V.
Siro si fermò sulla soglia.
Dietro la porta nella stanza di guardia il passo del soldato, come oscillar d’un pendolo che si arresta, passò, ripassò, si rallentò, tacque. Il brontolìo del gatto ricominciò. Il temporale era cessato.
Il flebotomo si accostò al saccone.
Il prigioniero era sveglio e lo saettava collo sguardo tagliente della disperazione che non chiede conforto.
Siro depose la lanterna e chinandosi verso di lui:
— Signore, disse con voce rauca, voi non mi conoscete: ma io potrei forse in questo momento esservi utile. Potrei recare a qualche persona gli avvertimenti che vi premesse di fargli.
Aspettò invano una risposta.
S’udiva di fuori il lento e misurato gocciolar delle grondaie.
— Io so, riprese, che la sorte di molta gente dipende da voi; una grave missione vi è commessa, se voi voleste confidarmela io l’adempirei fedelmente secondo le vostre intenzioni.
Il giovine non aperse labbro, non si mosse, solo lo guardò con un superbo, infinito disprezzo.
— Non mi credete capace? ebbene vi posso dire che il dottore Vaccarezza di S. Zita — lo conoscete — mi diè più volte di siffatti incarichi e li ho sempre sbrigati a dovere. Egli potrebbe dirvelo. Anzi, datemi una riga, una parola per lui; io l’avvertirò — egli penserà al resto. Va bene così?
Ma l’altro taceva sempre.
Siro tentennava il capo tristamente.
— Ricusate i miei servigi? pure io ve li offro di cuore; perchè li ricusate? Il vostro silenzio può costare la vita a tanta brava gente.... Io potrei salvarla.... e lo farei tanto volentieri!
Egli si fe’ umile e supplichevole.
— Almeno, soggiunse, ditemi il pericolo che minaccia il dottor Giulio. — Quel bravo signore mi ha fatto da padre; io gli devo tanto, gli devo tutto, se stava in lui io sarei felice.... io non posso lasciarlo perdere.... dite, ditemi il modo di salvarlo.... egli ha una grande famiglia.
E si torceva le mani e parlando singhiozzava....
Il giovane lo lasciò dibattersi e scalmanarsi, lo osservò freddo, impassibile; poi disse:
— Amico, voi avete quasi l’aria di galantuomo, ma il mestiere che fate è tutt’altro....
E atteggiò il labbro a un sorriso di profondo disgusto.
Siro non capiva.
Il giovane soggiunse alzando la voce:
— Voi avete recitata la scena benissimo, e ve ne faccio i miei sinceri complimenti; avete delle belle doti e non mancherete di far carriera. Avete giusto la pieghevolezza del rettile per strisciar lontano. — Però sentite — con me è tempo perso; oramai i vostri padroni, che certo ascoltano dietro quella porta, sanno che voi avete fatto il vostro dovere di spione zelante e fedele.... dunque che volete di più? — perchè mi seccate colla vostra odiosa presenza? — andate e lasciatemi in pace.
Siro colle mani giunte lo pregava:
— Zitto, parlate piano, vi perdete.... signor Liberio, vi scongiuro....
A questo nome l’altro contrasse il labbro a un sorriso di scherno.
— Siete ben informato, e volete negarmi che io vi debba la fortuna di stanotte?
Poi sghignazzò nervosamente e gli voltò le spalle.
Siro continuava a balbettare, a scongiurare. Aveva capito così in nube il sospetto di Liberio; ma, tutto compreso delle sue inquietudini, non ebbe l’animo di offendersene.
Egli non era che immensamente accorato.
Cercava nuovi e più efficaci mezzi di persuaderlo, non ne trovava; si guardava intorno smarrito.
Il temporale ricominciava; in mezzo alle raffiche del vento, un orologio lontano batteva le prime ore del mattino.
Si inginocchiò accanto al letto.
— Sentite, il tempo passa, possono da un momento all’altro venirvi a prendere. Volete voi aver sulla coscienza la disgrazia di quei poveretti, del dottor Giulio?...
Poi si accasciava e mormorava sfiduciato:
— È vero, voi non mi conoscete, non sapete chi sia, diffidate.... ma mettetemi alla prova, signore, trovate voi un altro mezzo.
Inutilmente.
Uno scricchiolio si intese dalla stanza attigua: il doganiere si moveva nel sonno e sospirava.
Siro pose una mano sulla spalla del giovane:
— Sentite, il mezzo c’è. Non volete che faccia io la vostra commissione: ebbene, fatela voi stesso: vestite i miei panni, non vi riconosceranno, uscite. Io resterò al vostro posto: anzi meglio così, è più sicuro: come non ci ho pensato prima?
E mormorò tra sè:
— Io potrei fra qualche ora essere pazzo, chi sa?
Liberio si volse vivamente.
Egli esaminò al chiaror dei lampi frequenti la faccia smorta, sbattuta del flebotomo.
— Presto, presto, il tempo passa, vi dico....
— Dite davvero? domandò il giovine levandosi da sedere sullo stramazzo, voi mi fate il sacrifizio della vostra vita?
— Oh la mia vita, mormorò Siro cupamente, una volta m’era cara, era bella, buona, tranquilla; ma ho tutto giuocato sopra una carta, sopra una persona che mi doveva dare il paradiso e invece mi ha dato la disperazione.... vedetelo.... il destino si è crudelmente burlato di me; la mia disgrazia è una donna; una fanciulla bella, se la vedeste, come una madonnina; io non sono più giovane; ma confidavo nell’innocenza sua. La mia vita, se vi può servire, io ve l’offro; tanto domani non saprei che farne.
Il giovane disse:
— Ebbene io accetto, in nome della santa causa cui appartengo, il vostro sagrificio.
Siro si spogliava i panni in fretta e glie li buttava....
Ma Liberio fu sorpreso da nuova perplessità.
— Ma che fate? non v’è un momento da perdere, sbrigatevi, gli diceva Siro. Vestitevi. — Oh Dio! voi dubitate ancora?
Il giovane lo fissò, gli strinse fortemente la mano:
— Siete sicuro, gli domandò con voce profonda, che nessuno mi seguirebbe nel giro che debbo fare?
— Dio sa, disse Siro scorato, se i vostri sospetti siano ingiusti, egli v’illumini, io non ho altro da dirvi....
E tacque: il nembo scoppiava con nuova furia, suonavano per l’aria scrosci, sibili, che parevano lamenti, grida.
Liberio guardava fuori dall’angusta finestrella il cielo solcato dai guizzi della folgore; egli non era più calmo, rabbrividiva.
L’orologio sonò nuovamente.
Siro trasalì.
— Liberio, disse, fate una cosa, prendete....
Aveva tirato dalla saccoccia un suo coltello, l’aveva aperto, e glielo porgeva.
— Uccidetemi; sarete almeno sicuro; uccidetemi, mi levate un gran peso....
Il giovane fu tocco; respinse la mano di lui e disse:
— Vi credo, vi credo.... voi siete un bravuomo.
— Dunque presto, presto.... vestitevi.
— Sì....
E Siro lo aiutò a mettere i suoi calzoni corti, il suo largo corpetto, la sua marsina nera, gli pose sul capo il suo cappello tondo di castoro: poi corse alla porta, origliò dalla toppa e tornando verso lui:
— Andate, è quasi buio; camminate franco, la porta di strada è a destra; è solo socchiusa, non vi voltate, apritela senza timore, crederanno che sia io.... andate che il Signore v’accompagni.
Lo spingeva verso il limitare.
Liberio si volse, tornò indietro:
— Voi non avete da darmi qualche incarico....
— No....
— Non debbo salutar nessuno? il dottore?
— Oh sì....
— E nessun altro?
— Altro.... non c’è altro, ho voluto tutto il mio bene.... a colei.... ma non gliene importa di me....
Scosse il capo, un singhiozzo gli mozzò la parola....
— Uscite.... uscite, — disse poi....
Liberio lo abbracciò stretto e quei due nobili cuori posarono un momento l’uno sull’altro.
Poi il giovane si spiccò, aperse la porta e mormorò con grande tenerezza:
— Addio!...
Siro balenò, cadde tramortito mormorando:
— Lui!
Egli aveva già intesa quella parola e riconobbe quella voce.
Qualcosa se gli rivoltava dentro: si trascinò fino al saccone e vi soffocò un grido che gli usciva gorgogliando dal petto....
Poi disse: — ebbene che m’importa?
Il temporale s’allontanava.
Un tranquillo crepuscolo penetrava dal finestrello.
Scoppiava uno scampanio festoso dalla Foce a Staglieno, dai lontani casali dei monti e della riviera. Ma la campanella delle Anime gittava i suoi squilli acuti, argentini, di triste augurio e pareva dire che in mezzo a tanto giubilo della terra e del cielo qualcuno soffriva.