XIII.
Qualche anno fa un medico di Milano, notissimo alienista, trovandosi al Belvedere di Lanzo presso il lago di Lugano, fu invitato una mattina a recarsi in una villetta sulla sponda svizzera poco lontano da Gandria.
Trovò colà una signora piuttosto attempata, la quale gli disse di certi suoi incomodi nervosi, tanto vaghi e insignificanti da non meritare la spesa di una sua visita.
Egli era avvezzo ai capricci ipocondriaci delle dame, ma questi vapori aristocratici gli parvero un po’ fuori luogo in mezzo alla eccessiva modestia anzi alla povertà male dissimulata di quella casa.
La signora volle assolutamente trattenerlo a desinare e, a tavola, mostrandosi informata della grande sua reputazione di specialista, gli parlò delle sue cure di pazzia e gli chiese se i casi di guarigione fossero frequenti e per quali segni le affezioni guaribili si distinguessero dalle croniche.
Per quanto queste interrogazioni cadessero naturalmente nel discorso e la signora non sembrasse darvi una grande importanza, il medico sospettò che la sua visita avesse un motivo secreto ben diverso da quello dichiarato.
Conosceva la repugnanza solita nelle famiglie dagli alienati a rivelare la propria disgrazia e la loro diplomazia per avere i suggerimenti della scienza senza far la confidenza al medico.
Perciò usò circospezione e disse che in queste malattie, ancor meno che nell’altre, non ci si poteva fidare dei criteri generali e che la prognosi dipendeva in tutto e per tutto dalle condizioni individuali dell’infermo.
La preoccupazione visibile della signora lo fe’ persuaso di aver colto nel segno.
— Signora mia, disse, condizione prima di una cura seria è una grande, un’intera confidenza nel medico.
In quella un uscio si socchiuse e una giovane signora sporse ansiosamente il capo e chiamò fuori la padrona di casa.
Questa accondiscese con apparente dispetto e stette fuori un quarto d’ora durante il quale il medico intese un vivo e incomprensibile bisticciarsi nella stanza vicina.
Poi la padrona tornò nel salotto di malumore e non riprese il discorso interrotto.
Il medico allora fe’ qualche prescrizione, poi, promettendo di ripassare a vederla, si accomiatò dalla signora ed uscì di là con una grande curiosità di scandagliare il mistero di quella casa.
Il messo ch’era venuto a cercarlo al Belvedere, un vecchietto guercio, gli aveva detto che la sua padrona si chiamava Elvira Stigliano ed era napoletana.
Il barcaiolo che lo tragittò nel ritorno a Santa Margherita aggiunse a queste informazioni che la signora aveva seco un figlio e la nuora, e che questo figlio, malato, lo si vedeva raramente fuori e mai solo.
Il dottore lasciò passare due o tre giorni, poi com’aveva promesso, tornò a Gandria.
Donna Elvira aspettava la sua visita; lo accolse con premura.
Alle domande ch’egli le fece sulla sua salute rispose senza ambagi che non si trattava di lei, che la scusasse se altra volta lo aveva ingannato — che lo aveva fatto venire perchè aveva inteso della sua grande abilità nel curare gli infermi di mente.
— Ed io... ho un figlio...
L’angoscia non le lasciava profferire la triste parola.
Ella disse poi con uno strazio infinito:
— Il mio figliolo è pazzo.
Il dottore le fe’ qualche interrogazione sull’origine della malattia. Ella non sapeva bene; credeva che la causa fosse uno sciagurato amore onde il suo ragazzo era stato preso circa due anni prima a Napoli.
— Il poveretto ha combattuto a lungo; ma l’avevano stregato. Egli voleva sottrarsi alla malaugurata passione, noi dovevamo abbandonar Napoli; ma la sera stessa fissata per la partenza scomparve e dopo parecchie ore tornò in uno stato che faceva spavento; col viso sconvolto, gli occhi fuor dell’orbita; si buttò nelle mie braccia e, fra orribili convulsioni, mi disse: — «o mamma portami via, portami lontano, nascondimi, non mi lasciar appressare alcuno.» — Gli chiesi che gli fosse accaduto — mi disse: «non so più, ho un gran tumulto qui.» — Si stringeva la testa, dava in ismanie come un’anima del purgatorio e ripeteva; — «mamma, portami via, mamma.» — Fu quella l’ultima volta che mi chiamò per nome. L’indomani, per contentarlo, lo menai da Napoli, lo portai a Reggio. Era caduto in un torpore profondo; aspettai ansiosa le settimane e i mesi che questo svanisse e invece era la sua mente che svaniva.
Ella non potè proseguire.
Sedata un po’ la violenza della passione domandò:
— Volete vederlo, il mio Zaverio?
Appressandosi alla camera dell’infermo posta nella parte posteriore della casa, il dottore intese una cantilena dolce e sommessa come d’una madre che addormenti un bambino, una voce così soave e placida che egli si fermò ad ascoltarla.
— Venite, gli disse impaziente donna Elvira.
Egli temeva di spaurir l’angelo che gettava un accento di consolazione in quella sciagura profonda.
Diffatti appena Donna Elvira pose la mano sulla gruccetta, la voce tacque.
Trovarono Zaverio solo, sdraiato sul canapè cogli occhi socchiusi, in una posa di voluttuoso abbandono. Ma uno sgabellino posto davanti a lui e una porta che finiva di chiudersi cigolando tradivano la fuga di una persona. Nella cura colla quale l’infermo era vestito, nell’ordine, nella pulitezza, nel gradevole aspetto di tutta la camera si sentiva una costante e amorevole vigilanza.
Zaverio si scosse, girò intorno i suoi occhi smarriti pieni di ansietà come cercasse qualcuno e parve contrariato.
Il dottore colla madre erano rimasti sul limitare alle sue spalle ed egli non li vide.
Lasciò cadere il capo sul cuscino; poi, ad un tratto si rizzò e cominciò a passeggiare; irrequieto, trasse l’orologio e col dito della destra batteva sul quadrante come contasse i minuti che lo separavano da un appuntamento atteso con impazienza.
Dopo qualche po’ tornò a sedere.
Allora s’appressarono.
Il dottore disse sottovoce alla madre:
— Parlategli.
Ella crollò il capo grigio, poi disse con una passione immensa:
— Zaverio, Zaverio! figliolo mio.... non mi sentirai dunque mai.... mai, creatura mia?
L’infelice le diè appena un’occhiata e alzò le spalle infastidito.
— Vedete? sclamò Donna Elvira, non mi conosce.
E si ritrasse desolata.
Ciò accadeva ogni giorno — ma tutte le volte era per lei una trafittura.
— Non ravvisa alcuno? le chiese il dottore.
— Sì, una sola persona, ed è ancora una ingiustizia di Dio, perchè colei è la causa della nostra disgrazia.
— È qui? domandò vivamente il medico.
— Sì, essa rispose con amarezza, ella è qui, e mi ruba gli ultimi resti della sua povera intelligenza.
Un’avversione profonda traspariva dalle sue parole.
— Eppure, soggiunse, bisogna rassegnarsi; se non la vede egli soffre e deperisce.
— Si potrebbe parlarle?
Donna Elvira lo ricondusse in sala e fe’ chiamare donna Vittoria.
Ma questa mandò a far le sue scuse, dicendo che non era vestita.
— Bene, noi l’aspetteremo, disse donna Elvira con un gesto d’impazienza.
Il dottore non volle la si incomodasse.
Egli doveva recarsi a Lugano: al ritorno sarebbe ripassato.
Ma quando egli tornò, donna Vittoria si sentiva poco bene, s’era buttata sul letto e dormiva.
Donna Elvira trattenne a stento la collera.
— Concetta, disse, avvertite donna Vittoria che il dottore deve parlarle senz’indugio; se ella non può scendere verremo noi da lei.
La cameriera stava perplessa.
— Avreste delle osservazioni? le domandò burbera; andate.
Poi aggiunse:
— Saremmo dunque a’ suoi comandi?
Due minuti dopo entrò donna Vittoria.
Camminava a stento e sembrava un’ombra, tanto era diafana, assottigliata; appena rimaneva in lei tanto di corporeo da albergare il dolore, unico alimento, tirannia suprema della sua vita.
— Il dottore è venuto per Zaverio, disse donna Elvira; gli occorrono degli schiarimenti che voi sola potete dargli. È necessario ch’egli sappia tutto. Vero? soggiunse rivolta al medico.
Questi fe’ cenno di sì.
— È necessario, capite? ripetè donna Elvira.
Il viso smorto della giovane donna si contraeva paurosamente: ella vacillò e dovette sostenersi ad una sedia.
Donna Elvira non si commosse e soggiunse:
— Capivo il vostro riserbo finchè non si trattava che della mia ansietà materna; che importano a voi le mie pene? Ma se è vero che vogliate bene a Zaverio....
Donna Vittoria ebbe uno sguardo di angoscia così intensa che il medico ne fu scosso.
Ma la vecchia signora proseguì inesorabile:
— Se è vero che v’interessiate a lui, dovete dir tutto al medico.
Vittoria ebbe un lampo di collera; un baleno solo; poi chinò gli occhi e mormorò:
— Sta bene....
— Dunque parlate.
Ma ella non poteva parlare.
E donna Elvira stava per prorompere.
Ma il medico s’interpose.
— Per ora non occorre; comprendo il turbamento della signora. Ella mi farà poi, con calma, le sue confidenze. Solo, poichè ella ha qualche influenza sull’animo dell’infermo, la pregherei di accompagnarmi da lui e di assistere alla mia visita.
Donna Vittoria si alzò allora e, senza dir parola, lo condusse di nuovo nella camera di Zaverio.
La madre li seguì.
L’infelice passeggiava ancora a capo chino.
Voltandosi, vide Vittoria: le venne incontro, la guardò in viso attentamente, poi disse:
— Sei sempre in collera?
Ella trovò nel suo turbamento il coraggio di sorridergli, gli prese la mano e rispose:
— In collera, no. Tu sei tanto buono.
Zaverio stette un po’ soprapensiero, poi crollò il capo.
— Tu sei in collera. E sai che non l’ho fatto apposta. E’ lui che l’ha voluto. Oh quell’uomo è pazzo!
Egli sembrava desolato.
— Perdona, perdona, sclamava.
Repentinamente ritrasse la mano; si scostò da lei, e gridò:
— No, no: ciò che tu vuoi è orribile.... io uccidere il mio re?... orribile, orribile!
Giungeva le mani, se le torceva convulso, sembrava un uomo posto alla tortura, che supplica il suo aguzzino.
Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e, carezzevole, cercava di calmarlo:
— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!
— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.
E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.
La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:
— Dio mio! Dio mio!
Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle parole.
— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu a Milano.
— E non le dice che a donna Vittoria?
— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.
Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.
Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito, e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di svolgerlo; ma inutilmente.