XXI.

La luce.

Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il silenzio.

Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine. Le imposte della finestra furono chiuse sì che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna, vagolava assiduamente in quel buio—Ernesta, col cuore traboccante, col labbro muto.

Più volte in uno stesso giorno la porta di quella camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale chiudeva il vano, stava un istante immobile, poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere; non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva poco dopo, la porta cigolava un'altra volta—Agenore se n'andava com'era venuto.

Silenzio.

A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:—Ernesta?…—

Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:—silenzio!—

Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole confortatici mormorate da invisibili creature!

Le ore scorrevano lente, il cuore della povera donna le misurava con un battito tranquillo.

Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava ogni tanto, ella vedeva accorrere mille giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile a quella breve lotta. Non sapeva altro che sperare, altro non faceva che sognare ad occhi aperti.

Il buio della camera era per lei come un velo nero, dietro cui si nascondesse la felicità.

Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava ogni tanto la sua compagna—e la poveretta era, ratta a chiudergli le labbra colle labbra.

—Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo, ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato di vedere i colori; non sono più cieco!

—Zitto! Zitto!

—E vedrò te, mia bella!…

—Zitto….—

Tornava il silenzio.

Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare il tempo lungo.

Per ore intere al capezzale del marito, una mano di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile nella contemplazione della tranquilla festa dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da due sguardi d'amore.

Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li guardavano attoniti, e quante creature avevano un movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole paure, della poesia che ripudia ogni inganno di metafora o di rima.

Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia, la sazietà—parole vuote dovunque non entra spasimo o febbre.

Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo, che s'indovinava sulle labbra dell'infermo, diceva che così pure fantasticava Leonardo.

Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva talvolta affievolita la nota dello stornello, unica voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva voglia di correre a spalancare le finestre, di lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di gridare alle innocenti creature la buona novella…

Silenzio!… Bisogna star paghi alle visioni della cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un giorno ancora!… Silenzio.

Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo, dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto sulle labbra senza saperlo leggere!

Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e belli… Era bello Leonardo!

E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue guancie, dirgli cento volte:—sei bello, sei bello!—

Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!…
Silenzio.

Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.

Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo, gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente l'organo indebolito… Era venuto il momento. Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.

La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria, quella lotta che aveva per premio la speranza, era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi—e quell'unico nemico, che pareva sopraffatto e meschino, si rialza, ed è un gigante.

Se Leonardo non vedesse nulla!

Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le braccia chiamandola col gesto.

—Ti vedo! ti vedo!—

Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in un singhiozzo.

Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva, ma voltava il capo dall'altra parte per non farsi scorgere.