IX.
In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.
Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato….» aveva detto il dottor Agenore quindici giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente: «Ah!»—«L'amico Leonardo non è ancora tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla. Questa volta il medico non fiatava in proposito e la bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.
In questo tempo la strategia del dottore aveva dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli doveva entrare da conquistatore, era molto più che una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva spirare fra le braccia del medico. Così almeno diceva a sè stesso il medico.
Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza e di perseveranza; fortunatamente, per un filosofo materialista la parola apostasia non ha significato, perchè altrimenti Agenore non avrebbe saputo come legittimare la falsa credulità con cui aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate degli spiriti superiori, sarà vero o non sarà vero—io non lo so—ma al dottore Agenore doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse la severità verso alcune arditezze dell'innamorato—ma concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri; era disposto a concedere l'impossibile.
Naturalmente egli non sospettava che tiro gli giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto di lui, altrimenti…. La bella, che lo stava ad ascoltare estatica delle ore intiere, vi attingeva non so qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il non oggi doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano, dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui non guastò mai la strategia con una mossa troppo arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava non solo più comodo della breccia, ma più in carattere colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato, paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima a chiedere di Leonardo.
—Non è arrivato,—rispose il dottore colla sua voce melliflua;—avrà trovato modo di darsi spasso, si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini…. Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro matto!—
Quel giorno come gli altri, il dottore si credette giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta di mano e con un'occhiata: «non oggi.»
Passarono così molti giorni, spesi nello stesso modo, quando nella bella monotonia di quel cielo senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso—tornò Leonardo… cieco!
Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso corticale si era felicemente mutato, per effetto d'una granulazione, in cateratta bilaterale perfetta e vicinissima alla maturità….
La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento, senza pensiero, senza dolore; le idee si sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un istante per sparire subito dopo e riapparire ancora; solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero, un'inquietudine, una domanda: «che fare?»
La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto, determinata come il linguaggio della coscienza:—correre a Milano, allietare la notte dello sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con una parola affettuosa, con una carezza.
Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono gli echi del suo cuore:—vivere al fianco d'un cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole, rinunciare per sempre alle gioie della vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi, distruggersi in un'intera dimenticanza di sè medesima…. E perchè? E per chi?…—
Così pensava Ernesta.
Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto, non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.
Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno: potendo serbarne, non aveva voluto. E in fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa casa, che le dava del tu, e le consentiva il diritto di portare il suo nome—null'altro. Nè i bisogni li avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze, tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso, o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo? Un estraneo.
Che dirà il mondo?… Il mondo! una grossa parola. In quanti sono a fare il mondo? E quali sono? Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo, una ventina di amiche e di conoscenze—ecco il mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato. Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo scioperato che non crede alla virtù, che fa il cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico per nascondere la vacuità del pensiero.
Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura per quello che vale. E quanto potrebbe valere il suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse le cure accorte d'una infermiera già pratica a quelle d'una infermiera novizia?
Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande, ci pensava ancora; era come una lotta con un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.
Fu in una di queste tregue che venne recata una lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che «il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto prolisso come il disgraziato non dovesse più vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati, l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto la cugina a rientrare nella via del dovere….»
Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere da Bellagio! Il dispetto divampò un istante nei begli occhi lucenti, poi si spense.
E da capo Ernesta si rifece a pensare.
Mezz'ora dopo essa scriveva:
«Amabile Cuginetta,
«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare nella via del dovere non ti ha fatto affrettare abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione, ma sarai lieta anche tu di sapere che la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella determinazione che ho presa. In fretta.—Ernesta.»
Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo dal tetto della casa e parvero accompagnare la padroncina che se ne andava.