IV.
Si guardò intorno atterrito.
Si trovava a pochi passi dalla spiaggia.
Le ondate vaste, scialbe, plumbee, si abbattevano sulle arene. Nel cielo galoppavano i nembi ad ignoti assalti. Un sordo muggito usciva dall’abisso.
Al fioco barlume volteggiavano in mare dei neri profili, salivano in groppa ai cavalloni, sprofondavano, riapparivano.
Uno strido acuto di alcione dominò per tre volte il cupo fragore.
Le nere forme, simili a grossi mostri, si lanciarono innanzi: scivolando sull’onde approdavano rapide e silenziose. Dell’ombre saltavano sulla spiaggia; pareva un ritrovo di spiriti. Venivano alla sua volta.
Siro fu preso da un istintivo sgomento, si volse, corse barcollando. Cadde supino sopra i gradini di un pilone. Si alzò, si rifuggì dentro alla cella, vi restò ginocchioni, le mani aggrappate alle grosse sbarre della grata, la fronte sulla pietra del davanzale.
Poco a poco cominciò a raccappezzarsi, riconobbe il luogo: al tempo beato della sua infanzia, in una delle sue corse, aveva sostato al pilone, e, addormentatosi, s’era svegliato poi nel cuor di una notte come quella.
Lo ripresero gli sgomenti d’allora.
Egli aveva sempre sentito una grande avversione per il mare — orizzonte troppo vasto per i suoi desideri limitati — per il buio, per il vago, l’indefinito. Indole sensibile e timida, amava il sole, la compagnia, la vita di tutti i giorni, le rotaie dell’abitudine. Era una di quelle fibre docili, buone a nulla da sole, ma che la disciplina può spingere magari anche sino all’eroismo.
Orfano, esposto dalla sorte a tutte le tentazioni della licenza, del disordine, era stato dal suo carattere avviato all’ordine, al dovere: il vagabondo si era trasformato in operaio laborioso, in borghese assegnato: aveva combattuto assiduamente, sotto tutte le forme, l’incertezza; s’era fatto con grande sforzo una casetta sua, solida, comoda, vi aveva adagiati i suoi piccoli ideali, le sue dolcezze tranquille: — egli avrebbe dovuto tenervele ben chiuse, custodite. Invece aveva aperta la porta a una grande speranza, a un’illusione unica nella sua vita ed ecco che questa gli aveva tutto rapito!
Ora egli non rimpiangeva tanto i suoi sogni di pochi giorni, quanto la quiete di tanti anni.
Sbattuto fuori dal suo solco, non si sentiva più sicuro di rientrarvi: questa era le sua disperazione. Si trovava di fronte degli ostacoli insormontabili: il ridicolo sovratutto.
L’indomani, fra poche ore, lo aspettavano per la cerimonia; la sposa, il curato, i testimoni, la banda, il villaggio tutto in aria per lui — e lui che avrebbe fatto? Cosa pensava di fare?
Pensava, pover’uomo, che sarebbe stata una grazia di Dio, il poter sparire, sfuggire al mondo e sopratutto a sè stesso, — alla tortura di dover pigliare una risoluzione.
Si contorceva, singhiozzava, e il rombazzo del mare lo scherniva.
Poi veniva la stanchezza; ricadeva sopraffatto nello stupore di prima, uno stupore pieno di amarezze, d’inquietudini.
Chiudeva gli occhi, ma un sussulto lo obbligava ad aprirli, a tenerli spalancati.
Un filo di luce rossiccia attraversava le tenebre e si posava in alto nella parete di rimpetto.
Si volse e vide dietro alle sue spalle un crepaccio luminoso.
Vi appressò l’occhio e scorse una scena singolare.
Il foro si apriva in alto sotto una tettoia di pescatore a cui il pilone era addossato. Una stuoia grossolana di canne allacciata da un pilastro all’altro serviva di riparo verso il mare. Delle reti, delle nasse coprivano le tre pareti.
Vi stavano riunite in crocchio dieci o dodici persone: gente di diversa condizione ed età in abito borghese, in camiciotto di marinaio, in casacca di montanaro, alla rinfusa.
Facevano circolo intorno ad uno che, ginocchioni innanzi allo scanno in mezzo, leggeva a mezza voce: costui appressava al lanternino i fogli di carta sottile: colla destra accarezzava il calcio d’una pistola deposta innanzi a lui.
Di quando in quando s’interrompeva alzando il capo: e un lieve mormorio sorgeva nell’assemblea.
Appena qualche frammento di quella lettura arrivava all’orecchio di Siro, e pareva più che altro una nota di negozi falliti.
Si sarebbe detto fosse una congrega di contrabbandieri.
«.... Datteri di Palermo avariati.... ripreso lavoro di paste napoletane.... paglia di Firenze stenta.... segala di Piemonte atterrata dal vento.... si spera lanciar fondi di magazzino fine stagione.... provviste verranno per la via dei monti...»
Una frase lo colpì.
«Ritardate ancora spedizione coke da Marsiglia.... sospendete le vendite.»
Alcuni mesi prima Siro era andato per incarico del dottore Vaccarezza suo benefattore, a Sampierdarena a chieder conto di un certo affare a un navigante di cabotaggio; e questi gli aveva risposto con le stesse parole. Il dottore lo aveva poi mandato in giro per la riviera di levante sino a Portofino a ripetere la notizia a parecchie persone con tali raccomandazioni di segretezza che egli aveva sospettato si trattasse di qualche mistero politico.
Aveva fatto altre volte ambasciate di quel genere. Un giorno, venuto a Genova, a cercar certi campioni di zuccheri, gli avevano consegnato un pacco contenente dei libri. Il dottore (egli sapeva le sue cose) non negoziava punto: invece egli era, come allora si diceva in Piemonte, costipato di politica. Senza fargli confidenze, gli parlava spesso dell’antica Repubblica di S. Giorgio, della scaduta grandezza ligure, dell’Italia, degli sforzi eroici, dei tentativi infelici, delle speranze sempre vive dei patrioti..... Quando Siro gli mostrava riconoscenza dei suoi benefizi, gli dava sulla voce dicendo: — sta queto, verrà forse giorno ch’io ti chiederò ricambio molto maggiore. — Il giugno precedente, quando era avvenuto il triste caso del povero Ruffini, che credendosi tradito dai suoi, si segava per disperazione la gola, — il vecchio dottore eragli parso esaltatissimo e s’era lasciato andare a parlargli di misteriose vendette, di prossime ribellioni.
Il lettore ripeteva a ogni momento: sospese vendite, sospendete vendite, e a queste parole, che parevano la chiusa d’ogni foglietto rabbuiavansi dolorosamente i volti dei compagni.
Finito ch’egli ebbe domandò:
— Non occorre altro?
— No! rispose un vecchietto; tutti hanno capito, vero?
Chinarono il capo in silenzio.
Allora l’altro aperse il lanternino, accostò i foglietti alla fiammella, vi appiccò fuoco e depostili sullo scanno li voltò e rivoltò con cura, finchè l’ultimo minuzzolo fu ridotto in cenere.
Tutti s’erano raccolti intorno al vecchietto canuto, per il quale pareva avessero un grande rispetto: gli chiedevano schiarimenti, egli rispondeva, sentenziava con vivace fermezza; tutti annuivano reverenti.
Poi egli domandò:
— Liberio.
Un giovinotto vestito da marinaio, alto, svelto, di elette fattezze si fe’ innanzi.
— Avete inteso, lo rampognò severamente il vecchio; la vostra imprudenza può costarci caro. Chi v’ha detto di chiamare le vendite?
— Credevo... rispose l’altro dimessamente.
— Non si crede, si domanda, si eseguisce, ma sopratutto si obbedisce....
Seguì una pausa, il vecchio riprese:
— Qual era il vostro pensiero?
— Di prevenire, affrettando, gli effetti del «vento.»
— E il vento rischia pigliarci tutti in mare: da tre giorni soffia dal Piemonte! tutta la pula è in aria: in questo momento noi siamo tutti sotto il colpo.
Si guardarono attorno inquieti.
— Voi risponderete di tutto, è il fatto vostro. — perchè ci avete chiamati?
— Per rassegnare la commissione alla maestranza.
— E io vengo a riprenderla in suo nome. Ora sentite i suoi ordini. Per quando è fissato il mercato?
— Per domani notte.
— Bisogna disdirlo prima del mezzodì. Non manderete altri commessi, farete da voi. Compiuto il giro, rimetterete il sacco al trafiliere di Santa Zita e partirete per Marsiglia senz’indugio. Troverete colà le credenziali. Siamo intesi? Qua la mano per il segnale.
Il giovinotto, tutto sommesso, piegò il capo altero davanti a quell’omino; stese la palma destra.
Il vecchio vi pose su la propria, tracciò ripiegando il dito medio alcune linee invisibili e soggiunse:
— Andate.
Poi, uscito il marinaio, raccolse gli altri intorno a sè.
— Ausonio; è necessario avvertire entro la giornata il trafiliere di Santa Zita.
Siro ascoltava con ansietà grandissima: quel nome voleva dire il dottore Vaccarezza.
— Andate dunque da lui e ditegli...
Delle strida di falco lo interruppero.
— Silenzio! due, tre, quattro, cinque, sei.... dalla terra.
Un grido breve d’alcione, come quello che Siro aveva già udito, rispose.
— Il mare è libero. Spegni il lume.
Un leggero calpestio di gente che camminava al buio — poi silenzio.
Siro, senza quasi saper perchè, si trovò fuori del pilone. Camminava a gran passi: gli parve tutto un brutto sogno, si stropicciava gli occhi per isvegliarsi. Risaliva la costa.
Soffiava un libeccio gagliardo; il cielo era coperto, il mare procelloso.
Siro tirava innanzi a caso, alla meglio, incespicando, barellando.
Di repente si sentì pigliare di dietro pel colletto.
Una voce disse: — e due!
Siro si voltò e scorse un grosso omaccione.
Costui, sempre tenendolo fermo, aperse una lanterna cieca che teneva in mano, glie l’accostò al viso.
— Vediamo che smorfie giacobine mi fai....
Poi subitamente lasciandolo libero, fe’ un passo indietro e sclamò maravigliato:
— Tò, il flebotomo.
E diede in uno scoppio di risa. Era il brigadiere dei doganieri suo amico.
— Scusate, egli riprese, v’avevo preso per un congiurato.
E rise più saporitamente di prima.
— Avete dei malati alla Foce?
Lo prese a braccetto e lo menò seco.
Qualche passo più in là incontrarono due guardie doganali.
Il comandante si appartò un minuto, diè loro alcuni ordini a bassa voce.
Le guardie si allontanarono frettolosamente discendendo la costa.
Egli riprese il braccio del flebotomo.
— Sicuro, v’ho preso per un carbonaro: ma dopo tutto non sono malcontento d’avervi acchiappato. Voi avete dei conti da rendermi. Sapete, corpo d’una pipa, che non ci vediamo da un mese? È un mese vero?
— È vero, rispose Siro distratto.
— E mi dovete anche una rivincita.
Erano arrivati alla porta del casotto di guardia.
— Venite, disse il comandante; a proposito, avremo forse bisogno dell’opera vostra.
E, prima che Siro pensasse ad opporre resistenza, lo trascinò in una vasta stanzaccia che come dimostravano, da un lato, una rastrelliera per fucili, dall’altro un banco da scrivere e una stadera, serviva ad un tempo di ufficio per le denunzie e di corpo di guardia.
Un doganiere e un carabiniere stavano di fazione.
Il comandante domandò a quest’ultimo:
— Il vostro sergente?
— È uscito con tutta la pattuglia.
— Voi, restate a custodia dell’arrestato. È ferito costui?
— Pare, la mia baionetta nella baruffa deve essergli penetrata nella pelle; ha il camiciotto insanguinato, ma non vuol saperne di nulla.
— Eh diavolo, non è mica per lui!... sclamò il brigadiere stringendosi nelle spalle. — Siro, voi avete le lancette?
A un suo cenno il doganiere prese la lanterna, spiccò una grossa chiave da un chiodo e aperse una porta in fondo.
Entrarono in un locale vasto quanto il primo, un deposito di contrabbandi sequestrati, convertito per l’occasione in carcere provvisorio.
La vista del prigioniero scosse il flebotomo dal suo stupore: egli ravvisò in lui il Liberio del misterioso ritrovo sulla spiaggia.
Stava buttato sopra un saccone in un angolo, fra una botte e un mucchio di involti, di cassette, di fucili alla rinfusa.
— Su, disse il brigadiere, e fate vedere al signor flebotomo la graffiatura che avete.
Non si mosse; col capo appoggiato alla mano gli diè un’occhiata di superba indifferenza.
— Su, ripetè il brigadiere impazientito.
Siro s’interpose, dicendo che non occorreva, ch’egli poteva ben visitarlo a quel modo. S’inginocchiò dinnanzi al saccone; aperse il camiciotto, tagliò il corpetto di lana, la camicia colle sue forbici da chirurgo ed esaminò la ferita. Era proprio una graffiatura.
La medicò alla svelta, vi applicò la filaccia e lo fasciò.
Il prigioniero lasciò fare come non fosse cosa sua, non aprì bocca.
La nobiltà dei suoi lineamenti, le fattezze del suo volto imberbe, la sua pelle bianchissima, la finezza della camicia tradivano in lui una condizione che il grosso abito da marinaio dissimulava a stento.
Il brigadiere condusse poi il flebotomo in uno stanzino che gli serviva al tempo stesso di scrittoio e di tinello.
— Non fate mica conto d’andarvene con questo tempo?
Pioveva a dirotto.
Lo fe’ sedere davanti a una scrivania coperta di un marocchino vecchio, sul quale certi occhielli violacei mostravano che colà dentro usava molto più il bicchiere del calamaio.
— Corpo d’una pipa, mi tocca fare anche il tirachiavistelli; state lì, mi terrete compagnia e una buona bottiglia ce la terrà a tutti e due.
— Che ha fatto? domandò Siro.
— Chi? quel ragazzaccio? Carbonerie, giacobinerie, balordaggini, canagliate, chessoio.... Poh! gente che piglia il cervello a pigione dai Francesi. E sì che ci hanno cavato un bel frutto di quella gramigna che succhiava loro fino alle midolle; quand’era tempo di cacciare i ladroni essi stavano zitti, ora che noi si fa il loro bene rimettono il ruzzo. Non c’è che un mezzo....
— Come l’hanno arrestato?
— I carabinieri di ronda l’hanno trovato presso il cantiere e riconosciuto ai connotati.
— E sanno d’onde veniva?
— Pare. Dunque non c’è che un mezzo.... e il mezzo, secondo me, è quello di mettere due da sessanta a San Giorgio e giù pillole sulla topaia! Domando se non è cosa....
Siro lo interruppe:
— E quale sarà la sua condanna?
— Eh... ammenochè non sia persona di condizione, il remo se canta.... altrimenti un raso di corda e il benservito.... Ma lasciamo le malinconie da banda, parliamo di noi.... oh giusto, volevo domandarvi.... me n’hanno detta una bella; che voi pigliate moglie.... è vero?...,
Siro diè un guizzo; tentennò il capo.
— Volevo ben dire.... guardatevi Siro, se non volete incorrere nella mia maledizione! — disse il brigadiere, minacciandolo burlescamente colla palma tesa sovra il suo capo. — Sul serio, avreste finito questa dolce viterella da Michelaccio....
E soggiunse, arricciandosi i suoi mustacchi ritinti, in atto vanesio:
— Il matrimonio è una cosa eccellente.... per gli scapoli eh! eh!....
Anche Siro sorrise a fior di labbra levando uno sguardo smarrito, desolato. Poi chinò il capo.
Il brigadiere, avviato sul suo tema favorito, tirò innanzi a sentenziare, ad argomentar per esempi, per aneddoti rifritti tante volte che cominciava ad abboccarli per veri egli stesso.
Siro lo interruppe ancora una volta.
— E quando lo meneranno? domandò.
— Chi? chi? sempre colui? fra qualche ora, subito magari, appena torni la pattuglia, ma sentite, vi debbo dire che siete seccante....
Il brigadiere fu punto stavolta nel vivo dalla distrazione poco riguardosa di Siro.
— Comincio a credere al vostro matrimonio, borbottò stizzito.
Poi ammutolì, si aggomitò imbronciato sulla scrivania e asciugò religiosamente il boccale fino all’ultima stilla, per sopire il suo malestro. Non durò troppa fatica: dopo mezz’ora russava e pencolava in ogni verso.
Finalmente, si levò per cercare ai suoi sonni uno stramazzo più comodo.
— Io resto, disse Siro, per medicare il ferito prima che parta.
— Va bene, brontolò il brigadiere: ed entrò per un usciolo in fondo nella sua camera.
Siro s’affacciò alla stanza di guardia; il doganiere dormiva disteso supino sulla panca: il carabiniere, collo schioppo imbracciato, il cappello sugli occhi, si appoggiava alla finestra con un atteggiamento tanto discreto e prudente da rendere temerario ogni giudizio sulle concessioni che il suo pensiero faceva alle volgari esigenze del sonno. Un grosso gatto bianco accovacciato sulla stadera torniva gravemente.
La lanterna a bilico tremolava e scoppiettava.
Siro, colla irriflessione del sonnambulo, attraversò la stanza, prese sul banco la lanterna di servizio, spiccò dal muro la chiave, andò dritto alla porta del deposito, l’aperse, entrò, rinchiuse.
Il carabiniere si scosse, diede un’occhiata indifferente a quest’atto del flebotomo e si ripose a passeggiare lentamente. Il gatto tacque e si lisciò serio serio i mustacchi: il solo doganiere non si mosse.