XIV.
Primi bagliori nel buio.
Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.
Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto. Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle stizze, era entrata una forza nuova che comandava la pace; alle aspre guerricciuole combattute a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa, benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la solenne parola che pare scendere dal cielo, quando mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime, quando tutt'intorno è il silenzio disperato: «siamo infelici, amiamoci!»
Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche cosa della divinità.
Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi per alleviare la buia solitudine del povero cieco.
—Passeggiamo—gli aveva detto un giorno,—ti appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di moto.—
Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea posto una mano sull'omero della dama gentile ed era andato in giro per le camere.
—Quando cammino,—diceva—se per poco mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare una distanza enorme; a volte il fermarmi non vale a cancellare questa impressione, il mondo nero continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata nel caos.
—E ti spiace?
—No, perchè sono teco,—rispondeva sorridendo,—e tu mi dai coraggio, mi rassicuri che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.
No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino, quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia madre per vedere il vuoto che a poco a poco si popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io diventavo un atomo di quel caos e giravo anch'io a turbine.
—Facevo io pure così,—diceva Ernesta con un riso melanconico;—qualche volta lo tento ancora, ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto fra le ginocchia della mamma.—
Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea faceta o bambinesca che gli veniva allora.
—Facciamo un giuoco, disse una volta.
—Facciamolo—disse Ernesta.
—Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi ci fermeremo ed io dovrò indovinare.
—Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto; chi non indovinava faceva la penitenza.—
Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva sempre con dire:—bravo!—
Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine più melanconica.
«È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo azzurro ed i profili fantastici delle piante nella notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero? A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori, i contorni, siano andati perduti nel buio senza fine…. Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde della campagna… dimmelo, Ernesta.
«Lo vedo, lo vedrai tu pure,—balbettava la povera donna con accento carezzevole.
Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio, ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati, che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente con un nuovo impeto melanconico:
«Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi che per piangere!»
Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce di quel pallido volto, il sorriso.
«Debbe essere curioso vedermi attraversare le camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato, stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!»
Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno, Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco, il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente per via di esclusione. Questo no, quello nemmeno—li aveva letti tutti; infine i soli volumi che non avesse letto erano i Saggi del Montaigne, le Confessioni di Sant'Agostino, le Prose del Leopardi ed i Caratteri del La Bruyere, capitati non si sa come fra il Visconte di Faublas, il Linguaggio dei Fiori ed i romanzi di Paul de Kock. Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando le frasi coll'accento e colle pause; aveva una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino.
A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali il semplice e profondo pensatore francese infiora le sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice di star zitta, si arrestava un istante in meditazione, poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di lettura al più:
«Basta,—diceva,—non voglio che ti stanchi… grazie.
—Non sono stanca….
—Grazie… devo ora pensare a quello che ho letto…
E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile, colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone; spesso Ernesta credendolo addormentato camminava sulla punta dei piedi per non destarlo, ed allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra un sorriso.
…. Passavano così i giorni, simili nel muto dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava un'inalterabile serenità, una specie di gioia nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari.
Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane un riflesso della divinità!