XVIII.

Una rivelazione del dottor Agenore.

Nella sera di quel giorno medesimo, che era un giovedì, il celebre dottor Q… tornò a far visita al cieco, ed avvertì il suo collega che l'operazione si sarebbe potuta fare il sabato, se egli non avea nulla in contrario.

La clientela del dottor Agenore non avea fortunatamente nulla in contrario, dunque il dottore Agenore nemmeno.

Per altro il giorno successivo, levandosi da letto e dicendo: «domani!» non si sentiva ben rinfrancato. Siffatta era la solennità dell'avvenimento per lui, che nemmanco la laurea dottorale lo avea tanto commosso. Fu necessario un esame di coscienza.

«Agenore mio, disse egli, sta per entrare in ballo la tua riputazione di medico, la quale non è veramente gran cosa, ma ha il suo valore; l'estrazione d'una cateratta è delicatissimo negozio anche per l'assistente; bisogna che il dottore Q… abbia un aiuto e non un impaccio; a teoriche, se non sei un milionario, ne hai da spendere; ma in pratica corri rischio di sembrare un pitocco; se domani non riesci a tenere stirata abbastanza la rima palpebrale del paziente, o per allargarla troppo cagioni un arrovesciamento, e guasti il tuo decoro e l'amico Leonardo…. la fai così grossa, così grossa, che non avrai bisogno di farne altre in tutta la tua carriera di medico….. Tu non sei uomo da tentennare nei gran momenti, ma ti conosco, non sai fare l'eroe dinanzi ad uno che soffre…. basta…. basta…. Intanto oggi tocca a te preparare il paziente…. farlo stare in gran quiete stanotte, perchè domani all'alba…. To'!… e l'ambasciata di Leonardo? bisogna farla; egli dice di no, perchè tu faccia di sì, questo s'intende. Ah! (un sospirone)—ti toccano tutte, Agenore mio, metti per conto tuo l'assedio in regola ad una bella donna, nelle condizioni più felici per la conquista, ed eccoti a far le parti dell'ambasciatore, a trattar l'alleanza per conto d'un altro… Quando si dice!…. Ha da venir in mente a lui, proprio a lui, al marito cieco d'innamorarsi di sua moglie e di sceglierti per confidente ed…. ambasciatore!…. Ah!…. basta…. Hai rinunciato ad Ernesta…. hai promesso a Leonardo…. il poveraccio aspetta un conforto, e tu glielo devi oggi…. perchè domani….»

Pensando al domani, il dottore si grattava la nuca e si prometteva di vegliare una parte della notte per ripassare il suo manuale d'oculista, al quesito: cateratte, come già in Pavia alla vigilia degli esami.

Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al suo ammalato con una vocina anche più carezzevole del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.

Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si stancò di raccomandare, e per quanto facesse il disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani era un giorno come un altro e l'operazione una cosa da nulla, non pensava egli stesso che al domani ed all'operazione.

Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per l'ultima volta:

—Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti bene a prendere un purgante blando…. No? Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor Q…, non potendo venir oggi a vederti, ti ha affidato a me, e se domani non ti trova come devi essere, converrà differire ancora…. E ti garba l'aspettare?… scommetto di no.

—No, no,—disse il cieco,—starò tranquillo.

—Va bene, ed ora me ne vado proprio….

Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.

—Vuoi qualche cosa?—domandò Agenore;—ah! ho capito!….

—No, non hai capito….—soggiunse il cieco come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere inteso dall'amico:—Non oggi, non oggi.

—Sta bene,—disse il dottore, ed uscì facendo un cenno ad Ernesta.

La bella lo seguì nel salotto; si faceva forza, ma tremava, aveva paura di qualche penosa rivelazione….

—Che vuol dirmi, dottore? Qualche brutta notizia?…

—No, anzi—rispose Agenore, cacciando le dita nei taschini del panciotto per darsi un contegno, tutt'altro…. ho un'ambasciata da farle….

—Un'ambasciata? A me?

—Cioè, ieri era un'ambasciata…. oggi muta carattere, diventa una rivelazione….

—Una rivelazione!—ripete la bella, fissando gli occhi a terra come per cercare d'indovinare.

—Già…. ecco…. siccome….—

Ad ogni parola Agenore levava le dita d'una mano da un taschino e ve le ricacciava, alternando; finalmente si fece forza e disse tutto d'un fiato:

—La cosa è tale e quale…. mi stia a sentire; ieri Leonardo mi aveva pregato di dirgliela ed io aveva promesso, poi Leonardo non volle più per certi suoi scrupoli, ma ora io voglio, sebbene Leonardo non voglia, e gliela dico: Leonardo è innamorato di sua moglie…. ora ci pensi lei.

E tacque aspettando l'effetto delle sue parole.

—Ci ho pensato,—rispose la bella sorridendo e impadronendosi della mano che fu prima ad uscire dal taschino—grazie; ella ha un cuor d'oro… ed io…. lo sapeva…..

—Sapeva che ho un cuor d'oro o che Leonardo?,..—

La bella non lo lasciò finire.

—L'una cosa e l'altra.—

Disse, scrollò la mano del medico stupefatto, rise forte e fece atto d'andarsene; ma Agenore la trattenne.

—Dunque sono un ambasciatore in ritardo?… Non ho maggior fortuna a trattare gl'interessi degli amici che i miei? dunque?…

—Ottimo amico!—disse Ernesta.—

Agenore sospirò.

—È qualche cosa…. ma non mi basta; la risposta…. voglio la risposta, l'ho da portar io a Leonardo…. ci tengo….

—Mi dia tempo a pensare,—rispose scherzando la bella.

—Ho capito,—concluse Agenore,—ho capito…. non una parola di più, ho capito; tornerò stasera.—

Ernesta lo seguì collo sguardo, finchè fu scomparso, poi andò rasserenata presso al marito.

—Che ti ha detto Agenore?—le domandò il cieco.

—Mi ha ripetuto quello che aveva detto…. di farti riposare; pare proprio che sia necessario…. tornerà stasera….

—Non altro?

—Non altro.

—Non sa egli se guarirò?

—Lo spera.—

Tutto quel mattino Ernesta parlò a monosillabi; era inquieta, andava e veniva, a volte si fermava d'un tratto nel mezzo della camera, e rimaneva così immobile, distratta, finchè la voce dell'infermo la toglieva all'attonitaggine.

Dopo il mezzodì, all'ora medesima della vigilia, vedendo che Leonardo non le diceva nulla, fu lei la prima a proporre.

—Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda del giorno, fa molto caldo oggi…. ti farà bene riposare il capo, perchè cessi dal farneticare intorno al giorno di domani…. dormi, ho sonno anch'io, dormiremo entrambi.

—Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;—sì….—

Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente: «buona notte.»

Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore forte.

Questa volta Leonardo non seppe aspettare un pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò: Ernesta! la bella non rispose. Allora il poveretto si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance…. poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da morbide braccia che gli si stringevano attorno al collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida, ripetergli fra i baci:—Leonardo mio! Leonardo mio!—

Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un paradiso.