XXIII.

L'ultimo tiro del dottor Agenore.

Leonardo entrò presto in convalescenza; mano mano gli fu concesso di star senza la benda nelle ore del crepuscolo, di andarsene in campagna, di far uso degli occhi con occhiali; e finalmente Agenore disse all'amico con una solennità insolita:—la cura è finita; tu ci vedi meglio di me, e solo che rinunzi alla vita di stravizzi, che non vegli di notte….—

Leonardo lo interruppe:

—Che non perda il mio tempo al caffè od al circolo, che non mi avveleni a stilla a stilla colla noia, che non intorpidisca le fibre coll'ozio, che non corra pazzamente dietro alla felicità colla felicità stretta nel pugno…. solo ch'io faccia tutto ciò, sono al sicuro da una ricaduta. È questo che vuoi dire?

—È questo.

E appena Agenore se ne andò a girare pei campi col fucile ad armacollo, il poveretto corse in una stanzetta piccina e gentile, si arrestò sull'uscio come sul limitare d'un tempio, finchè la sacerdotessa gli venne incontro ad introdurlo colla cerimonia d'un sorriso e d'un bacio. Ed allora essa sedette sopra una poltroncina, egli se le inginocchiò ai piedi e cercò il suo cielo in quegl'occhi neri lucenti; e fra il sorriso amoroso ed una stretta di mano tenace ed un amplesso misurato dal palpito robusto e sereno del cuore, sentì il bisogno di ripeterle per la centesima volta:

—Ti ricordi, quando vivevo al tuo fianco senza saperti leggere dentro, quando te bella, gentile, appassionata possedevo indifferente, ed i tuoi sentimenti ed i tuoi affetti non comprendevo o sdegnavo come un impaccio?

—Sta zitto—disse Ernesta,—sta zitto.

—No, non sto zitto; te ne ricordi? Ti ricordi il giorno che ti rimproverai l'amore innocente dei tuoi fiori, e beffai la canzone del tuo canarino, e risi del santo culto dei tuoi poveri morti? Te ne ricordi? Ebbene, allora, allora più che mai, allora solo ero cieco.

—Sta zitto.

—No, non sto zitto. Io che le ho provate entrambe, lo posso dire: più della cecità degli occhi, è paurosa e crudele la cecità dello spirito. E se la notte, quando sogno di essere ancora cieco o mi sveglio d'improvviso nel buio e mi coglie una terribile paura, se allora mi si proponesse di scegliere tra la luce che illumina la mia pupilla e quella che m'illumina il cuore….

—Sta zitto…. ascolta….—

E così dicendo, si levò in piedi, socchiuse un'imposta della finestra, e col braccio tenne lontano Leonardo, perchè il raggio che penetrò nella cameretta non gli battesse sul viso.

Era l'ora del mezzodì; sotto la sferza del sole nessun uccello si avventurava sugli alberelli vicini, nessun passero saltellava sulle sabbie ardenti dei viali, ma giù nel boschetto, che pareva tuffarsi nel lago, l'usignuolo levava ogni tanto la voce di mezzo al confuso chiacchierio di mille voci.

Un pezzo stettero silenziosi, colle mani strette; si guardavano ogni tanto e si sorridevano a vicenda. All'improvviso s'udì uno sbatter d'ali, e un corpo nero fendette l'aria. Ernesta, che l'aveva visto colla coda dell'occhio, ebbe appena tempo di voltarsi; in mezzo al verde chiaro d'una robinia essa riconobbe uno stornello. L'audace pennuto pareva proprio rivolgersi a lei, spiegando tutta la sonorità della propria voce di contralto, in un saluto.

—Stallo a sentire—disse Ernesta.

Ma in quella lo stornello spiccò il volo ed andò a posarsi in cima ad un noce altissimo, dove ripigliò il suo gorgheggio.

Ernesta mise il capo fuori della finestra per vedere chi l'avesse fatto fuggire, e vide…. orrore! il dottor Agenore che, col fucile spianato, toglieva la mira verso il noce. Un grido ed uno sparo…. tacque il gorgheggio…. un brevissimo istante di silenzio, e finalmente l'uccello si staccò dalla pianta volando in direzione del boschetto.

—Sbagliato!—gridò Ernesta battendo le mani;—bravissimo!

—Dica che sono un asino! venti metri di distanza al più, carica di pallini da lepre…. è la prima volta che sbaglio.—

In così dire Agenore entrava in casa. Ernesta e
Leonardo gli vennero incontro.

—Sono un asino, non me la perdonerò mai….

—Ma perchè pigliarsela con uno stornello?

—Perchè? Per non pigliarmela cogli usignuoli e coi fringuelli; questo vostro boschetto non ha mai visto la coda d'una lepre e non ne vedrà probabilmente fino al prossimo cataclisma.

—E allora lei non ci sarà.

—È vero; ma pare impossibile…. ho mirato giusto, dovevo colpire.—

Ernesta non rispose nulla, ma, seria seria in viso, faceva di no col capo.

Agenore guardò la bella, poi la faccia sorridente di Leonardo; depose lo schioppo in un canto e ripigliò a dire beffandosi:

—Sarà…. ogni anno ne passa uno, s'invecchia, si perde la fermezza del braccio, la sicurezza dell'occhio….

—E quando si ha perduto la fermezza del braccio e la sicurezza dell'occhio…. si piglia moglie.—

La bella donna rideva dicendo queste parole, Agenore anch'esso si provò a ridere, ma non gli riuscì.

—Ernesta ha ragione,—aggiunse Leonardo.

—Trovatemi voi altri la sposa….

—L'ho bell'e trovata…. mia cugina!

—Ah! perchè no? Lunga, asciuttina, coi capelli color di stoppa…. una connocchia vestita…. perchè no? io sono grassoccio, ho i capelli neri….

—Arturo Shopenhauer benedirà le nozze—entrò a dire Leonardo.

—Mia cugina non legge altro; ha sempre il suo Arturo al capezzale…. non è mica geloso, dottore?

—Procurerò di farmi forza….—

…. Alla sera, quando Agenore, col fucile ad armacollo, fu scomparso allo svolto del viale, Ernesta si rivolse sorridendo al marito e gli disse con un bizzarro accento quest'unica parola:

—Scommetti?—