X.

Dopo una settimana la baldoria non era ancora finita; si ravvivava immancabilmente ogni sera e durava buona parte della notte; danze figurate, giochi, rappresentazioni di burattini, si succedevano con una varietà, che il genio fantastico e carnevalesco degli zingari rendeva inesauribile.

In una cosa erano pur troppo monotoni; nel mettere a contributo la liberalità del conte; in castello, dopo le nozze di Luscià, la loro petulanza non aveva più limiti, facevano come in casa loro; Antonio era caduto ammalato, s’era chiuso nella sua stanza e aveva detto ai suoi dipendenti di non venirlo a frastornare, finchè un solo zingaro rimaneva in Peveragno. — Dopo, quando, se Dio vorrà, saranno tutti partiti, se sarò vivo ancora, venitemelo a dire.

Le ruberie si stendevano anche alle case, agli orti del villaggio e specialmente alle cascine; colà gli zingari trovavano minore arrendevolezza; le busse cominciavano a spesseggiare, e chi le prendeva erano, invariabilmente, i figli delle donne; perchè, come osservò il sindaco, nell’arte del picchiare i figli dell’uomo valgono meglio.

I derubati assaltavano a caso il primo zingaro che capitava loro sottomano «la punizione non cascava ad ogni modo in terra, ma su autentiche spalle di ladro» — venivano nelle tende e vi mettevano tutto a soqquadro.

Ma ciò non serviva a correggerli; i fittaioli e i massai scelsero fra loro una commissione di notabili e la mandarono dal conte.

Essi, con licenza parlando, con tutto il rispetto dovuto ai parenti della signora Contessa, fecero le loro brave lagnanze e lo pregarono di dare lo sfratto a quella marmaglia, prima che accadesse qualche disgrazia.

— Non si può pretendere, disse arditamente Gervaso, che un pover’uomo, il quale ha sgobbato tutta l’annata per pagare puntualmente il fitto, le imposte, stia colle mani in tasca, a veder dissipare i suoi sudori sacrosanti.

Antonio, il fabbriciere dell’Annunziata, aggiunse che, oltre a tutto il resto, quella genìa dava, al paese, un tristissimo esempio.

— Le loro donne sono tutte di quelle, smaliziano i ragazzi e li spingono a rubare; poco più che si vada innanzi, anche i nostri servitori diventano zingari.

Il conte promise di contentarli; anch’egli cominciava ad essere impensierito.

Luscià, cangiando stato, non aveva punto cangiato modi e gusti; ella era continuamente fra le loro tende a far pompa degli abiti nuovi; tornando a casa, ella si tirava dietro, fin nella sua camera, una infezione di donne e di ragazzi, e giocava, con indiscrezione infantile, con loro tutto il giorno.

Con quella compagnia, ogni disegno di educazione diveniva impossibile.

Il conte aveva tentato di parlarle della diversità della sua condizione, ella non capiva.

Una volta ch’egli insistette, rispose francamente:

— Sono i miei compagni; abbiamo sempre vissuto insieme, mi hanno dato il loro pane, mi hanno tenuta sotto la loro tenda; perchè non dovrei più vederli? non mi hanno fatto male.

Il conte s’arrabbiava, non si raccapezzava, non era per questo verso ch’egli la voleva prendere, non era la superbia ch’egli voleva insegnarle, no davvero, le sue idee d’umanitario ci si opponevano, non si trattava che del riserbo; ma come farle comprendere la differenza?

Sconfitto alla prima, egli finiva sempre col darle ragione — col concederle tutti i capricci, ed arrivava sino a prevenirli.

La cosa era però giunta ad un punto che egli non fu malcontento di essere costretto a finirla.

Prese una risoluzione, chiamò Dan, gli accordò tutto ciò che volle, e lo indusse a partire l’indomani colla sua gente.

A Luscià non disse nulla; per evitarle le scene penose dell’addio, e per sottrarla alle plebee indiscrezioni degli zingari, la trattenne, quella sera, di discendere alle tende.

La portò con sè, in carrozza, a fare un lungo giro; per via cercò di prepararla, indirettamente, al distacco, che le disse esser vicino, ma inevitabile.

Ella trasalì, non fece una sola lagnanza, non mostrò alcun rincrescimento.

Tornarono a notte inoltrata. Passando presso al Ronco di San Nazario, volse uno sguardo malinconico alla tenda del balubassa. Una lagrima scese a rigarle la guancia. Si udivano dei lamenti soffocati.

— È Suceawa, ella mormorò.

Il conte si pentì di non averla avvertita; ma oramai era troppo tardi. L’accampamento era immerso nel sonno.

La ricondusse nel suo appartamento. Licenziò la cameriera, la spogliò egli stesso, come una bambina.

Poi sedette al capezzale.

— Sei afflitta? le domandò.

Ella fe’ cenno di no.

— Sei imbronciata con me?

Lo stesso gesto negativo.

— Lascia ch’io ti vegga negli occhi.

Spalancò le palpebre e lo guardò fiso nel volto.

— Ridi un poco, supplicò il conte.

Ella fe’ un sorriso a fior di labbro, fugace come un baleno.

— E non mi dici nulla? non mi dai la buona notte?

— Buona notte.

Il conte si alzò.

— Dormi, bambina, tu sei stanca.

Luscià chiuse gli occhi.

Egli stette qualche minuto a contemplarla, poi si chinò, la baciò sulla fronte; non si mosse, pareva addormentata profondamente.

Egli uscì.

Aveva appena socchiuso l’uscio, ch’ella gettò le coltri, balzò a sedere sul letto e stette ad origliare. Aveva inteso un lungo fischio.

Il conte discese per dare qualche ordine al cocchiere.

Attraversando il cortile, vide un’ombra sparire dietro il pozzo.

Era Nick; il conte non gli aveva parlato da un mese.

— Che volete? gli chiese severamente.

— Salutare Luscià, riprese sfrontato lo zingaro.

— È tardi, ella dorme.

E senz’altro, avviatosi alla porta, aperse egli stesso lo sportello e gli fe’ segno d’uscire.

Nick obbedì, ma, varcata ch’ebbe la soglia, si volse.

— Voi, rai, non avete fatto a Nick i doni che gli avevate promessi, non gli avete dato la mancia della partenza; avete torto, Nick è vostro amico.

Mosse per andare, poi si trattenne di nuovo.

— Non volete che saluti Luscià, soggiunse, non importa; era per darle dei buoni consigli. Luscià ha vissuto nella mia tenda con mami Nad; ella mi obbedisce, mi teme, e s’io le dico: rispetta il rai, ella lo rispetterà e lo servirà in ginocchio. Non volete, non importa, non importa...

E s’allontanò zufolando.