XIX.
È lui, è lui!
La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge, la folla delle idee, invece di illuminare la mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran dolori, così le tenerezze grandi sono mute.
Tacquero.
Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati e carezzevoli, rimasero come estatici ad ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento dell'adorazione il nome di Ernesta, parve quella l'estrema parola d'un poema che avevano letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa da essi soli.
E venne sulle loro labbra il linguaggio degli uomini, dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio degli angeli; la rivelazione era compiuta. Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:—Mi ami proprio?—Sì, tanto.—Ripetilo.—Sì, tanto.—Anch'io, anch'io.—Il più bel vaniloquio della terra…. Poi di nuovo tacevano, e le mani si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano baci sommessi, ed i petti pieni di felicità rompevano in brevi singhiozzi.
—Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,—lascia ch'io ti veda bene—ed accarezzando colle mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie d'entusiasmo melanconico:—come sei bella! Come sei bella!—
Poco dopo soggiunse:
—Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi di malizia…. ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono, e le guance che paiono due rose.—
Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava; un mondo di fantasie meste o gioconde le si schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato, quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti, delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro…. e allora, come se obbedisse ad un segnale, dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto un tempo che non era più che una memoria:—è lui! è lui!—
—Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta, proseguiva il cieco,—ed ora che ridi ce ne sono altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate di baci se avessi avuto giudizio!
E le colmava ora.
Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico e pauroso.
E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno eterno:
—M'ami proprio?
—Sì, tanto.
—E perchè m'ami?—
Ernesta ci pensava senza trovar risposta.
—Dillo, perchè mi ami?
—Non lo so; e tu perchè mi ami?
—Perchè sei bella, perchè sei buona.
—E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei bello….
Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!
—Sono bello io?
—Sì, sei bello…. ma non per questo t'amo.
—E perchè dunque?
—Non lo so….
—Hai ragione,—disse poi,—eri bella, eri buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando sperare. E quando accorresti al fianco della mia sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo, indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più. Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo fra le mie braccia, anche ora temo di fare un sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami; nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono, non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi…. come me.—
Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.
—Che ne dici, Ernesta, guarirò?
—Guarirai,—rispondeva la poveretta facendosi forte.
—Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo…. tu non lo sai che io sono geloso….
—Geloso?
—Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano, di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti, ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo della tua leggiadria, mentre a me solo è negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza, ora sei vendicata…. sei contenta ora?…
—Sì,—-rispose Ernesta,—sono contenta perchè m'ami, perchè t'amo.
—E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io; ma so perchè hai finito ad amarmi….
—E perchè?
—Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla pietà, perchè ti ho fatto compassione…. non è vero?
Nessuna risposta. Era vero.
—Senti,—proseguiva il cieco animandosi,—guarirò, voglio guarire, è necessario ch'io guarisca…. e allora, senti…. non andrò più al caffè nè al Circolo.—
Ernesta rideva.
—No non ci andrò più, staremo sempre insieme, andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè tu già le saprai, ma che mi sono care perchè non le ho lette nei libri, e le ho trovate io…. ah! non mi annoierò al tuo fianco!—
Poco dopo soggiunse mestamente:
—Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa, non è vero?…
—No…. balbettò Ernesta.
—Si, sì…. lo ha detto; ebbene, non importa, io saprò soffrire;—ed aggiunse provando a scherzare:—Mi hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto, mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il dolore che deve ridonarmi la tua bellezza…. Ti sei fatta mesta? Pensi al domani?… Non ci pensare, vedi me, io non ci penso…. sorridimi….
—Che idea!
—Sorridimi…. mi fa bene sapere che tu mi sorridi, io non ti vedo, ma la mia anima si illumina d'una gran luce…. sorridimi.
—Ecco….—disse Ernesta;—ma una pietà profonda, uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.
—Così…. così, diceva Leonardo.
—Sai?—prese a dire dopo una muta contemplazione—ho pensato alla filosofia di Agenore ed alla tua fede…. ci ho pensato molto….
—Ebbene?
—La tua dev'essere più vicina al vero….
—Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?
—Può essere….—
Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre attraverso il vano della finestra.
—Sta a sentire—disse Ernesta,—sai che cosa mi sono messa in capo?… Che quello stornello sia mandato da mia madre…. sarà una sciocchezza, ma mi fa bene….
—Non è una sciocchezza se ti fa bene,—sentenziò il cieco.
—E sai tu che cosa mi va dicendo ora?—chiese scherzosamente la bella.
—No,—rispose Leonardo ridendo—non ne capisco nulla.
—Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!—mi ripete:—è lui! è lui!—Lo senti?
—E significa?
—E significa che sei tu, che sei tu….
—Che cosa?—
La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.
E intanto lo scrupoloso stornello continuava a gridare a gola spiegata.
—Sì—disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,—pare proprio che dica:—è lui!… Ma se pure fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo per compiere domandarci:—che ne dirà mia madre?—ecco il vero culto dei morti; tu educhi il semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa nei cimiteri!
—Prendi anche questo—interruppe Ernesta—perchè tu parli come un angelo.—
Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria la musica di due baci sonori…….
Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata, muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo, a cui i grilli facevano l'accompagnamento.
—Ah!—disse Ernesta voltandosi.
—Agenore!—aggiunse il cieco.
—Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani, che non vi sareste accorti di me.
—Io me n'era accorto—disse Leonardo,—ma credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.
—Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò moglie….
—E prego Dio che sia presto!—disse Ernesta scherzando.
—Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie….—
—Vediamo, siamo stati savi?… Leonardo…. si sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni troppo forti?…—
Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano di sì col capo come due scolari che vogliono farla al signor maestro.
—Sentiamo il polso…. abbastanza regolare.—
I complici, respirarono liberamente; il momento difficile era passato.
Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava un'intenzione che sfuggiva alle occhiate scrutatoci d'Ernesta.
—Cara signora,—uscì egli a dire all'improvviso,—vorrebbe usarci la cortesia di lasciarci un momento soli? Scusi la ruvidezza…. è il vizio dei medici….
—Mi manda via….—rispose Ernesta ridendo,—me ne andrò!…
—Perchè la mandi via?—chiese Leonardo, e udendo il passo della moglie che si allontanava, stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:—Che cosa vuoi da me ora?
—La lingua—disse il medico.
Leonardo cavò la lingua.
—Come ti senti?
—Bene.
—Saprai resistere ad una commozione?
—Sì.
—Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato…, ho detto tutto a tua moglie.
—Ah!
—E tua moglie, indovina…. è innamorata di te.—
La rivelazione che Agenore aveva circondata di tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue labbra, null'altro.
—Grazie,—disse Leonardo.
—Si figuri,—rispose Agenore, canzonandolo—niente, è una bazzecola!
—Grazie,—ripetè Leonardo—lo sapeva.—
Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio del salotto e chiamò Ernesta.
—Venga, venga, signora mia; sono io di troppo…. e me ne vado.—
Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto. Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio «non si commettessero imprudenze» e ad avvertire che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.
—A domani—disse Agenore.
—A domani—ripeterono melanconicamente Ernesta e Leonardo.
Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.