SCENA V.
MARIO, CLELIA, Signora RENZI.
Mario
(dalle scale, gaio) Signorina Beatrice, salutiamoci, almeno.
(La signora Renzi e Clelia si scuotono e si scambiano un'occhiata.)
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Beatrice
(la cui voce lontana si sente appena) Ero distratta, signor Mario. Vi pare....
Mario
(le sue parole si odono più da vicino) Va bene, vi perdoniamo.... Ma, cantatina allegra! (Ridendo) Ah! ah! ah! (Entra. Vedendo Clelia, ne ha come un senso di meraviglia e di terrore) Voi! (Indi, senza troppa durezza) Che fate qui? Che volete in casa di mia madre?
Clelia
(a un tempo timida, supplichevole e altera) Lo so che una par mia non ha il diritto di metterci il piede; ma io ci sono entrata come si entra in chiesa — devotamente — per implorare una grazia.... Io speravo, e spero, di ottenerla da lei, da vostra madre, questa grazia.
Signora Renzi
(offesa) Da me quale grazia volete ottenere?
Clelia
(senza avere il coraggio di dir subito la ragione della sua visita).... Che rendiate meno aspro verso di me... l'animo del vostro Mario.
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Signora Renzi
(le volta le spalle, avviandosi — quasi fuggendo — verso la porta a destra.)
Clelia
Restate, signora, ve ne scongiuro: io ho bisogno del vostro appoggio, e, per quanto ciò vi possa sembrare strano, io sento che me lo concederete.
Signora Renzi
(meravigliata) Il mio appoggio?!
Clelia
Ma voi non sapete ancora che cosa debbo dire a vostro figlio.... Restate, signora, ascoltatemi.
Signora Renzi
No, no, no....
Mario
(severo) Lasciate stare mia madre. Vi ascolterò io.
Clelia
(abbassa gli occhi mortificata.)
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Mario
(con maggiore gentilezza) Vi ascolterò io.
(Silenzio solenne, grave, agghiacciante.)
Signora Renzi
(rivolge a Mario un lungo sguardo in cui è un'interrogazione e un ammonimento, ed esce a destra.)