XVII.
Verso il fine di ottobre Emanuele si ammalò di una specie di tifoidea, che altra volta l’aveva preso in seguito a soverchia tensione di spirito.
Una sonnolenza febbrile lo teneva per parecchi giorni immobile, in uno sbalordimento pesante; le immagini, le percezioni passavano confuse sul suo cervello come una visione sbiadita.
Una fantasia lo tormentava: era una principessa rinchiusa in una torre dalla gelosia di un castellano. Egli ne udiva i lamenti, le malinconiche canzoni: — riconosceva la voce di Luscià. E poi s’immaginava d’essere il tiranno; sognava misteriosi tentativi di fuga, minaccie, pericoli: sognava di perderla, gliel’avevano tolta. E soffriva volta a volta del dolore di lei e delle gelosie dell’inumano carceriere.
Dopo una crisi violenta la febbre cessò; svegliandosi un mattino vide Aurelia che dormiva in una poltrona al capezzale. L’alba trapelava dalle commessure delle imposte.
La vecchia governante, appena saputo del suo male, era salita al castello a farvi valere i propri diritti, — che nessuno si curò di contestarle. Trovato vuoto il suo antico posto d’infermiera, ci si era installata e non l’aveva abbandonato un minuto.
Il giorno saliva; il conte si guardava intorno come per cercare qualcuno. Chiudeva gli occhi, li riapriva, si voltava.
Tra le imposte il filo scialbo del crepuscolo si mutava in lucido nastro d’argento, poi d’oro, poi rancio, poi color di rosa, poi di rubino.
L’impazienza del conte cresceva. Guardava alla porta.
Una larga lista di fuoco scendeva contro al muro sul letto. Il sole doveva essere alto, poichè aveva superate le quercie del parco.
Aurelia si riscosse, lo guardò, e fe’ un’esclamazione di gioia:
— Oh benedetta la Madonna! lei sta meglio.
Il conte fe’ cenno distrattamente di sì.
— Mi perdoni, sor contino, soggiunse Aurelia, la libertà che mi ho presa; ma l’altre volte ero qui, e lo curavo, — non ho potuto resistere.
Il conte la guardò, parve ricordarsi di qualche cosa, — trasse la mano e gliela porse.
Aurelia, riconoscente, commossa, si profuse in ringraziamenti, in ricordi, in paragoni col tempo d’una volta.
Il conte l’interruppe:
— Che ore sono?
Aurelia guardò l’orologio.
— Come! sono le nove: ho dunque dormito ed anche lei; — le ho dato la medicina che erano appena le tre. Oh pigraccia che sono!
— Hai passata qui la notte?
— Sì.
— Sola? aggiunse il conte a mezza voce.
— Sola...
Il conte parve riaddormentarsi.
Capitò il medico, s’accostò al letto in punta di piedi, lo guardò, — parlò ad Aurelia.
— Lasciamolo dormire.
Poi sulla porta:
— Ha chiesto di...
E fe’ un cenno col pollice sopra la spalla.
— No, rispose la governante.
— Meglio, meglio...
Il conte domandò poco dopo:
— Che ore sono?
— Le dieci.
Rinchiudeva gli occhi; poco dopo li apriva per ripetere la stessa domanda.
Il tempo andava lento.
Venne il mezzodì, la una, le due.
Una viva ansietà cominciava a trapelargli dal viso.
— La contessa? chiese finalmente.
— Non so, — sarà nel suo appartamento.
— È malata?
— Non credo, perchè esce tutti i giorni in carrozza colla vecchia, disse Aurelia, che un resto di rancore rendeva imprudente.
Il conte non disse nulla, — si voltò verso il il muro.
Dopo mezz’ora, senza volgersi, domandò quanti giorni erano ch’egli stava in letto.
— Dalla domenica, rispose Aurelia, — sette giorni!
Il conte non disse più nulla fino a sera.
Quando Aurelia al cader della notte accese la lampada da veglia, si volse, e con affettuosa premura le disse di recarsi a riposare.
Ella non voleva, — ma il conte tenne fermo, insistette, usò della sua autorità, — bisognò obbedirgli.
Uscita che fu, egli chiamò la cameriera, e la mandò a pregare la contessa di passare da lui.
Luscià fu pronta a venire; entrò franca senza l’ombra di un rammarico o di un rincrescimento: era tranquillissima. S’appressò al letto; rimase là ritta ad attender che parlasse.
Il conte le fe’ cenno di sedere.
— Perchè non sei mai venuta?
La sua voce era velata per la commozione.
— Non mi hai chiamata, ripose ingenuamente.
Il conte riprese ironico:
— Così io poteva anche morire che tu non ti saresti incomodata...
Luscià parve riflettere a questa strana possibilità che per la prima volta le si presentava alla mente: una nube leggiera di pensiero attraversò fugace la sua fronte: i suoi lineamenti si tesero come per trattenerla, poi, come spossati dallo sforzo, si allentarono in una dolce stanchezza.
Giocherellava colle ciocche de’ suoi capelli sciolti, li annodava sotto il mento, li passava sulla fronte, li architettava in cento foggie diverse.
Dopo un lungo silenzio Emanuele le dimandò:
— Dunque non hai nulla da dirmi?
Luscià si raccolse, — fe’ cenno di no.
— T’annoi? puoi andartene.
Ella s’alzò, e, serena, calma com’era venuta, si avviò verso l’uscio.
Emanuele non potè trattenere un’esclamazione dolorosa:
— Luscià!
Ella si volse, tornò al suo fianco.
— Non te ne importa dunque nulla di me, egli disse fra il severo e il lamentevole; proprio nulla... te ne vai così!...
— Tu mi mandi via...
— Oh Dio, non comprendi dunque, non comprendi...?
Emanuele le scoteva con forza le mani.
— Vuoi ch’io resti? disse ella placidamente.
— Non voglio io, non voglio mai nulla, lo sai; — ma se tu volessi... se tu volessi, capisci...
Il medico sopraggiunse in quel punto.
— L’abbiamo passata; ella sta meglio, signor conte, un po’ meglio, disse, ma ci vuol calma, una gran calma.
E voltosi a Luscià, come allora la vedesse, le fe’ un inchino frettoloso.
Trasse un piccolo pacco da tasca.
— Le ho portato questo, che le procurerà una buona nottata. Dov’è Aurelia, che le dia le istruzioni?
— Dia qui, resto io, stanotte, disse Luscià.
Il medico la guardò meravigliato.
— Bene, signora contessa, ogni ora e mezza una di queste cartine in un cucchiaio d’acqua; del resto la solita limonata — e calma!
Luscià ammanì la prima pozione, la diede al marito e riprese il suo posto; trasse le gambe sulla poltrona, vi si raggomitolò dentro.
Le tranquille opere dei servi cessavano a poco a poco: un lieve rumore di pedate riguardose, un sommesso bisbiglio saliva le scale, si perdeva nei meandri dei piani superiori, qualche lieve cigolare di vecchie porte sugli arpioni arrugginiti, qualche eco indistinta e morente, — poi il castello si addormentava nel silenzio vasto della campagna.
Luscià socchiudeva le palpebre, si crogiolava fra il sonno e la veglia, in quel sopore conscio, volontario della pigrizia che ci si sente e ci si gode: il sopore dei servi, degl’infermieri, delle sentinelle; nel quale il corpo dorme, e lo spirito, raccogliendovisi, lascia una leggera percezione, un piccolo lume d’intelletto a guardia del suo riposo.
Luscià restava immobile finchè al pendolo del caminetto batteva l’ora della pozione d’Emanuele. Allora si moveva, svolgeva lentamente le molli curve della sua persona, si strofinava gli occhi, il viso, stendeva le gambette sottili, le lisciava con felina delizia passando le manine sopra la seta delle calze, le calava a terra l’una e poi l’altra, cercava colla punta del piede breve, arcuato, la pianellina di raso bianco. Si rizzava, si accostava al letto con un dondolio pieno di grazia. Compiuto il suo ufficio, tornava prontamente a rifugiarsi nella sua nicchia morbida e tepida di velluto turchino, nel cui abbracciamento la sua personcina pareva un gioiello nella busta.
Ricuperava la sua posa, la testa leggermente ripiegata, la persona curva sopra un fianco, le mani intrecciate sopra un ginocchio; la veste di casimiro bianco a palme si apriva un po’ sul petto, e lasciava scorgere le trine candide della camiciuola e il principio del seno.
Il lume della lucerna velata la circondava di penombre rosee, di trasparenze alabastrine tremolanti come un’onda diafana e sottile.
Sotto il candore brunito delle gote era soffuso un leggero incarnatino.
Emanuele non ne staccava l’occhio un minuto. Sul suo volto, acceso dalla febbre, guizzavano baleni di passione, di tenerezza, di affanno, di dispetto, di collera.
Una volta egli la trattenne.
Ella non fe’ resistenza; abbandonò sul suo petto la flessuosa persona. Socchiuse gli occhi, — riposava nell’aria densa della camera, fra le braccia convulse di lui, fresca fresca come sopra un tappeto di fiori. Sorrideva.
Egli singhiozzava, rabbrividiva.
Ad un tratto ebbe un sussulto sì forte, che ella si riscosse bruscamente.
Emanuele levò le mani verso di lei:
— Oh Luscià!...
Ella si curvò con un po’ di diffidenza e gli baciucchiò le labbra ardenti.
Egli la respinse.
Luscià si alzò tranquilla e si scostò.
Allora Emanuele si lanciò verso di lei, l’avvinghiò colle braccia, se la tirò contro il seno.
— Non sono i tuoi baci ch’io voglio, quei tuoi baci freddi, forzati, — è il tuo cuore, sono i tuoi pensieri, bisogna ch’io sappia se tu mi ami o mi disprezzi...
E la scoteva fortemente.
— Tu sei tranquilla mentre io soffro, tu stai otto giorni senza chiedere di me, tu sorridi quando piango — e poi mi baci — perchè mi baci?... dimmelo, perchè mi baci?... le carezze si danno quando si vuol bene — ora io ti sono increscioso. Guarda, meglio che tu Io dica, già io lo veggo... che ti sono increscioso...
Ella taceva.
Emanuele attendeva ansioso una risposta, desiderava di essere contraddetto, — di potersi illudere.
Le gridava con voce soffocata:
— Parla, parla...
Le stringeva convulsivamente le braccia, la premeva delirante sul petto. Le faceva male.
Ella non si lagnava, non si schermiva — lasciava fare silenziosa, impassibile.
Era l’alba; la lucerna impallidiva: l’aria si faceva più pesante; una subitanea stanchezza sottentrava al parossismo. Emanuele ricadeva spossato sui guanciali. Un freddo sudore gli gocciolava dalla fronte.
Lagrimava, gemeva, si assopiva domandandole perdono, con la profonda codardia dell’innamorato.
Quando si risvegliò egli credette d’aver sognato: Luscià era queta, calma al suo posto. Un fil di sole le carezzava le crespe dei capelli.
La chiamò a sè, le sorrise, le baciò le mani, le fe’ un mondo di tenerezze, le disse che si sentiva meglio, ch’ella lo aveva guarito...
Per parecchi giorni, finchè Emanuele non cominciò ad alzarsi, ella non uscì dalla camera.
Ogni donna, specialmente nelle razze primitive, è naturalmente infermiera.
Emanuele era commosso: le si mostrava riconoscentissimo di questi riguardi, che egli scambiava per devozione, per qualcosa di più profondo ancora.
La ricambiava con ogni maniera di premure, di gentilezze: le mandava a prendere tutte le leccornie possibili. Erano tornati gli abbandoni dei primi giorni dopo le nozze; la prostrazione fisica lo risospingeva alle debolezze d’una volta. I sensi, fiaccati dal male, irritati dalla inerzia, rimanevano sotto l’ascendente dei vezzi di Luscià.