divampano dentro e da cui ancora mi sento soffocare. (Siede affranto.)
Corrado
(si contrae come per una trafittura nel petto. — Poi, con mitezza, con bontà) Càlmati, Enrico! Càlmati. E, del tuo odio, non parlarmene, almeno! È molto triste che tu provi questo bieco sentimento per me.
Enrico
Lo provo per voi come lo proverei per qualunque altro uomo che avesse osato di penetrare, di notte, nelle stanze di mia cugina. Ella è in casa mia, è nella casa dove sono io. Perciò, gli obblighi che ho verso di lei sono pari a quelli che avrei se mi fosse veramente sorella, e non posso non odiare chi se ne è messo l'onore sotto i piedi!
Corrado
(sedendogli accanto, deferente, remissivo) Lascia stare l'onore, Enrico. Il solo testimone di questo incidente sei stato tu, che, senza dubbio, non vorrai propalarlo. La signorina Nanetta — sii ragionevole — per quanto riguarda il suo onore, non ha nulla a temere. Tutto si riduce, dunque, al tuo allarme di cugino, al tuo allarme di fratello. È un allarme abbastanza giusto, sì, e che giustamente attizza la tua troppo eccitabile e inesperta sensibilità; ma sono qua io, io stesso, per dirti, a mo' di confessione, quel che è necessario affinchè il cugino e il fratello intendano l'innocuità della mia visita misteriosa. Ti sono innanzi, lo vedi, umile e sottomesso, come se il ragazzo ventenne fossi io e tu fossi l'uomo maturo: che so?.. un tutore, uno zio,... un babbo.
Enrico
(si è chiuso in un'astiosa immobilità.)
Corrado
Vuoi ascoltarmi?
Enrico
(balbetta:) Ma sì!
Corrado
E c'è del comico, bada! (Ride amaramente) Già. C'è del comico. C'è che per la signorina Nanetta io ho presa la più forte bruciatura della mia vita.
Enrico
(livido) Se fosse vero, non ci sarebbe nulla di comico.
Corrado
Va' là che c'è! (Con una ostentazione di umorismo) Ci pensi tu, giovinotto, a questo grande amore intercalato da attacchi di podagra e da altre delizie di tal genere?
Enrico
(con un tono insolente) Voi esibite i vostri acciacchi quando vi conviene di atteggiarvi a vecchio!
Corrado
La tua malignazione è inopportuna, perchè, al contrario, io ti confesso che mi metto in fuga appunto per non essere, con la signorina Nanetta, nonostante gli acciacchi, il peccatore impenitente che sono sempre stato.
Enrico
(convellendosi) Tuttavia, prima di mettervi in fuga....
Corrado
(sempre più buono e persuasivo) Prima di mettermi in fuga io ho voluto avere con lei un colloquio intimo, leale, esauriente. Essa non è una delle tante pupattole moderne che si ha il diritto di prendere o lasciare senz'altra preoccupazione che quella di guastarne un po' la stoppa di cui son provvedute al posto del cuore. Io dovevo giustificarmi con lei, io dovevo dirle, intera, la ragione del mio allontanamento; e il colloquio di stanotte non è stato che la prova, la documentazione del mio profondo rispetto. Questa è la pura verità, Enrico, e quindi il cugino e il fratello possono bene tranquillarsi e possono, soprattutto, cessare — io lo spero — di odiarmi. (Gli poggia una mano sul collo, molto affettuosamente) Andiamo, giovinotto!... Non so resistere a quella tua attitudine da nemico.
Enrico
(in un fremito contenuto, scansandosi) Non mi toccate, signor Corrado.
Corrado
(ritira la mano. Lo contempla con acuto rammarico. Si alza.)
Enrico
(quasi a parte, quasi borbottando) Io vivo — si può dire — da poco tempo; ma da quando vivo ho un cervello che pare abbia cominciato a vivere molto prima di me. E in questo mio cervello non entrerà mai la persuasione che certi uomini rinunzino alla preda che hanno tra le unghie.
Corrado
Sicchè, nell'opinione tua, io non sono che una avida bestiaccia di rapina?
Enrico
Siete quel che voi stesso, in fondo, convenite di essere. E poi, tutti lo sanno e tutti lo dicono. Vi piacciono le donne. Riuscite a esserne l'idolo. Ne approfittate. E, talvolta, è una crudeltà, ecco: è una crudeltà.
Corrado
(scattando, altero e ruvido) Insomma, Enrico, tu pensi una cosa balorda e io ti proibisco di pensarla!
Enrico
(in piedi, tenendogli testa) Disgraziatamente, il vostro divieto non basta a non farmela pensare.
Corrado
Ma basterà, non ne dubito, che io affermi d'averti detta la verità.
Enrico
Io vi supplico di non insistere, signor Corrado, perchè, tanto, non riesco a credervi.
Corrado
Evidentemente, questo è lo stesso che darmi del mentitore.
Enrico
Nelle condizioni eccezionali in cui voi siete, la menzogna è una necessità.
Corrado
Quali che siano i tuoi criterii sulle condizioni in cui sono, io ti giuro che t'inganni e tu non puoi non fidare nel mio giuramento.
Enrico
Non ci riesco, signor Corrado, no, no, non ci riesco!
Corrado
(pallidissimo di collera e di dolore) Ma stai attento, Enrico, che tu mi accusi di giurare il falso!
Enrico
Ebbene, sì, vi accuso anche di questo se mi ci costringete.
Corrado
(covrendo con la sua voce quella di lui) Taci, per l'inferno! Non voglio essere insultato... da te!