VIII.

Le nozze si fecero il giorno di San Giovanni.

Un’ora prima della cerimonia il conte Emanuele venne a trovar Luscià nella casa lasciata dalla contessa alla nutrice Brigida, dove Luscià dimorava da una settimana attorniata da un piccolo esercito di sarte, di crestaie e di cucitrici.

— Luscià — le disse commosso — noi vivremo d’ora innanzi sempre insieme: tu sarai la mia signora; e così tu possa essere contenta nella mia vecchia casa com’io desidero. Io farò sempre il tuo volere, e tu che farai per me?

— Non so, rispose la giovinetta ingenuamente.

Allora lo sposo la prese per mano, e, con una gravità piena di tenerezza, le parlò lungamente degli obblighi e dei diritti della nuova condizione, di questi più che di quelli, delle sue premure più che delle sue esigenze; — accennò ai riguardi dovuti al suo grado, non chiese nulla per sè stesso. Egli non cercava il piacere, non chiedeva la felicità, voleva darla.

La giovinetta non disse nulla; seria, immobile, gli fissava in volto uno sguardo vago, meditabondo.

Comprese ella la sua devozione?

Al conte parve di sì.

Dopo la benedizione nuziale nella cappella del castello, il conte condusse la sposa nel suo appartamento.

Quivi Luscià spiegò tutto il suo corredo, le sue vesti, i suoi gioielli, e fatte entrare le donne della sua gente, quante ce ne capivano, indossò l’una dopo l’altra innanzi a loro tutte quelle meraviglie; segno visibile e più invidiato della sua fortuna.

Le zingare la contemplavano a mani giunte, scoppiavano in grida d’ammirazione, di religioso entusiasmo.

La birichina, la compagna delle loro corse vagabonde, che aveva diviso i loro cenci, con la quale si erano cento volte accapigliate — si trasfigurava per quello sfolgorìo di colori e di splendori in qualcosa di rispettabile, di adorabile.

Al pranzo non assistettero che il sindaco e il dottore; i due testimoni del matrimonio. Il conte aveva pregato Dan di venire, ma egli preferì rimanersene re nella propria tenda: solo richiese un’enorme quantità di provvigioni per banchettar la sua gente.

Le nozze, malgrado l’assenza della nobiltà, cui la casa di Peveragno apparteneva, furono festeggiate in modo straordinario, colla munificenza rozza e strepitosa delle leggende orientali e delle saghe scandinave, compresi i banchetti colossali senza fine e le baruffe, gli alterchi di razza fra i paesani e gli ospiti.

Tutte le sparse squadre della tribù erano venute a raccogliersi intorno al loro vecchio capo. V’erano gli uomini di Cihari, quelli di Andrea, quelli di Gurka, di Barbà. Dal castello alle case del paese, fra i castagneti, ai due lati della strada, era tutto un accampamento; un vero e grande villaggio di tende, un formicolìo lurido e pittoresco, una gozzoviglia vivace, clamorosa, sterminata.

Dan convitò tutti i capi famiglia a San Nazario: i giovani, le donne, i ragazzi mangiarono, sdraiati sull’erba sui margini della strada, sparpagliati per la china a gruppi, a capannelli intorno alle marmitte, alle cucine, ai fornelli improvvisati.

Dopo il vespro gli sposi discesero al Ronco di San Nazario.

Luscià col suo abito di raso bianco a pagliuzze d’oro era sfolgorante, tutti i romes si alzarono per renderle omaggio. Il solo Nick rimase fermo sull’erba, col bicchiere fra le labbra: i suoi denti stritolarono il cristallo. Nessuno guardò il conte; appena Dan si degnò fargli dire da Cihari che il vino datogli era cattivo.

I capi si accosciarono di nuovo sull’erba e Luscià presentò loro la coppa del buon pronostico; ciascuno beveva e le faceva ad alta voce un augurio.

Quando venne la sua volta, Nick aggiunse al saluto d’obbligo alcune parole smozzicate fra i denti. La giovane balenò; uno spruzzo di vino cadde sulla sua veste nuziale e le fe’ una piccola macchia sanguigna.

Il giro, cominciato da Dan, si chiuse con lui: egli bevette il primo e tornò a bere per l’ultimo: egli aggiunse stavolta al complimento una piccola monetuzza d’argento che gettò nella coppa.

Ma Luscià notò che al suo fianco era vuoto il posto di Suceawa, il quale, come figlio del balubassa, aveva diritto di assidersi alla mensa d’onore.

Le libazioni più frequenti e numerose scomposero la gravità dell’assemblea. Luscià si scostò dal circolo: aveva visto Suceawa disteso al sole in mezzo al prato. Gli si avvicinò. L’infelice si dibatteva sotto il brivido della febbre.

Lo chiamò per nome carezzevolmente; e gli offerse la coppa che aveva riempita per lui.

Egli si voltò, la guardò stupita un momento: poi prese la coppa, vi accostò le labbra, — ma tosto la gettò come gli scottasse le labbra, e si ravvoltolò con un rantolo angoscioso sul terreno.

Luscià si chinò; gli prese la fronte tra le mani, e cominciò a parlargli: egli singhiozzava. Ma ad un tratto si adombrò, si contorse di nuovo, la respinse.

Ella tornò al Ronco.

Il convito era finito; l’orgia cominciava.

Nuovo vino era venuto dal castello, e questa volta Dan s’era degnato d’invitare il conte a sedere al suo fianco.

Il conte lo interrogava sugli antichi ricordi, sulle credenze, sulle sciagure della sua razza, e il vecchio giudice gli rispondeva:

— Le nostre donne pregano tutti i dewol della terra, e ciò non mi ha mai fruttato un solo para: l’importante è aver molti cavalli e che siano sani; ma tutti oramai chiudono i prati alle puledre dei romes, e l’erba dei fossi è insalubre.

Le più giovani della tribù danzavano il tanàna. Accosciate in semicerchio dicontro al capo, dondolavano a cadenza la persona tutte insieme, come steli di fiori ripiegati dalla brezza; il tuono lamentevole, dolce del moscalu, simile a quello di un’antica zampogna, accompagnava quei moti di una mistica malinconia.

Poi una si alzava, veniva innanzi e cominciava a girare con atto cauto e voluttuoso sulla punta de’ piedi; e la voce flautina dei naiu subentrava a quella della zampogna.

Poi anche il naiu taceva; dalle nove corde di una cobza scattavano strida acute, fieri accordi passionati, e un’altra danzatrice si lanciava nel mezzo e girellava vorticosamente, battendo le nacchere con frenesia d’ossessa, finchè cadeva sfinita.

Finalmente tutte l’altre s’alzavano e intrecciavano le mani, girando in cerchio da destra a manca e da manca a destra, come il coro greco. Poi la danza, composta ancora, diventava voluttuosa, poi concitata, furiosa, col frastuono e i contorcimenti di un trescone sfrenato.

La luna, vagando sopra le risaie della sottoposta pianura, dava alla scena il fantastico sfondo di qualche remota palude del Gange.