IX.
Egli si siede e conversa una mezz’ora con lei. Nei discorsi della contessina le nubi della malinconia si squarciano qua e là e compare qualche fugace lembo di azzurro. — La convalescenza è sempre una primavera, e, — quando si hanno vent’anni, — una festa, un ineffabile tripudio della vitalità entro le fibre, che invade a poco a poco lo spirito e lo riempie di gioia.
La contessina è sinceramente mortificata di non sentirsi afflitta come le pare di dover essere, e fa di tutto per spegnere le liete vibrazioni che il suo cuore manda al suo cervello: ma non sempre ci riesce: i moti del cuore si ribellano di quando in quando e la vittoria rimane a loro; — però è una vittoria fugace che il dolore sincero arriva ad imbrigliare in tempo.
Prima che il dottore sorta, vedendo che egli la saluta con gravità maggiore dell’altre volte, gli domanda con sollecitudine:
— Tornerà a vedermi?
— Stassera sì.
— E domani?
— Domani spero che lei non avrà più bisogno dell’opera mia.
La sera la contessina Maria è divenuta pensierosa; nel congedare il dottor Giulio, gli dice in un certo modo inesprimibile:
— Vedrà, domani sarò ancora malata.
E quando il giorno dopo Giulio entra nella camera e la trova bene oltre ogni desiderio, essa si abbuia in viso ed esclama:
— Vuol credere che sono stata malata fino adesso? almeno ero di cattivo umore; l’una cosa è segno dell’altra.
Infatti essa ha gli occhi rossi: ha pianto.
La contessina aggiunge ingenuamente:
— È curioso che quando ella è qui io mi sento benissimo, appena esce m’accorgo che avevo mille cosucce, una quantità di mali da confidarle.
Giulio, che per solito è sempre molto serio, sorride a queste parole, e con piglio che vuol parere scherzoso, ma non è troppo calmo:
— Ebbene, facciamo così: io tornerò finchè essa se ne ricordi, — oppure se ne dimentichi affatto... dei suoi mali.
Il tempo è freddo, invernale; perciò il dottore va a rilento nel permettere alla convalescente d’alzarsi, ed essa osserva scrupolosamente il suo divieto.
Poi le concede di lasciare il letto con precauzione, poco alla volta, solo per qualche ora nel mezzogiorno, e intanto continua le sue visite, nè più nè meno come prima, perchè la contessina è afflitta e piange sempre quand’egli non c’è.
Egli viene al mattino un po’ più tardi quando ella è alzata: — essa si siede in una poltrona accanto al camino, ed egli le tiene un po’ di compagnia.
I suoi consigli le fanno bene; ella si rasserena leggermente, — promette di non pensare a «cose brutte».
E ciò è tanto più singolare, che anche questi consigli egli li dà con viso scuro e malinconico.
Quando sono insieme, quello che ha più bisogno di conforto, di svago sembra lui, il dottore. Una volta essa, scherzando, glielo fa notare; e questo scherzo, invece di farlo ridere, lo turba.
Egli si mostra ogni giorno più triste: una sera la contessina gli domanda:
— Si ricorda quel che le dissi alla sua prima visita? La mia amicizia porta disgrazia. Si guardi dalla iettatura!...
Il dottore scuote il capo, e poi:
— Crede lei ch’io sia suo amico?
— Certo.
— E perchè lo crede?
— Ma... per il bene che mi ha fatto, per le sue premure...
— Tutto questo non è che dovere; sa lei che chi di noi due è creditore è ancora lei?
— Come! — sclama con stupore la contessina.
Il dottore non risponde; egli è inquieto, pare volerle dire qualcosa, ma si vede che non sa decidersi a cominciare.
La contessina Maria lo guarda fiso stupita, e ripete:
— Si guardi dalla iettatura, dottore.
Giulio risponde vivamente con gesto di dolore:
— Oh il iettatore credo d’esser io! e mi pare che tutto qui intorno, questi muri, questa casa mi insinuino il malefizio.
Maria è oltremodo sorpresa e chiede nuovamente:
— Come?
Ma anche questa volta il dottore non risponde.
Poco alla volta il malumore di Giulio si fa contagioso, e s’apprende anche all’animo di lei. I loro colloqui riescono scuciti, qualche volta penosi. Tutti e due fanno spesso strane imprudenze; toccano inavvertitamente dei tasti scabrosi, stridenti, e allora, — è finita, — una sgraziata, irreparabile atonia insorge tra loro; — la conversazione langue, gli sforzi per rianimarla staccano altre note discordi: non si capiscono più, dicono l’opposto di quel che vogliono dire, e poi non sanno più dir nulla e succedono lunghi quarti d’ora di uggioso silenzio. Dopo una lunga e inutile scherma si separano molto malcontenti di sè stessi.
Una sera Giulio arriva mentre Maria sta scrivendo: egli è spiacente di essere venuto a frastornarla e vuole andarsene. Maria lo prega di rimanere; egli insiste per partire, essa insiste per indurlo a trattenersi e soggiunge che non permetterà mai ch’egli sorta così; poi, approfittando del suo esitare, accosta una poltrona al camino e, tirandolo pel braccio con dolce violenza:
— Si segga, suvvia, un pochino soltanto. Vuol far cerimonie qui — in casa sua?
Giulio, a queste parole, corruga involontariamente la fronte; essa se ne accorge, s’accorge di avere incespicato in un ginepraio e rimangono tutti e due confusi e senza parola.
Finalmente Maria si fa coraggio e dice:
— Se lei mi promette di restare, io finisco la mia lettera.
Giulio siede. Maria torna allo scrittoio; in due minuti ha finito, piega la lettera e comincia la soprascritta; ma si ferma a mezzo e si volta a Giulio.
— Sa lei l’indirizzo del marchese di Pamparato? in via Borgonuovo, numero nove o numero diciannove?
— Mi pare diciannove, — risponde Giulio. Il marchese è suo parente?
— No, egli dirige il ritiro delle Vedove e nubili a Torino, e siccome un dì o l’altro io dovrò uscire di qui...
— Perchè?
— La sua famiglia...
— Oh!
— Volevo dire che la sua famiglia ha premura — insomma bisogno dell’appartamento.
Nuova confusione e nuovo silenzio più lungo e più fastidioso del primo.
Stavolta è Giulio che domanda a Maria:
— Che pensa lei di... della mia famiglia?
— Io... nulla...
— Non sa delle animosità che esistevano tra la sua casa e... la Cascina? Non gliene hanno mai parlato?
— Sì, la nonna... So ch’essa e Giacomo... il signor... suo nonno, non andavano intesi...
— Da che parte crede stesse il torto?
— Io non sono buona di pensare alle cose serie, gliel’ho detto; è una storia lunga che non ho mai potuto capire, un vero garbuglio di liti, di vendite, di sentenze, di ipoteche... Lei saprà cosa sono...
— Sì, pur troppo, signorina, sono strumenti d’odio e di rancore, di un’avidità maligna, astiosa...
E Giulio s’interrompe, si morde le labbra. Poi:
— Che opinione ha lei di me?
— Chi?
— Lei...
— Io... certe cose, dottore, non si dicono in faccia.
Ma, parendole leggere un dubbio sul volto di Giulio, soggiunge con una dolce serietà:
— Come potrei pensar male di lei?
— Oh dei motivi ne avrebbe d’avanzo.
Maria non comprende. Giulio non sa o non vuole spiegarsi: egli si trova impacciato.
Cosa strana! finiscono così tutti i loro colloqui, nei quali essi, con gentile intenzione, per delicato riguardo l’un per l’altro, si sforzano di parere più sereni e più tranquilli; — lo scherzo, la celia più innocente lascia sempre nei loro discorsi una traccia sinistra, come quei razzi falliti che esalano uno sgradevole puzzo di nitro e di zolfo.
È molto meglio quando lasciano che l’anime loro si aprano liberamente nella conversazione; s’intendono allora, passano insieme delle lunghe ore senza sforzo, senza pena, di una malinconia soave che fa bene, che pare uno sfogo a tuttedue. La contessina Maria richiama i ricordi dolorosi, gli stenti, le umiliazioni, i trambusti della vita girovaga che ha menato col padre, e conchiude sospirando:
— Povero papà, era pur buono!
Poi anche gli confida la triste monotonia degli ultimi anni, quando, morto il padre, fu raccolta dalla nonna fra nuovi dolori e nuovi stenti assai più penosi... Talvolta, senza volerlo, lascia capire le durezze patite dalla vecchia contessa, animo altero, carattere forte, inasprito dalle sciagure. Essa tuttavia la rimpiange sinceramente: non pronuncia mai il suo nome senza piangere, e, quando s’accorge che le proprie parole possono lievemente offenderne la memoria, si diffonde in lunghe giustificazioni, che non sempre ottengono l’effetto desiderato, ma sono sempre prova incontestabile dell’amore di lei. Il dottore ascolta con attenzione, fa qualche osservazione, e poi il discorso si avvia tranquillamente; e, alla fine, si separano riconoscenti l’uno all’altro, lei d’aver potuto ricordare, egli d’esser riuscito a dimenticare.