XIII.

In cui il dottor Agenore ne fa una grossa.

Alle nove venne annunciata la visita della pietosa Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le venne incontro e notò a bella prima che faceva il bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste, nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale doveva venire al mezzodì in punto.

Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione per questo avvenimento e si accontentò di dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a Leonardo.

Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi regnava.—

«Ho dormito sopra un divano—disse Ernesta.

—In camera di Leonardo?

—Già.—

Virginia rispose al monosillabo con una stretta di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero di parole e con maggiore sussiego dire alla cugina:

—Brava, sono contenta di te.—

La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata di questa tacita approvazione, e levando lo sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la misericordia del cielo su quella testina di stoppa.

Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera; allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.

Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente al capezzale del marito a dirgli con voce sommessa:

—Vuoi nulla da me?

—Nulla.

—Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.

—Grazie,—rispose Leonardo.

Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore. Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta ed entrò in funzione ex abrupto domandando all'ammalato il polso e la lingua.

Che cosa era avvenuto?

Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin presso all'uscio che metteva nella camera del cieco, quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.—Abbracciala, se no ti scappa.—Ed egli aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la bella. Ma la bella, che veniva da una camera più oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia cordialità le due mani dell'amabile Virginia Rinucci.—Scusi…. buon giorno… come sta?—disse, balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.

Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile sorriso di malizia, poi andò a raggiungere la cuginetta.

Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo; in realtà non faceva nulla, pensava.

L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da tutti i lati—l'avea fatta grossa!

Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci da quella ginnastica incominciata in un amplesso e finita in una stretta di mano bislacca? Una cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco era evidente, egli aveva dovuto confessarlo chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era compromessa, dunque la pace di lei era minacciata, minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio preparato con tante fatiche… Ah! non se ne sapeva dar pace.

Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e le due donne rientrarono nella camera, il dottor Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino. Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente si arrischiò a spingere pian pianino uno sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli, e vide… Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza, almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa rossa—uno spettacolo da tentare un pittore d'idillii.

—Buone nuove,—disse allora facendo uno sforzo per rientrare nella sua gravità dottorale,—buone nuove; l'infiammazione del bulbo è quasi cessata, fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà all'operazione.—

Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e guardando Agenore languidamente, si arrischiò a domandare se la cateratta era matura.

—È maturissima—rispose il dottore cercando invano d'ingrossar la voce,—e l'operazione è indicata, indicatissima, quanto allo stato caterattoso; però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione del bulbo è una contro indicazioni temporanea….. mi spiego?

—Perfettamente.

—Oh!… cessata l'infiammazione del bulbo, faremo l'operazione; parlerò al dottor Q… specialista celebre…

—Non sarà lei l'operatore?—domandò Ernesta.

La signorina Rinucci stava evidentemente per fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.

—Signore no,—rispose Agenore modestamente;—non sono da tanto; le operazioni di questa fatta richiedono uno specialista; io sarò l'assistente.

—Grazie,—disse Leonardo;—e quando vedrai il dottor Q…?

—Domani.—

Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo parlasse ancora; ma egli non disse più nulla. La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore era tornato al suo primo pensiero e guardava ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente. Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta seria in viso e contemplava la faccia melanconica del cieco.

—Ah!—esclamò il dottore ad un tratto.

—Che cos'ha?—chiese Ernesta.

—Ho… ho…

Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo: far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale, di cui ella era stata vittima, portava un altro indirizzo, che apparteneva come provento d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un innocente amplesso reo di questa unica colpa, di essere stato dato in salotto e non in anticamera.

—Ho….—soggiunse Agenore,—che è quasi mezzogiorno… e che a quest'ora dovrei essere….

—Il babbo sarà qui a momenti,—osservò Virginia.

—Signorina,—le disse il dottore che le si era avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta—signorina, poc'anzi io…. bisogna che le spieghi…

La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.—Parli al babbo…—disse, rialzò il capo e ripetè più forte della prima volta:—il babbo sarà qui a momenti…—

Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo, salutò le due signore e prese la fuga.