II.
Luscià tornò nei dì seguenti.
Il conte spiava il suo passo leggero, la sentiva venire di lontano, distingueva fra i mille rumori della campagna il fruscio ch’ella faceva nelle frasche dei noccioli e delle mortelle. Era un soffio di vita che veniva a lui, a riscuoterlo dal travaglioso torpore della sua noia.
La sua giornata aveva oramai un punto luminoso, una mezz’ora di beatitudine; e lo seguiva una dolcezza sempre maggiore, sempre più lunga, che a poco a poco invadeva le tristissime meditazioni, compenetrava la sua solitudine.
Del resto egli non era invaghito di lei; appena ricordava i suoi lineamenti; non s’era mai chiesto, se fosse bella. Non la guardava, non la desiderava, la sentiva; e come qualcosa di sacro, di soprannaturale. Ella veniva in nome di un sentimento augusto; era quasi la personificazione della sua pietà figliale.
Erano due adorazioni che s’incontravano.
E finalmente una volta egli uscì dal suo nascondiglio, — si fe’ innanzi lento, riguardoso e venne a porsi alla sua destra sull’inginocchiatoio stemmato.
La giovinetta dapprima non lo avvertì quasi, gli diè appena un’occhiata distratta e indifferente, come si fa in chiesa con un ignoto che sopraggiunge.
Ma poi cominciò a guardarlo con curiosità, e subitamente fatta accorta del luogo dov’era, si alzò ed uscì frettolosa.
Il conte la seguì.
Ella si cacciò nelle macchie del parco; sgattaiolò nel più fitto dei rami incatricchiati senza far più rumore di un lepratto che fugge. Appena un leggiero ondeggiamento di fratte indicava il suo passaggio; qualche volta anche questo cessava, ella sembrava sparita sotto terra; ma il fruscio incominciava a una ventina di passi più in là.
Il conte le tenne dietro per svolte e sentieruoli; avrebbe voluto chiamarla, ma non sapeva come; la inseguiva per rassicurarla.
Questa caccia singolare durò più d’un quarto d’ora.
Il conte era arrivato al muro di cinta; aveva perduta la pesta; la zingarella era forse uscita da una delle numerose breccie del bastione. Si buttò disteso sopra un cespuglio di felci, tutto vergognoso di averla lasciata scappare, pensando ch’ella non sarebbe più tornata; si rammaricava della propria balordaggine, quando la fanciulla venne improvvisamente a passargli dappresso.
Il conte balzò in piedi, ed ella, come selvaggina sorpresa, si fermò di botto. Lo guatava cogli occhioni spalancati con una selvatichezza fra lo spaurito e il malizioso.
— Perchè scappate, figliuola? le domandò con dolcezza il conte.
Ella non rispose.
— Come vi chiamate?
— Luscià, figlia di Wanka, disse la zingarella.
— Avete ancora vostro padre?
— Padre no...
— E Wanka?
— Non so, mi dicono figlia di Wanka, ma è morto.
Parlava speditamente un italiano scucito; filza di parole più che altro, ma di parole esattissime.
— E vostra madre?
— Morta.
— Con chi state?
— Sto con Nick figlio di Peter; aiuto mami Nad, ella mi ha allevata.
— Chi è Nick?
— Nick è figlio di capo: il suo carro cammina alla testa degli altri.
— Nick è vostro parente?
Ella non capiva.
— Nick e voi siete della stessa famiglia?
Luscià fe’ cenno di sì, restò un po’ soprappensieri, poi soggiunse:
— Egli mi sposerà se Dan non vorrà darmi al suo Succeawa.
— Chi è Dan?
— Il padre Dan è il fratello di Peter, fratello di Wanka, — è il capo, egli segna la via.
— Succeawa è suo figlio?
— Sì.
— E dov’è Dan?
La fanciulla si volse dalla parte di mezzodì, stese la mano verso la grande pianura della Sesia e disse:
— Là al mare. Verrà l’altra luna e passeremo tutti le montagne.
— Dove andate?
— Al gran fiume, alla Donau a prender cavalli; là farò le nozze.
— E, disse il conte dopo un po’ d’esitazione, volete bene a Nick?
Ella lo guardò stupita.
— A Succeawa allora?
Rimase interdetta... non capiva...
— Chi volete sposare?
— Non so, disse ella candidamente.
Il conte arrossì.
— Quanti anni avete?
Diventò pensierosa; si raccolse un momento.
Poi sporse il pugno destro e, aprendolo tre volte colla sinistra, disse:
— Cinque e cinque e cinque.
Il suo aspetto ne dimostrava di più.
Il conte le stese la mano.
Ella la prese, la recò, fissandolo in volto, alle sue labbra, e la baciò.
Una gemma ch’egli teneva al dito mignolo fe’ brillare ne’ suoi occhi un lampo di cupidigia.
Al conte non isfuggì quell’occhiata.
— Vi piace?
E senz’altro, levato l’anello, glielo porse.
Luscià lo prese vivamente e lo nascose nel corsetto, dicendo:
— Mami Nad e Nick me lo piglierebbero.
Seguì una pausa.
Il conte sembrava assorto in profonde meditazioni.
La giovinetta s’era seduta sull’erba. Lo guardava sempre con quella sua aria di curiosità servile e provocante. Poco a poco, dalle sue pupille profonde, scattava un’espressione di viva meraviglia.
— Tu, bel rai, non vuoi nulla da me? domandò con voce gutturale, quasi roca.
Il conte, distratto, non rispose.
Ella si alzò.
Il conte le chiese:
— Luscià, tornerete?
Fe’ segno di sì.
— La mia casa è aperta; venite quando vorrete, egli soggiunse.
La giovinetta si allontanò.
Da quella parte erano cresciuti sul margine del bastione alcuni cespugli di alborno che protendevano i loro rami sulla fossa sottoposta, donde salivano ad aggrovigliarvisi coi loro viticci tenaci l’edere, le madreselve, e una petulante tribù di liane dalle bacche vermiglie, dai fiorellini bianchi, rosati, violetti, dai grappoli porporini.
La zingarella s’aggrappò ai rami del cespuglio, un momento, poi scivolò giù fra le liane, districandosi lestamente da quel fitto viluppo senza che un solo capello o un filo del corto gonnellino rimanessero impigliati.
Quando fu a terra spiccò la corsa giù per la china, gettando acuti gridolini festosi; l’erbe si curvavano appena sotto il suo piede, e le innumerevoli margherite si rialzavano, quand’era oltrepassata, come grand’occhi spalancati a contemplarla.
La fanciulla scendeva tagliando di sbieco la costa verso il poggetto dove stava accampata la sua gente. Le tende degli zingari rosseggiavano al sole cadente. I fuochi erano accesi nel circolo; il fumo denso, bianco, usciva dall’accampamento, e la brezza vespertina lo piegava al suolo, lo sparpagliava in fiocchi tremolanti.
Luscià scomparve come in un’aureola.
Tale fu il primo incontro del conte colla bella vagabonda, incontro di due destini infelici, di due esistenze reiette.