VI.

Agli Incrociati, sino dall’alba, tutto il borgo era sossopra per le nozze d’Irene.

La cerimonia doveva celebrarsi di buon’ora, prima delle sacre funzioni.

In chiesa e in casa di Tonia era pronta ogni cosa.

Era arrivata anche la banda di Santa Zita.

Non mancava che lo sposo.

I sonatori erano passati a prenderlo per accompagnarlo in trionfo alla sposa; ma avevano trovata chiusa la casa.

Ora tutti lo aspettavano sul ciglione del torrente.

Intanto il giorno saliva. Il vento che spirava dai monti ricacciava in fondo al mare i nembi che avevano imperversato tutta la notte — e il sole sorgeva dalla parte di Sestri in un cielo purissimo.

Il ritardo di Siro cominciava a diventar incomprensibile.

Finalmente sbucò di mezzo agli orti sul sentiero, dalla parte opposta del Bisagno, il noto cappello di castoro e la notissima marsina nera del flebotomo.

Qualcuna delle ragazze notò che quell’avaraccio non s’era neppur vestito da festa.

Irene avvertì che il flebotomo camminava più svelto del solito e pareva ringiovanito di vent’anni.

Quando fu a un tiro di schioppo i sonatori diedero fiato agli strumenti, i ragazzi batterono le mani, e gridarono viva lo sposo.

Quegli si fermò, parve sorpreso e impacciato di quell’accoglienza.

— Egli scappa, gridò uno.

La marsina era di bel nuovo scomparsa fra le frasche degli orti.

Risero, credettero fosse uno scherzo.

Irene impallidì e balenò come esterrefatta.

Lo sposo non venne.

Dopo una mezz’ora, un giovinotto guadò il Bisagno e venne a cercarlo. Trovò in un cespuglio di sparagi gli abiti del flebotomo laceri e malconci: il panciotto recava qualche traccia di sangue. Nella tasca del vestito c’erano ancora gli atti della curia.

Alcune ore dopo una gran folla attorniava il casotto della Dogana alla Foce.

Un prigioniero arrestato alla notte, vi si era svenato, dicevasi, con una lancetta di chirurgo. E, cosa incredibile, si sussurrava che il morto fosse il flebotomo di S. Zita.

Era venuto da Genova l’avvocato fiscale e il giudice a fare il testimoniale. Finite le formalità, il cadavere fu recato fuori sopra una barella e deposto sotto il portico ad aspettare i becchini.

Un giovane contadino, che nessuno conosceva, si fe strada tra la folla, e accostatosi al cadavere, prese una mano che ne penzolava e la baciò mormorando: — mio salvatore.

La strana notizia si sparse nella giornata per tutta la valle del Bisagno e le ipotesi, nate nei crocchi della sera, erano leggende all’indomani, — leggende cupe e paurose.

Agl’Incrociati, risaputo che Siro era stato arrestato nella notte, ritennero che quella della mattina fosse una apparizione d’inferno, e Irene non trovò più marito che ardisse sfidare il sortilegio di cui la si credette vittima.

Chi non potè mai darsi pace fu il brigadiere. Egli si guardò bene dal compromettere la propria responsabilità col dissipare l’errore che pesava sulla fama di Siro: ma rimase sempre convinto che quel «brigante di giacobino l’avesse ammazzato lui colle sue mani.»

Però l’autorità giudiziaria, nonostante l’oscurità degli indizi, consacrò con la sua sentenza l’umile nome di Siro alla gloria del martirio.

E certo, comunque fosse avvenuto, il suo sagrifizio non fu dei meno meritorii.