XIV.
L’indomani il tempo era brutto; cadeva una acquerugiola minuta minuta, avanguardia dell’autunno imminente.
Il dottore non uscì dall’albergo. Passò la sera davanti alla scrivania leggendo e fantasticando e grogiolandosi nel lume temperato, nel dolce tepore della sua camera, mentre la pioggia spinta dai radi buffi di vento veniva a picchiare piano piano nei vetri della finestra nera per le tenebre esteriori.
Sul tardi il cameriere venne ad avvertirlo che una donna chiedeva di lui mostrando una gran premura di parlargli.
— Una donna! e che vuole? sclamò indispettito al solo pensiero che lo si volesse far sortire a quell’ora e con quel tempo.
Tuttavia consentì a ricevere l’ignota visitatrice.
Il servo l’introdusse senza cerimonie. Essa indossava un ampio vaterproof scuro: poteva benissimo esser presa per una serva. Il cappuccio rialzato celava i lineamenti del viso. Ma il dottore riconobbe subito donna Vittoria.
Fe’ un passo avanti e s’inchinò profondamente.
Quella donna così severa entrò senza peritanze, senza inquietudine di trovarsi sola e di notte nella camera di un uomo elegante e ancor giovane.
Era tutta fradicia e aveva i piedi e il lembo della veste lordi di fango.
La sorpresa permise finalmente al dottore di ricordarsi i doveri dell’ospitalità. Egli gettò della legna nel caminetto, accese egli stesso un po’ di fuoco, tirò vicino una poltrona, vi fe’ adagiare la signora.
— Voi venite da Gandria, a quest’ora? le chiese.
— Sì.
Il medico la guardava sempre stupito.
— Sola?
— Ah, sclamò subitamente donna Vittoria, con Gabriele il mio servo. Egli è rimasto fuori. Chiamatelo.
Il dottore andò alla finestra, vide sul piazzaletto dell’albergo un uomo che aspettava ritto al buio, senza curarsi della pioggia che continuava a cadere.
Lo chiamò per nome.
Il vecchietto entrò poco dopo. La signora gli indicò l’angolo della finestra, egli vi si ritirò, sedette sopra uno sgabellino, chinò la testa fra le ginocchia e rimase là immobile colla docilità di un cane di guardia.
Il dottore, in piedi davanti la signora, aspettava ch’ella parlasse.
— Ho dovuto venir di notte, mentre Zaverio dorme; io non l’abbandono mai, — e sono qui per lui. Voi avete detto ieri che, per curarlo, vi bisognava saper tutto e ciò che ho da dirvi non potevo dirlo che a voi da sola a solo.
Il medico indicò con un cenno del capo Gabriele.
— Oh! egli sa che il suo dovere è di non sentir nulla.
La camera era del resto abbastanza vasta perchè non si capisse da un capo all’altro quel che si diceva.
Il medico prese una sedia e le si pose di fronte.
La baronessa gli raccontò rapidamente, senza troppi particolari, le strane circostanze in cui aveva conosciuto Zaverio, — e, più laconicamente ancora, il come egli si fosse appassionato per lei. Poi s’interruppe e soggiunse frettolosa, come la parola le scottasse le labbra:
— Una notte mio marito fu trovato morto nella sua camera.
Il medico che l’aveva ascoltata con grande attenzione la guardò fiso e domandò:
— Morto? come?
Vittoria abbassò ancora la voce e, in modo appena intelligibile, rispose:
— Si constatò il suicidio....
— Signora, disse severamente il medico, signora, voi avete promesso di dirmi tutta la verità; io non son venuto a chiedervela, voi l’avete promesso, siete venuta per dirla — altrimenti a che servirebbe la vostra visita?
Donna Vittoria si strinse le tempia fra le palme e lasciò sfuggire un gemito angoscioso.
— La vostra curiosità, disse con amarezza, non ne ha abbastanza?
— Io non so spiegarmi perchè vi siate rivolta ad un uomo che non onorate della vostra fiducia.
E, dopo una pausa, rabbonito, proseguì:
— Una volta si diceva che non giova ingannare il confessore; e la sentenza è anche più giusta per il medico. Capirete anche da voi stessa che dal vostro racconto non appaiono le cause sufficienti della infermità. Se vostro marito, perdonate se insisto, se vostro marito... si fosse suicidato....
— Ebbene, l’interruppe Vittoria levando il viso in atto di sfida, violento, quasi feroce, l’ho ucciso io.
Il dottore diè indietro; una convinzione invincibile gli si levò subitamente nell’animo.
— No, sclamò con fermezza, l’ha ucciso Za....
Donna Vittoria gli si gettò ai piedi in ginocchio, e, colle mani tese, lo supplicava di tacere.
Il medico, turbato, la rialzò e le sussurrò nell’orecchio:
— Rassicuratevi, il mio ufficio è tutto di salute.
Ella gli volse uno sguardo di riconoscenza ineffabile.
Poi una nuova inquietudine la prese.
— Nessuno ci sente qui?
— Nessuno, vi do parola.
Si lasciò ricadere affranta nella poltrona: nascose il viso fra le mani. L’emozione violenta piegava quella sua fibra d’acciaio.
Il medico la guardava impietosito. Dei brividi strani le scorrevano le membra. Il lume della candela cadeva su quel capo curvato dal dolore: ella aveva dei capelli bianchi!
Il fuoco s’era spento: la pioggia picchiava sempre nei vetri. L’orologio del caminetto battè la una.
Vittoria si rianimò finalmente.
— Voi lo guarirete? chiese.
— Faremo tutto ciò che sarà possibile: voi mi aiuterete, avrete confidenza.
— Sì, ascoltate, voi dovete saper tutto.
Il medico voleva, per riguardo, risparmiarle allora quello strazio: la pregò di differire ad altro momento il suo racconto.
Ma ella insistè, disse che il più tosto era meglio, che non sapeva quando avrebbe potuto parlargli liberamente. E soggiunse vivamente:
— Oramai non si tratta più di me.
Riprese il suo racconto, e coraggiosamente, con altrettanta franchezza quanta era stata prima la sua esitanza, gli ritessè le scene del dramma funesto svoltosi due anni innanzi nel villino a Mergellina.
Quando, nel riandare le tristi memorie della sua alterezza fatale, il rammarico le dilaniava troppo crudelmente il cuore, ella si fermava un minuto a pigliar forza — un minuto solo e proseguiva.
Fe’ intera la confessione; inesorabile per sè, indulgente e generosa per Zaverio; attenuò, palliò, giustificò le debolezze, le colpe di lui, ma fu senza pietà per le proprie; accusò senza reticenze e di tutto l’accaduto la propria superbia; denunciò le insidie, gli incitamenti, le provocazioni e l’ultimo tranello per cui aveva spinto lo sciagurato giovane all’omicidio.
Non disse affatto i proprii affanni, le proprie torture dopo la catastrofe; e certo non era la parte meno interessante della lugubre storia.