XVI.
Pasquale obbedì, ma a modo suo, con tutte le restrizioni possibili, a questo desiderio del dottore.
Gli scriveva immancabilmente tutte le settimane, al mercoledì, per mezzo del cavallaro; riassumeva ciò che poteva interessare gli sposi in paese in poche frasi laconiche, infilate l’una dopo l’altra senza scrupolo di punteggiatura, e terminava sempre: del resto nulla di nuovo. Quando Giulio, non pago di questa frase troppo generica, gli chiedeva espressamente notizie della cascina e del nonno, egli rispondeva ancora: nulla di nuovo — senz’altro. E non se ne poteva cavare di più.
Giulio s’era provato di scrivere al nonno egli stesso: nessuna risposta.
Dopo sei mesi Maurizio venne a Torino; cercò di lui; con quella sua famigliarità protettrice gli disse che egli aveva fatto di tutto per piegare il vecchio Giacomo a suo favore e promise di rinnovare gli sforzi. Poi gli scrisse di quando in quando, ma tutte le sue lettere, attese con ansietà sempre maggiore, recavano a Giulio la stessa delusione. Il vecchio era inflessibile.
Passarono tre anni. Il cuore decrepito del Bellardi custodì la sua collera come per mezzo secolo aveva custodito l’odio contro gli Ormeto.
Un giorno Pasquale scrisse al dottore: «Se vuol venire, venga, laggiù non si sta bene.»
Giulio accorse ad Ormeto con Maria, che volle seguirlo.
Alla cascina nessuno li aspettava.
Entrano nel tinello. È di sera, — l’ora della cena, — ma non c’è che Maurizio, il quale nel vederli mette un’esclamazione.
— Mio nonno?... — chiede Giulio con voce soffocata.
— Eh! è un benedetto uomo, non vuol intendere la ragione.
Colui non può parlare senza quella smorfia beffarda, quel ghigno maledetto.
— Non rider così, perdio! — grida Giulio. — Mio nonno... dov’è?... è... malato?
— Non lo sa?
Giulio corre alla stanza del vecchio, ch’è lì accanto, al pianterreno.
Giacomo è a letto, ha gli occhi chiusi, pare assopito, il suo volto ha una rigidità sinistra... Martina è in piedi al capezzale.
Essa vede Giulio e gli fa cenno di tacere. Giulio cade sopra una sedia e resta immobile, atterrito.
Dopo un quarto d’ora il vecchio apre gli occhi; Giulio gli viene accanto, gli prende senza parlare il polso.
Il vecchio non sembra riconoscerlo.
— Guardate, è Giulio.
— Ah!... — brontola Giacomo.
— Nonno! — dice sommessamente Giulio.
Il vecchio non risponde.
— È Giulio, — ripete Martina, — è vostro nipote, non vedete?...
— No...
Poi Giacomo scuote leggermente il capo e mormora:
— No... mio... nipote... è... con quella stracciona, la figlia... della ciarlatana...
E resta a bocca aperta.
Un gemito fa voltar Giulio dalla parte della porta. Maria è là tremante contro lo stipite; essa l’ha seguito, ha udito tutto. Pasquale è dietro di lei nel vano dell’uscio.
Giulio accorre e gli dice:
— Menatela via, menatela via!
Pasquale obbedisce e porta la contessina, quasi di peso, nel tinello e l’adagia sopra una ricca poltrona. È la poltrona del salotto ottagonale, che Giacomo tre anni prima ha fatta recare per sè dal castello.
La povera Maria è mezzo svenuta e mormora:
— Mio Dio, che brutte cose!... — E singhiozza ed abbrividisce.
Dopo mezz’ora entra Giulio barcollante, col viso disfatto: le corre vicino, l’abbraccia stretto e rimane un po’ angosciato senza parlare, poi dice sottovoce:
— Perdonagli, il povero nonno non è più...