I.

In cui la signora si confida col suo spirito famigliare.

…Infine ho la coscienza di non essere perversa, e se scendo in fondo al cuore, trovo che sarei capace di far la moglie come le più brave. Ma che colpa ne ho io se quest'uomo non mi sa prendere, se non se ne dà nemmeno pensiero, se non mi ama? Non mi ama, e non solo non mi ama, ma non mi ha amato mai! Quasi quasi me lo diceva in faccia, perchè è schietto ed abborre le simulazioni, il signor marito. Gli ho risposto, come andava fatto, che a me non ne importa un bel nulla e che alla fin dei conti siamo pari, perchè neppure io l'amo nè l'ho amato mai…

Ed ora finalmente tutto sta per finire fra di noi, il mondo è largo, e dei Leonardi e delle Erneste ce ne possono vivere molte paia senza che siano obbligati a guardarsi nel bianco dell'occhio a tavola, ad andare a braccetto per le vie. Sarò finalmente libera, mi tornerà il respiro.

Ah! che orrore i diritti ed i doveri dei coniugi per due che non si vogliono bene! E che odioso e fatuo libro il codice colla sua aria di volere, con quattro ciancie numerate, regolare in eterno un affetto che alle volte dura… Quanto ha durato il nostro? Apparentemente tre mesi, in realtà meno di tre quarti d'ora, perchè non ci è mai stato affetto vero tra Leonardo e me; non l'amo e non mi ama, oggi come ieri e come tre mesi or sono.

Tu sai come è andata la cosa; morì la mamma, rimasi sola nel mondo; lo zio Rinucci, la zia Rinucci e mia cugina Rinucci mi aprirono le braccia a modo loro, vale a dire mi accolsero in casa nei primi giorni che succedettero alla sciagura; poi lo zio fece l'inventario dell'eredità ed accettò in mio nome; la zia procurò di divagarmi affidandomi tutte le rimendature, mia cugina si fece regalare quattro o cinque anelli, un medaglione ed uno scialletto di seta azzurra, che, secondo lei, pareva fabbricato apposta per dar luce al biondo-stoppa dei suoi capelli.

Un giorno, dopo che ne erano passati molti e tutti monotoni ad un modo, la signora Virginia mia cugina, non so più in qual proposito, mi fece sapere che il mio naso non le piaceva, che era fatto non so come e che pareva non so che; non potendolo cambiare per andarle a genio, la consigliai di non porre il suo in ciò che non le spettava e di guardarsi nello specchio. D'allora in poi fu guerra. Me ne doleva proprio; nella mia afflizione per aver perduta la mamma, avrei avuto bisogno di carezze, ed invece mi toccava tener viva una guerricciola di dispettuzzi, perchè guai se mostravo di accasciarmi, subito la signora Virginia s'inanimiva e pigliava le arie di vincitrice. L'autorità tutelare dello zio Rinucci intervenne, ordinando che io andassi in collegio a compiere la mia educazione.

Avevo 19 anni suonati, ed entrare in collegio nell'età in cui le altre ne escono non mi garbava molto; pur vi andai felice di uscire dalla casa del tutore. I due anni passati al collegio furono relativamente lieti; una volta o due al mese ritornavo all'amplesso dei tre Rinucci, presso i quali trovavo sempre qualche rimendatura lasciata in disparte per me, e qualche amorevolezza delle solite da ricambiare colla cuginetta. Ci trovavo pure Leonardo.

Confesso che mi sembrò un bel giovinotto; non stetti a badare che era troppo lungo, troppo miope, troppo dinoccolato, troppo frivolo, e lo trovai elegante e disinvolto, un po' indolente, ma garbato. Porgevo orecchio alla sua conversazione briosa, da cui non usciva un'idea, e mi pareva che quel mulinello di parole mi parlasse di un mondo che io non aveva ancor visto da vicino, un mondo in cui le signore vestono di velluto e di seta, ed i signori portano l'occhialetto. Dico il vero, vivervi sempre in codesto mondo non mi sarebbe garbato punto, ma entrarvi al braccio d'un marito lungo, elegante, disinvolto e miope, attraversarlo tirandomi dietro lo strascico di velluto e cento occhiate curiose per poi uscirne e correre in una tranquilla casetta a ritrovare il micio, la gabbia dei canarini, la vesta da camera, il focolare ardente, le ciancie a quattr'occhi, l'ultimo romanzo pubblicato, la festa di ogni giorno—ah! questo sì mi seduceva.

Il signor Leonardo era molto gentile con tutti e specialmente meco; non me ne sarei accorta, se la mia cuginetta non avesse avuto l'ingenuità di mostrarmi aperto il suo dispetto; era un trofeo di vittoria e non me lo lasciai strappare di mano.

In appresso fui forse col signor Leonardo più civettuola del necessario, se è vero, come mio marito mi ha detto poc'anzi, che egli mi aveva creduta innamorata pazzamente di lui. Anch'io credeva lui pazzamente innamorato di me, e le collere della Virginia me ne facevano sempre più persuasa ed orgogliosa. Ebbi torto, non dovevo cedere a sentimenti così meschini, ma infine l'ho scontato caro il trionfo della mia vanità. Sono proprio pentita, mi pare che quando mia cugina verrà a vedermi per gustare la propria vendetta, me le getterò nelle braccia e bagnerò di lagrime la sua testina color di stoppa.

Venne il giorno sospirato e temuto; compii i ventun anno, e per primo atto della mia autorità di donna, dichiarai che non volevo rimanere un'ora di più nel collegio. Ne uscii. Tornai a far rimendature e dispettuzzi in casa Rinucci. Una settimana dopo, la vita mi pareva così insopportabile che trovai la forza di comperare il primo codice e dichiarare a mio zio che la non poteva durare e che io voleva andarmene a viver sola.

Il mio coraggio giungeva fino alla petulanza e lo fece ammutolire. Toccò alla zia a parlamentare per convincermi che la mia idea era assurda, che non può una giovinetta far casa da sè senza esporsi alle censure, ai sospetti del mondo maligno. Non era la via migliore per farmi disdire; sostenni che una giovinetta può benissimo, che se la legge le dà questo diritto deve averci le sue ragioni.

Incominciarono i commenti all'articolo 323. «Lo spirito della legge, entrò a dire mio zio, è, non è, insegna…;» io feci la sorda e mi attenni alla lettera.

Fu allora che il signor Leonardo trovò nel suo cervellino balzano la bella idea che ci ha condotti a questo punto.

—Signorina,—mi disse—se vi piacessi, come mi piacete, ci sarebbe modo di accomodar tutto senza scandali… Acconsentireste a darmi la vostra mano?—

Gliele diedi tutte e due ridendo, le pigliò ridendo, ci sposammo ridendo. Fu una vera fanciullaggine.

Per parte mia ero andata a nozze come si va in campagna, certa di annoiarmici un pochino, ma felice della libertà che mi aspettava, curiosa degli orizzonti nuovi che mi si promettevano, anticipando alla mia vanità di fanciulla tutte le dolcezze della domestica autorità di padrona di casa. Non pensavo allora che dalla campagna si ritorna e dal matrimonio no, e se pure ci pensavo qualche volta alla sfuggita, facevo dentro di me un ragionamento zoppo che andava a finire così: «tocca a Leonardo farmi felice, ci pensi lui!» Oh! sta a sentire come ci ha pensato.

Nei primi giorni, durante il viaggio, pareva proprio felice; andare di città in città, d'albergo in albergo, farsi trascinare in carrozza da un museo ad una pinacoteca, scendere da un monte per salire sopra un campanile, visitare i tesori dei santi, la corona di ferro, le mummie di non so chi—tutto ciò gli pareva delizioso; fu un'orgia pei suoi occhietti che non vedono più in là d'una spanna. Io lo osservava per le vie, quando camminava impettito, lungo lungo, colla testa alta, leggermente curvata indietro per impedire che l'occhialetto gli cadesse dal naso, e quando si fermava a pigliar le note nel taccuino per potersi ricordare di ogni cosa e parlarne poi al Circolo; vedevo un sorriso di cuor contento errargli sul labbro, e pensavo:—È innamorato, beato lui!…—

Allora mi davo la spinta coll'immaginazione e per un quarto d'ora m'innamoravo anch'io.

Non tardai ad accorgermi che in quella felicità apparente l'amore non entrava per nulla; la fatuità ne faceva tutte le spese. Leonardo era incantato di trovarsi in una condizione nuova, di sapersi spinto colla velocità dei convogli diretti attraverso paesi ignoti, di vedersi passare dinanzi tutta quella fantasmagoria di strade, di monumenti, di teatri e di musei; era insomma felice perchè non si annoiava e non aveva bisogno di pensarci. Al termine del viaggio l'uomo annoiato, frivolo, indolente, senza pensieri e senza sentimenti, ricomparve tal quale, anzi peggio della vigilia delle nozze. Allora fui impaurita. Scesi dentro di me e ci vidi un mondo sopito, frugai dentro di lui e non ci trovai nulla, fuorchè una perfetta soddisfazione di sè medesimo, una tranquilla coscienza del proprio valore. Allora mi domandai se era possibile passar la vita con un uomo che non comprendeva alcuno de' miei sentimenti, che non palpitava di nessuno de' miei affetti, non legato a me da memorie, da simpatie, da nulla, fuorchè dal codice—e mettendoci della buona volontà, risposi di sì, a patto di formare l'abitudine, di sostituire la condiscendenza all'amore, di far germogliare in lui qualche sentimento e qualche pensiero embrionale. Divenni… noiosa!

Lo riconosco. Per guarire la sua spensieratezza gli proponevo mille quesiti domestici da risolvere; per farlo uscire dalla sua fatuità gli facevo sfilare dinanzi una processione di fantasmi dell'avvenire. Non riuscii a nulla, nemmeno a seccarlo. Egli continuava a passare press'a poco il giorno al Caffè, la notte al Circolo.

Una carezza fredda, un bacio di gelo, una sfuriata di ciancie sul cavallo balzano del contino, sul calesse nuovo del banchiere, sul prossimo duello, sull'ultimo spettacolo alla Scala, sulla prima ballerina, sui polsini del marchese X, che erano, diceva lui, meglio stirati de' suoi…. e quando aveva finito si addormentava col sorriso del giusto sulle labbra…. Ho resistito un pezzo; mi parve prima scipito, poi ridicolo e finalmente odioso.

L'altro ieri mi trovò in lagrime; bisognava sentirlo: «è una vittima, ha il cuore sensibile, e non può soffrire le lagrime; a me non manca nulla, io sono un'ingrata, il poveretto non domanda che la sua pace e le sue care abitudini, io sono padrona di fare quel che mi piace, ho una casa ora ed egli me l'ha data perchè io vi sia libera, ma lasci lui libero.»

—Non sono un egoista—disse egli.

—Non sei un egoista—diss'io—sei uno stolido.

Leonardo è uomo flemmatico, girò sui tacchi e via… al Caffè od al Circolo.

E poc'anzi, quando l'ho preso di fronte e gli ho domandato perchè mi avesse sposato, mi ha risposto ingenuamente che «allora gli piacevo e che credeva di fare un'opera buona.»

È anche un uomo schietto Leonardo!

—Senti, gli ho detto, questa vita non la posso e non la voglio più vivere, la legge ammette la separazione per incompatibilità d'umori, ed i nostri sono incompatibili.

E gli mostravo il mio secondo codice, comperato ieri l'altro.

Egli si è messo a ridere.

—Buon Dio! Lo dici tu che i nostri umori sono incompatibili; da parte mia sono disposto a compatire le tue idee romanzesche, spiritiche, filosofiche, sentimentali, compatisci tu le mie e vivremo come Filemone e Bauci.

E siccome io pigliava fuoco, egli ha sorriso dall'alto della sua persona sterminata, si è dondolato un paio di volte, ed ha finito con dire: «Farai quello che vorrai, sei contenta? Ma senza scandali, senza codice, senza tribunali; se non puoi viver meco, vivrai sola, pensaci stanotte…»

E via… al Caffè od al Circolo.

Tutto dunque sta per finire; domattina quando egli verrà stabiliremo le norme della nuova vita, andrò a stare altrove… lontano, in campagna… vivrò nella mia solitudine, nei miei affetti contemplativi, con te, mio buon amico….

Sul punto di prendere tale deliberazione, scendo ancora una volta dentro di me e m'interrogo:—Ho io fatto quanto stava nelle mie forze per non arrivare a questo?—Sì, tutto, tutto. Ho combattuto la ripugnanza che ora mi domina, quando appena tentava le vie del mio cuore; venti volte fissai i confini della mia sofferenza e venti volte li respinsi indietro. Sol che egli avesse fatto un passo verso di me, io ne avrei fatti dieci, e ci sarebbe stato forse possibile intenderci ancora. Ma non lo seppi smuovere dalla sua indolenza, non mi riuscì di farlo un istante venir fuori dal castello merlato della sua fatuità.

Passar la vita a far la parte di vittima d'uno scioccherello col pretesto specioso che questo scioccherello è mio marito, è cosa superiore alla mia virtù.

Mi piacciono le situazioni chiare e definite.

Sia pure l'abbandono, sia pure la solitudine, sia pure la noia, purchè mi si diano per quello che sono e per quello che valgono; non so che farmi d'una casa che è una prigione, d'una famiglia che è una parola, d'un trono domestico che è una metafora.

Tu non puoi darmi consigli, ma potessi anche, ed io non te ne chiederei ora, perchè sono irremovibile. Ho solo voluto narrarti la cosa pel bisogno di confidarmi ad un amico, e di persuaderti che, almeno nello sciogliermi, ho messo il senno, la maturità di consiglio, la ponderatezza, tutte quelle buone cose che doveva mettere all'atto di lasciarmi legare da un articolo del codice. Ma egli allora mi piaceva, ed io gli piacevo. Così almeno ha detto lui.

Vorrei un po' sapere perchè ora non gli piaccio più!

Perdona se ti ho trattenuto un pezzo colle mie chiacchiere; spero di non averti annoiato, perchè non mi hai interrotto; ma d'altra parte tu sei così buono che non ne sono sicura…. Buona notte, cioè buon giorno. È l'alba.