II.
In cui il signore si confida col suo medico.
Era l'alba. Era quel breve momento del giorno, in cui il sonno e la vita, il silenzio ed il suono, la tenebra e la luce sembrano stare insieme, tollerandosi a vicenda, mutando l'antitesi in un'armonia sfumata e fuggevole.
Penetrava dal vano della finestra un filo di luce pallida, accompagnato dall'alito fresco del mattino; fendevano l'aria le prime note d'un grandioso concerto che fra breve doveva prorompere in tutta la sua sonorità sul vecchio ippocastano del giardino; qualche piccolo concertista impaziente provava a gola spiegata i gorgheggi più difficili. E non ostante quei voli, quello sbatter d'ali intorpidite, quei canti e quel sommesso bisbiglio delle frondi, persisteva nell'aria qualche cosa del silenzio notturno.
Ernesta si provò un istante ad accompagnare dalla finestra il suo buon amico (uno spirito famigliare molto docile e molto taciturno), ma per mancanza di direzione certa, abbandonò quasi subito le vie delle nuvole e tornò coll'occhio e col pensiero in terra, al giardinetto, all'ippocastano.
Quel giardino era tutto un mondo agli ocelli suoi, un mondo popolato di creature innocue ed allegre, su cui non posava mai ala di nibbio; l'ippocastano era un conservatorio che dava le più belle vocette ed i migliori cantori dell'universo; lo dirigeva un usignuolo; uno stornello faceva con molta buona volontà le veci del direttore.
Ernesta rimaneva immobile ad ascoltare una bella sinfonia descrittiva, dimentica per poco delle sue sciagure. Quel mattino di maggio aveva cento mani leggiere e fresche per accarezzarla sulla fronte, sulle guancie, sugli occhi stanchi dalla veglia; i passeri le davano il buon giorno in coro, e le rondini inquiete le passavano rasente fino quasi a toccarla colle ali, mandando un grido di saluto, in cui entrava un po' di paura. La giovine donna aveva quell'acutezza di senso delle nature fantastiche e nervose; a lei le conversazioni dei passeri parevano sempre piene di attrattiva, era persuasa che le rondini nel passare le dicessero addio, e rispondeva addio a fior di labbro per non far battere troppo forte quei cuoricini sbigottiti dalla propria audacia; poi spingeva il capo fuor del davanzale e volgeva gli occhi in alto, dove un'altra rondine si teneva appesa al nido sotto la gronda e la guardava curiosamente.
A poco a poco si unirono nuove voci al concerto, e la sinfonia giunse alla massima sonorità. Ernesta non sapeva staccarsi dal davanzale; la veglia protratta le aveva acuito i sensi più ancora; udiva, o le pareva d'udire, parole nuove, accenti ignorati, e quando lo stornello, appollaiato sull'ultimo ramo dell'ippocastano, incominciò un canto che si staccava su tutte le voci, le parve che a lei sola si rivolgesse e che avesse a dirle qualche cosa importante. Spinse un seggiolone nel vano della finestra e stette ad ascoltare un pezzo, ad occhi chiusi, facendo ad ogni tanto di sì col capo. Finalmente fece di sì un'ultima volta, curvò la testa sul petto e stette immobile….
Nel risvegliarsi, Ernesta fu molto stupita di vedersi quasi all'oscuro, sopra una poltroncina, nel vano della finestra, di cui erano state chiuse le imposte; balzò in piedi si stropicciò gli occhi, aprì le vetrate e ricevette sulle guancie il caldo bacio del sole di mezzodì.
Pensò: «Qualcuno è venuto, mentre io dormiva, chi mai? Leonardo; Olimpia non entra se non la chiamo.»
Stette un pezzo immobile a fantasticare su questo nonnulla.
—Egli è tornato a casa all'alba, secondo il solito, ha visto il lume acceso attraverso la toppa, ha avuto paura si appiccasse fuoco alle cortine del mio letto, ed è entrato pian piano per non svegliarmi, mi ha vista addormentata sul seggiolone, si è accostato, ha chiuso adagino la finestra già invasa dal sole, mi ha guardato per vedere se mi svegliassi e se ne è andato sulla punta dei piedi portando via il lume acceso….—
E nel dire a sè stessa queste cose, essa se lo vedeva innanzi il suo Leonardo, nè ora nè mai suo, e gli pareva curiosissimo in quegli atti, e pensava: —Qual gioia se fosse un altro, amante e riamato, per poter correre in camera di lui e svegliarlo con un bacio e dirgli: «Cattivo, è così che dovevi fare!»
Ma si corresse e disse che un altro, come lo voleva lei, non sarebbe tornato a casa a quell'ora. Ci pensò ancora, prima di conchiudere con un sospiro; poi si lasciò cadere sopra una poltroncina dinanzi allo specchio, e tirò languidamente il cordone del campanello per chiamare Olimpia.
Press'a poco a quell'ora, dalla stanza più remota, la voce di un altro campanello avvertiva il vecchio cameriere che il padrone si era svegliato. La testa canuta di Bortolo non entrò sola; la precedeva un testone crespo ed espressivo, solidamente piantato sopra un corpo alto e massiccio.
Bortolo era corso innanzi ad aprire le finestre, per lasciar entrare la luce; il visitatore si era fermato sul limitare, tenendo pronto un sorriso di saluto, e sul lettuccio in fondo alla camera un giovane pallido e bruno si era tirato mezzo il corpo fuor delle coltri, portando una mano agli occhi e facendo cenno coll'altra a Bortolo perchè non aprisse tanto le imposte. Bortolo misurò studiosamente un grado di luce che potesse venir tollerato dal suo padrone, e se n'andò in silenzio. Leonardo e l'incognito stettero faccia a faccia.
—A che ora sei venuto a letto?—domandò il visitatore con una voce dolce e carezzevole, pigliando il polso del giovane.
—Saranno state le sei, m'immagino.
—Si capisce; hai il polso agitato, incerto; segno che hai dormito poco e male e che hai passato la notte al solito.
Leonardo sembrava alla tortura, si contorse sul letto, guardò qua e là, e non rispose. L'altro gli toccò il mento coll'indice:
—La lingua.—
Leonardo mise fuori la lingua di mala grazia.
—Temevo peggio,—proseguì a dire il dottore col medesimo accento mellifluo,—hai un organismo che fa miracoli di resistenza, ma finirà col cedere; tu non puoi durarla un pezzo così. Ed ora vediamo gli occhi.—
E senza badare alle smorfie dell'ammalato, il dottore andò ad aprire la finestra e tornò a fare il suo esame:
—Nessun peggioramento,—disse,—ma d'altra parte nessun modo d'impedire lo sviluppo d'un malanno serio, se non muti vita… pensaci….
—Ci penso.
—Senti delle punture?…
—No….
—Hai degli abbagli?
—No….
—Vedi doppio qualche volta?
—No… cioè sì… qualche volta! Insomma mi secchi! Lasciami dunque in pace. Questa mattina sono d'una irritabilità nervosa….
—Comprendo, i soliti guai con tua moglie.
—Sì… cioè no… non i soliti, ma peggio dei soliti… anzi bisognerà che ci pensi sul serio, e ti assicuro che faccio una fatica, una fatica… sono malato, dovrebbe risparmiarmi… nossignore!
—Che dice tua moglie?
—Agenore mio, ha una testa bizzarra!… dice che non vuol più star meco; ha comperato un codice e voleva che lo studiassimo insieme per imparare come ha disposto la legge quando due non possono andare d'accordo! Ma io ci vado, ci sono sempre andato, ci andrò sempre d'accordo purchè mi lasci fare a modo mio….—
Il dottore Agenore abbozzò un sorriso malizioso.
—Sta zitto, proseguì Leonardo coll'accento d'un fanciullo viziato, so quello che vorresti dire, che tutti i cattivi mariti non parlano diversamente… ma ti pare che io sia un cattivo marito? Che cosa faccio a mia moglie? Nulla.—
L'amico dottore si rizzò sulla punta dei piedi, e si lasciò ricadere sui calcagni, ripetendo come un eco: —Nulla!—
Fatto un grandissimo sforzo sopra di sè per contenersi, Leonardo scivolò sotto le lenzuola, tirandosele fino sotto il naso. Quell'atto di supremo accasciamento fe' balenare un altro sorrisetto sulla faccia del dottore, il quale ripetè ancora una volta: «Nulla!»
—Nulla,—ripigliò Leonardo con una convinzione profonda,—assolutamente nulla; in questi giorni sono stato costretto a fare una specie di esame di coscienza; ebbene, ti giuro che sono un marito immacolato. Non ho intrighi, tu lo sai, non faccio la corte a nessuna donna; colle ballerine mi piace solo cenare, perchè in generale sono creature allegre e d'una ignoranza e d'un appetito che mettono di buon umore; non giuoco, non mi ubbriaco, non faccio debiti. Se mi guardo d'attorno, vedo il conte A… che mantiene una corista, il signor B… che si fa mantenere da un vecchio soprano di cartello, il barone C… che passa i giorni e le notti alla bisca e corre di galoppo verso la rovina, eccetera; tu li conosci, costoro ed altri, al par di me, e sai che hanno tutti moglie e figliuoli… eccoli i cattivi mariti! eccoli! ho anch'io il senso critico dell'uomo virtuoso.—
Leonardo tacque; e vedendo che il dottore Agenore faceva di sì col capo, tirò un lungo sospiro, si voltò sul fianco e proseguì con voce compassionevole:
—Sono proprio disgraziato, piglio moglie credendo di fare un'azione meritoria, di assicurarmi la mia porzione di paradiso, e invece mi tiro un inferno addosso. Tu sai come è andata. Ernesta mi piaceva ed io piaceva ad Ernesta; sola lei, solo io; essa non aveva una casa, ed io ne aveva una, in cui non stavo mai… Ci sposiamo? Sposiamoci. E fu fatto. «Mobiglierà la casa di suo genio, dicevo, perchè sarà lei che dovrà starci, io mi reputerò felice di vedermi venire incontro un visino ridente e mi sentirò meglio equilibrato nel mondo.» Sissignore che facevo i conti senza quella testolina bizzarra; figurati, vorrebbe che non mettessi il piede al Circolo, nè al Caffè, che non riconoscessi più i miei amici da scapolo, che avessi paura dei gonnellini delle ballerine, che andassi in teatro solo per accompagnarvi lei, che la conducessi a spasso e nelle buone famiglie e che stessimo a sbadigliare a quattrocchi tutto il giorno quanto è lungo… e tu sai quanto è lungo! Mi provai a persuaderla e sulle prime sperai di ricavarne qualche frutto…. «Disgraziata! non sai che è la tomba del nostro amore che tu vuoi scavare con queste male abitudini? Lasciami fare a modo mio, e non mi pentirò mai di aver preso moglie, e mi piacerai sempre, e ti amerò in eterno; hai una posizione, una famiglia; sei una donna collocata, come si dice, puoi ricevere, dar delle veglie; divertiti come io mi diverto, onestamente, fatti delle abitudini che non urtino le mie abitudini…, e lasciami in pace.» Tempo perduto, fiato sprecato; ho dovuto sempre finire a piantarla colle sue smanie ed andarmene al Circolo. Ha certi paroloni in bocca, si fa certe idee dei doveri coniugali da diventare insopportabile; peccato, perchè è bellina proprio e vi sono nella giornata alcune ore che avrei sempre passato volentieri con lei; ma a darle retta non sarei più un uomo, diventerei un fantoccio, e mi farebbe muovere a suo capriccio. Pazienza; per parte mia rinuncio ai vantaggi sperati da questo matrimonio; poichè non sa riconoscere la sua felicità, peggio per lei; vuole andarsene, si accomodi.—
E così dicendo la povera vittima girava orizzontalmente come sopra un perno e si voltava sull'altro fianco. Per un pezzo stette zitto, aspettando forse che l'amico dottore entrasse a dire qualche cosa, ma l'amico dottore non discuteva mai le opinioni degli altri senza un qualche gravissimo interesse, ed aveva in ciò le sue ragioni filosofiche; onde Leonardo, che aveva preso l'aire e non poteva fermarsi, dovette fare un'evoluzione contraria sul proprio perno e mettere un'altra volta la sua faccia di vittima di fronte alla faccia pensosa dell'Esculapio.
—Io la compatirei mia moglie, sì, se mi lasciasse in pace, sento che avrei la forza di compatirla; le sono idee bevute coll'educazione, idee da borghesucci, da gente di affari. Un impiegato che passa nove ore del giorno all'ufficio, un bottegaio, un negoziante, che so io, ecco i mariti modelli! Dio del cielo! La cosa difficile! Date otto giorni di vacanza all'impiegato, tre feste di seguito al bottegaio, un piccolo fallimento che costringa a quindici giorni di ozio un negoziante, e se costoro non fanno dare in ismanie le loro Penelopi, come io la mia senza colpa, mi si mozzi un dito, mi si mozzi! Mia moglie non comprende queste cose perchè è un po' fatua, un po' spensierata, un po' frivoluccia, un po' insomma tutto quello che ella dice che io sono, ma io… ma io….
La faccia da ridere del dottor Agenore imbrogliò la frase di Leonardo, il quale fu costretto a fermarsi ed a domandare:
—Dimmi tu se ho ragione.
—Non c'è che dire,—rispose il medico,—hai ragione; le tue facoltà sono equilibrate per modo che non vi può essere dubbio… hai ragione… è la natura genuina, è il tuo sangue, sono i tuoi nervi, non potrebbe essere altrimenti… insomma hai ragione.
—Manco male! interruppe l'altro,—manco male; io appartengo ad una classe che ha vacanza tutto l'anno, e che di necessità deve avere abitudini matrimoniali diverse… Bada un po' quanti avventori ammogliati con prole conta il Caffè Cova! ed il Circolo quanti! Domanda a costoro se, quando si sono coniugati, fu loro possibile da un giorno all'altro mutare le abitudini di una quindicina d'anni per cucirsi alle sottane della moglie! Non bisogna esagerare la virtù di quei quattro articoli del codice che vi legge il Sindaco o l'Assessore; sono quattro buoni articoli, ma non possono far miracoli; il giorno dopo che si è cessato di essere scapoli, in fondo si è rimasti quello che si era la vigilia. Molti credono il contrario e si illudono e fanno la propria e l'altrui infelicità; io non l'ho creduto un istante e sento che potrei far la vita di marito con molto garbo… se mia moglie mi lasciasse in pace. Il marchese Viani e l'ingegnere Stefani fanno così, ma essi hanno avuto la fortuna di trovare delle mogli che comprendono la situazione, ed a me ne è toccata una testereccia che vuol guastarmi il sangue colle sue idee balzane…. Pazienza! Ci separeremo. Accetto la mia parte di vittima.—
Dicendo queste ultime parole, il poveraccio protendeva tutte e due le mani fuori del letto come eccitando il dottor Agenore a consegnargli immediatamente quella parte disgraziata.
Pochi minuti dopo Leonardo, non sapendo più che dire e sicuro che avrebbe aspettato invano i consigli del suo amico medico, si determinò a levarsi da letto alla muta. Il dottore Agenore stava a guardarlo seduto sopra una poltroncina.
—Fammi il piacere, dimmi ancora che ho ragione—uscì a dire Leonardo arrestandosi di botto, mentre stava mettendosi i polsini.
Agenore rialzò il capo e disse senza scomporsi:
—Certo che sì; finchè parli tu, la ragione è dalla tua.
—Che intendi di dire?
—Tua moglie farà le sue argomentazioni, immagino?
—Pur troppo….
—E le fa in buona fede….
—Ma senza senso comune….
—Non importa, le fa col suo senso, co' suoi sensi, ha ragione anche lei; avete ragione tutti e due; sono i nervi, è il sangue, il fluido… la disgrazia, se ti piace meglio.
—Le conosco le tue teoriche, non le discuto….
—E fai bene, perchè sarebbe inutile… sono le mie; io non discuto le tue… perchè sono le tue; la discussione è un acrobatismo dell'ingegno, uno sforzo erculeo sul trapezio, sulla corda o sulla barra che non approda a nulla. Tu non sei padrone ora di pensare diversamente da quello che pensi; date le tue condizioni fisiche, dato l'equilibrio momentaneo delle tua facoltà, è fatale. Vuoi essere sicuro che questa tua idea d'ora è, non dirò la vera, ma quella che corrisponde esattamente al tuo temperamento?… Aspetta a domani, fra una settimana, fra un mese.
—E mi consigli?
—Di non risolvere nulla per ora.
—Impossibile… impossibile… impossibile. S'ha a finire; ieri dopo il desinare, bisticci, ieri l'altro idem; e indietro e indietro sempre bisticci e scene analoghe…. Le ho detto che oggi le avrei risposto ed oggi le risponderò.—
Leonardo aveva finito di vestirsi e si guardava intorno.
—Vacci subito,—disse Agenore,—spicciati, io ti aspetto qui….—
Leonardo non rispose, prese sbadatamente il cappello e lo tenne in mano facendolo girare.
—È una scena disgustosa,—disse alla fine lentamente,—non ci avevo pensato, mi sembrava facile ed è difficile; ci saranno lagrime, parole grosse… ho una natura così impressionabile; mi spiace veder piangere una donna…. Ernesta poi… a cui voglio bene…. Ah! mi viene un'idea; è la mattina delle idee… ma questa è eccellente…. Ecco, Agenore, ci vai tu da mia moglie, te le presenti, le sveli l'animo mio, la persuadi che io non ho alcun torto verso di lei, le spieghi bene le cose, la induci ad accettare la vita libera nel tetto coniugale…. ed in caso disperato….
—In caso disperato?
—Le dici che il suo codice non serve a nulla, che quando ella vorrà stare in città, io me ne andrò a viaggiare, e quando ella vorrà andare in campagna od ai bagni io starò in città…. così sarà liberata dalla mia odiosa presenza e non si faranno scandali. Ci vai?
—Ci vado.
—Ah tu sei il migliore degli uomini ed il migliore dei medici; mi hai tolto una montagna dallo stomaco; servigi come questo non si dimenticano…. conta sulla mia gratitudine… io corro perchè è la una e mezza; alle due mi aspettano al Cova. Fatti annunciare…. mia moglie non ti farà fare anticamera.—
E Leonardo, trasformato in volto dall'ottima idea che gli era venuta, uscì guardandosi intorno per paura di incontrarsi colla sposa; quando fu sul pianerottolo, si fregò le mani come uno scolaro e scese le scale a precipizio.