II.

Al castello, nell’antica stanza matrimoniale, sta agonizzante la vecchia signora Maria Cristina Matilde di Roveglio, contessa vedova del conte d’Ormeto, di Ronco e di Valonghera, che fu dama d’onore della regina Maria Teresa.

Al suo capezzale, seduta colla testa nascosta fra i guanciali, v’è una giovine donna: — la contessina Maria. Ha poco più di ventun’anni ed è la terza volta che assiste ad una agonia; ha perduta la madre, poi il padre: se ora le muore la nonna, resterà sola al mondo.

A piè del letto v’è un omaccione membruto con abito fra il contadino e l’operaio; colle braccia conserte sul petto fissa, cogli occhi inebetiti dal dolore, la morente.

Gli arredi della stanza ricordano una grande ricchezza passata e rivelano una più grande angustia presente: il letto, vasto e pesante mobile del tempo dell’impero, ha perdute le sue dorature: il baldacchino rotondo di damasco violetto ha le cortine sfilacciate ed ha perdute le ghiande d’oro: le sedie hanno i cuscini pieni di strappi e di rimendature: il vasto specchio della console è tutto macchiato: le tende di velluto delle finestre sono sbiadite e corrose dalla polvere. Una meschina lucernetta ad olio gitta su quello squallore dei riflessi fiochi e sinistri.

Le ore vanno lente e pesanti: il silenzio profondo non è interrotto che dal respiro affannoso della contessa, la quale abbandona sul guanciale il viso smunto, emaciato, più bianco della trina che lo cinge.

Entra il pievano in punta di piedi, s’accosta riguardoso al letto, esamina la malata lungamente: la saluta, le susurra qualche parola di conforto. Poi si ritira presso all’uomo che è nella stanza e gli dice sottovoce:

— È molto tempo che è così?

— Da stamattina.

— Non parla più?

— No, quando la signorina le rivolge la parola, la guarda, sembra conoscerla, sembra capire quel che le dice, ma non risponde.

— Il medico è venuto?

— No, da tre giorni non s’è fatto veder più: sono stato a chiamarlo oggi e mi ha strapazzato: dice che non c’è più nulla da fare.

Il prete crolla il capo dolorosamente e dopo qualche minuto soggiunge:

— Sapete, Pasquale, cosa dovete fare? Qui sotto alla Cascina della trena è arrivato da ieri il sor medichino. Chiamatelo lui.

Pasquale s’incammina verso la porta e poi torna indietro.

— Debbo dirgli che è lei, che lo prega di venire?

— No, no; fate voi come voi.

Pasquale esita un po’, poi si dispone ad uscire; ma la contessa fa un gemito doloroso che lo arresta sulla porta: essa si agita, fa degli sforzi per parlare; il pievano e Pasquale accorrono presso di lei; la contessina alza il capo attonita.

— Che vuole? — chiedono tutti e tre in una volta.

La contessa raccoglie tutte le forze e con un filo di voce risponde:

— No... non... vo...glio colui!...

— Chi?... — domanda il pievano perplesso.

— Il medichino? — soggiunge Pasquale; egli ha indovinato perchè la contessa fa cenno di sì.

— Perchè non lo vuole? — entra a dire la contessina, — egli può ordinarle qualcosa che la sollevi, le faccia bene.

La vecchia le gitta uno sguardo imperioso, quasi collerico, e ripete boccheggiante: — ... non voglio.

Poi rovescia il capo da una parte, la bocca le si torce convulsa, le pupille le si nascondono sotto le palpebre: il rantolo si fa più stridulo e intermittente.

— Oh nonna, nonna mia, — grida la giovinetta. — Ella muore.

— No, forse non è che uno svenimento; s’è inquietata un poco... se aveste qualche cosa da darle... un po’ di vino... presto, Pasquale, un po’ di vino.

Pasquale rimane ancora perplesso: il suo volto vergognoso vuol dire che non v’è in casa una sola goccia di vino.

Però il vino non serve più. La contessa è proprio agli ultimi istanti della sua vita, le sue mani si irrigidiscono, il suo viso si scolora, la sua bocca si spalanca, il suo respiro si affievolisce rapidamente.

Il pievano dice a Pasquale: — Da basso c’è il figlio del mio massaio che è venuto a farmi lume per la strada, dite che corra dal sagrestano e faccia suonare l’agonia. — Poi estrae dalla tasca la stola e la pianeta, le infila prestamente al collo e al braccio e venuto presso il letto si curva sulla moribonda e le dice forte nell’orecchio: — Signora contessa: si faccia coraggio, si raccomandi al Signore, alla Vergine santa sua patrona; dica con me nel suo cuore: «Signore, sia fatta la vostra volontà, se volete lasciarmi ancora un poco quaggiù per servirvi, — e sia pur fatta, se volete chiamarmi a voi. — »

La contessina si slancia sul letto, getta le braccia intorno al capo della nonna e la bacia e la chiama e singhiozza miseramente.

Il prete la rimuove dicendole: — No, essa l’intende, e le fa pena. — E soggiunge nell’orecchio dell’ammalata: — Si raccomandi con tutta l’anima al Signore che le vuol bene, che vuol ricompensarla della sua sofferenza; dica: — «Gesù vi offro i miei dolori.»

Così continua a confortarla. Il vento autunnale soffia e stride per le commessure delle imposte e fa tremolar la fiammella fumosa della lucernetta: le tappezzerie mal ferme si incartocciano e gemono e i mobili scricchiolano dolorosamente.

La campanella della chiesa getta i rintocchi dell’agonia.