XXII.
Emicrania e mal di nervi.
La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi, quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo e se n'era andato.
Non lo disse espressamente, ma lasciò capire che era una disgrazia.
—Peccato!—mormorò; e mormorò quel peccato! in guisa, che Ernesta dovette proporsi il quesito se il danno fosse di Leonardo, di Virginia Rinucci o di tutti quanti.
Ma l'amabile cuginetta non la lasciò lungamente in dubbio, e dopo aver diluviato domande su ciò che aveva detto e fatto il cieco rivedendo la luce, concluse candidamente: «peccato! se ci fossi stata, avrebbe visto anche me.»
—Sicuro,—disse il dottor Agenore,
—Sicuro,—ripetè Ernesta sorridendo.
Queste ciancie si facevano nel salotto, dovendosi, per ordine del dottore, lasciare in pace l'infermo.
—Tornerò domani,—disse Virginia;—e siccome non mi aspettereste, anticiperò.
—Brava!
—Brava!—
Alla prima approvazione scherzosa, che era di Ernesta, la cuginetta rizzò il capo ed appuntò le labbra pronta a combattere come un'eroina; alla seconda approvazione, ch'era del dottore, chinò gli occhi a terra al par d'una vergine imbelle.
—Non ha altr'arme che il pudore, ma evidentemente ne abusa—pensò Agenore—fa il mulinello continuo.—
Il giorno successivo Virginia anticipò, e giunse appena in tempo; il dottor Q… entrava appunto allora.
—Vedi un po' se avessi tardato qualche minuto!—disse ad Ernesta entrando, dietro al medico, nella stanza di Leonardo.
Ma ecco il dottor Agenore farsi presso alla signorina
Rinucci, e colla sua voce di falsetto dirle:
—Signorina, se Leonardo la vede corre rischio di restare abbagliato….—
E siccome la vergine incominciava più disperatamente che mai a fare il mulinello col suo pudore, egli si affrettò a soggiungere ingrossando la voce:
—Il bianco della sua veste può infiammargli la retina, è meglio la si tiri in disparte.—
Lo stesso consiglio fu dato con un cenno dal dottor Q…; e allora Agenore dimenticò la prudenza e trasse dolcemente la signorina dietro il seggiolone.
Leonardo ed Ernesta si abbracciarono stretti, senza parole, senza lagrime….
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tante commozioni e tanti contrasti furono funesti all'amabile cuginetta.
Due giorni dopo il dottor Agenore, recandosi a far visita a Leonardo, si vide venire incontro Ernesta con modi da indovinello, tra il serio ed il burlesco.
—Presto, presto, dottore, si ha bisogno di lei.
—Leonardo?
—Sta benissimo, non si tratta di lui, ma di mia cugina Rinucci….
—Oh!
—Sicuro, è stata colta da un'emicrania orribile, ha il suo mal di nervi, un mal di nervi tutto suo, come dice lei, nessuno ha mai provato l'uguale…. sono stati a cercarlo a casa e non l'hanno trovato, allora sono venuti qui.
—Sono venuti a cercar me?
—Già!…
—Proprio me?
—Proprio lei.—
—Agenore non sapeva uscire dallo stupore; sentiva un curioso imbarazzo in faccia ad Ernesta, e senza una ragione al mondo, invece di spicciare la sua visita medica, tirò in lungo.
—Cattivo!—gli disse Ernesta quando fu per andarsene.
E rise.
L'eco di quella risata, accompagnò lungamente il disgraziato dottore.
Nessuno seppe mai che cosa avvenisse in quel primo incontro del medico colla pudibonda ammalata, al cospetto solenne di babbo e mamma Rinucci.
Curiosa come donna e come cuginetta, Ernesta assediò di domande Agenore, il quale si tenne sulle sue un pezzo, finchè un bel giorno, in faccia ai due coniugi riuniti, uscì in questo aforisma balzano:
«Ogni donna è un'amazzone, o combatte colla civetteria o col pudore; la civetteria, che assalisce da lontano e tira a cimento i paladini, può fallire; il pudore no; è impossibile accostarsi ad una donna che faccia il mulinello con quello spadone a due tagli senza buscarsele.
—E significa?
—Significa…. significa…. non lo so nemmeno io che cosa significa.
—Ah!… ed è proprio guarita bene la mia Virginia?
—Proprio bene.—