VI.
Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e muta. Giusto affrettò il passo.
Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e la ragazza voltandosi, disse:
—Oh! che piacere; zio Giusto!
Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela, pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca reputazione.
E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così, senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare, e che si era poi buscato il tifo.
—Il tifo! ora sta bene?
Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il pittore le farebbe.
—Dica…
Giusto aveva tante proposte sulla punta della lingua, ma una, la più vagheggiata, al momento buono gli parve di un'audacia spropositata, e se la tenne per un'altra volta.
—Dica, dica.
E il pittore disse. Disse che se Cristina volesse un tantino di bene a lui, poveretto, poteva renderlo il più beato dei mortali.
Cristina abbassò gli occhi un momentino, poi rialzandoli risolutamente e mettendoli in faccia allo innamorato, domandò a bassa voce:
—E come devo fare?
—Rifiutare qualunque marito ti venisse offerto dall'usciere fosse un usciere, o un cancelliere, o il pretore medesimo, fosse anche il primo presidente della corte d'appello; dichiarare tranquillamente di non volere sposare un altro uomo il quale non fosse Giusto Giusti.
Cristina curvò il capo sul petto, e parve al disgraziato amatore che essa volesse dirgli alla muta non poter mai trovare tanto coraggio.
—Ti manca il core?
—No, rispose Cristina con semplicità; quello che mi domandi l'ho già fatto.
—Dio grande! Possibile mai?
La fanciulla non aggiunse parola.
—Possibile mai! mormorava Giusto; e tuo padre?
—Io aveva paura di lui e non lo guardavo; rimase un pezzo dinanzi a me, senza dirmi nulla, poi se n'andò in silenzio; aprii gli occhi e non piansi più.
—E da quel giorno il babbo è mutato?
—È rimasto lo stesso; e questo mi sgomenta; non ho io ragione?
Giusto pensò un poco, e riconobbe che la bambina non aveva torto.
Gli si affacciò ancora, e più insistente che mai, l'idea di proporre a Cristina una magnifica fuga, ma la lingua gli si ribellò ancora. E pure che altro fare? Cristina aveva diciasette anni appena, e per farla in barba all'autorità paterna, bisognerebbe aspettare l'età maggiore; d'altra parte, per quanto ringiovanito dalla convalescenza, Giusto Giusti vedeva chiaro chiaro che quando i trentasei sono sonati, non è utile, anzi è inutile, anzi è dannoso, ritardare le nozze cinque anni, come a dire cinque secoli eterni.
—Ah! Cristina mia, quanto siamo infelici!
—Non è vero che siamo infelici, se ci vogliamo bene! Sapremo aspettare, non è vero?
—Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina.
—Ecco il babbo!
E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile.
—Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto tutti una paura, una paura… Non è vero, Cristina?
Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose nulla.
—Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se no, caro il mio Giusto, te ne andavi ad patres; lo dicevamo sempre in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti… Non è vero, Cristina?
Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle mentire per compiacenza.
—Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una malattia così grave…
—Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè sei dimagrato un poco… ma poco veramente… e… scommetto che tu venivi in casa mia?
Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita, dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per testamento gli ballasse entro la saccoccia.
—Sì, veramente ero diretto a casa tua, ma sul portone di casa mi sarei fermato un momentino a salutare Cristina, e me ne sarei tornato allo studio.
—Oh! cattivo! non avresti salito le scale per vedermi?
—Parola d'onore, non le avrei salite; forse avrei detto a tua figlia di salutare suo padre, ma non ne sono sicuro.
L'usciere si accontentò di quella risposta.
—Manco male, disse; e ora accompagniamo Cristina a casa; poi sarò a tua disposizione, perchè… perchè anch'io venivo a trovarti in studio.
I due cugini, pigliando in mezzo la fanciulla, si avviarono in silenzio.
L'usciere andò cercando per un poco un argomento di discorso, e trovata la subasta di un palazzo cominciato appena, ne empì tutta la via Disciplini quanto è lunga; Cristina e suo zio tacevano, guardandosi ogni tanto; la fanciulla ingenua aveva lasciato penzolare la mano sinistra lungo il fianco, altrettanto aveva fatto il pittore, e così le mani loro si incontravano ogni tanto senza paura di nulla, perchè la fantesca sorda si era affrettata a passare innanzi ai padroni per aprire l'uscio di casa.
Ma arrivati al portone, Giusto non volle salire per niun conto; aveva molto a fare in studio, perchè se l'usciere la domenica è libero press'a poco, l'artista, il quale deve cogliere l'ispirazione quando si presenta, non può santificare le feste… si capisce?
Si capisce chiaramente.
Così l'usciere si attaccò ai piedi di Giusto.
Nella via del ritorno seguì il contrario; Giusto ciarlava come una gazza, ciarlava di cose che molti uscieri non capiscono, anzi sembrava scegliere appunto quelle per aver il gusto di vedere l'ufficiale giudiziario approvare col capo tutte le arditezze. Finalmente l'usciere n'ebbe fin sopra il cappello a staio di approvare tutto quello che non avrebbe inteso mai, campasse ancora un secolo, e disse tranquillamente:
—Ti ho lasciato dire perchè pensavo ad altro, ma la verità vera è che io sono un po' pentito della risposta dell'altro giorno…
—Che giorno?
—Eh! lo sai bene; non sarai offeso della prudenza d'un padre; in fin dei conti ho una figlia sola, e dovevo prendere le mie precauzioni.
—Non ti capisco…
—Ti vendichi; vuoi che mi umilii…
—Non voglio nulla da te; saprò aspettare…
—Eh! via, non sono cose da fare, nè da dire; non è meglio sposarsi subito quando si può? dillo tu.
—Sicuramente è meglio; se tu mi dai Cristina me la piglio; non ho altro a dirti; se tu non me la dai, me la piglierò più tardi.
L'usciere, invece d'andare in collera a questo parole audaci, ne sembrò rallegrato. Diceva, parlando a se stesso:
—Tutti così questi artisti!, come se ne avesse conosciuto intimamente una mezza dozzina.
Si fece serio:
—Io voglio il bene della mia figliuola; ho già visto che essa ti vuol bene; ma non si vive di solo pane, e tanto meno di amore. A un buon matrimonio occorre molto companatico, delle vesti da estate, da inverno e da mezza stagione, dei mobili non dipinti soltanto ma da potersi pignorare al bisogno, occorre un buon contratto di locazione, cinque o sei stanze almeno e una cucina… possono nascere in poco tempo dei piccini nudi e affamati; e ci vogliono molte fasce e altro vestiario e un numero sterminato di pagnotte per tirarli su omini come il padre e il nonno… Ne convieni?…
Giusto ne convenne pienamente con un cenno del capo, ma non rispose sillaba.
—Dimmi una parola che mi accontenti, e Cristina è tua; se non vuoi dirla per me, dimmela per lei; ora la felicità è in tue mani… parla.
Giusto tenne il capo basso senza rispondere.
Camminarono così un buon tratto in silenzio.
L'usciere pensava: egli non ha rinunciato a Cristina se aspetta solo la sua maggiore età per sposarsela a mio dispetto; e perchè allora ha fatto testamento? Bizzarrie d'artista!, e se intanto egli morisse senza pigliar moglie, il testamento sarebbe valido, e io spartirei con gli altri; ma egli per farmi dispetto potrebbe fare un altro testamento privandomi della mia porzione; e allora? Allora zero. Quasi quasi gli dico «sposala,» ed egli la sposa, ed i miei cugini restano con un palmo di naso, chè senza annullare l'atto d'ultima volontà con un atto posteriore, tra mia figlia e lui, scommetto, s'ingegneranno subito a mettere al mondo un erede legittimo… Ma perchè prima di quaranta anni ha fatto testamento? perchè bisogna pure farlo una volta, e io l'avrei già fatto se non ne avessi visto l'inutilità. E perchè ha fatto testamento quando cominciava la convalescenza? Appunto perchè aveva toccato con mano che si può essere spediti all'altro mondo dal tifo quando uno meno vi pensa. E perchè si lasciava pignorare i mobili? Perchè erano soltanto dipinti, e non voleva pagare l'esattore.
Tutte queste domande trovavano pronte e chiare risposte. Una sola non ne aveva alcuna: come mai Giusto, disponendo di tanto capitale, era andato in giro per tutta la sua parentela a chiedere l'impossibile: mille lire in prestito?
Il quesito strano lo impensieriva da un pezzo, per quanto si provasse a dire a se stesso che gli artisti hanno molte stramberie per la testa. Ma chi sa mai? Giusto aveva voluto esperimentare la generosità dei parenti, e visto che uno non valeva meglio dell'altro, aveva pensato di punirli tutti quanti testando con atto di notaio, e annullando l'atto con un testamento olografo di data posteriore. A questo punto diede un'occhiata al compagno silenzioso. Ah! era chiaro. A quest'ora egli aveva nominato erede universale l'istituto dei rachitici, o la famiglia artistica!
Giusto a capo basso pensava:
Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia; ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace, l'inganno mi repugna.
Così pensosi entrambi arrivarono allo studio.
Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà mezzodì…»
—Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole da te?
—Non lo so.
Ma quasi lo sapevano entrambi.
Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la ragione dei quattro viaggi in meno di due ore.
Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate, dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui l'opera propria.
—Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte… ti voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran pittore… e sai perchè?… perchè sei mio cugino… Me lo credi?
Altro che! Giusto credeva tutto.
—Qualcuno mi era venuto a dire che tu avevi dell'ingegno…
—E non hai creduto?
—Ho creduto, perchè ingegno ne abbiamo tutti in famiglia; ma quando mi dicevano che stavi creando un'arte nuova, tutta lombarda, un'arte che bisognava guardare da lontano, da un certo punto di vista, che i colleghi ti incoraggiavano imitandoti, anche avendo invidia di te… allora…
—Non credevi?
—Che credere! Domandavo sempre: si è fatto ricco col suo pennello?, mi rispondevano di no.—Ebbene, dicevo, l'arte che non frutta è un'arte inutile… Ma ora, guardando da questo punto… fammi il piacere, mettiti qui tu stesso… e guarda…questa donna che si attacca un serpente alla mammella… è una cosa che fa pena, ma è bella… dillo tu stesso.
—Non è finita, perchè mi manca la modella, disse tranquillamente il gran pittore.
—Ti manca la modella? Ti è morta?
—No, mi manca il denaro per pagarla. Oh! prete Barnaba, scusami tanto, se ti ho fatto venire tante volte inutilmente.
Prete Barnaba entrò in studio con una certa paura delle tele dipinte e in ispecie d'un paravento che poteva nascondere il peccato carnale; entrò quasi in punta di piedi, guardandosi intorno e afferrandosi alla propria sottana per non mettere il piede in fallo. La sua faccia scolorita aveva la barba nera di una settimana almeno, e la piccola chierica era in gran bisogno del rasoio; il solino desiderava da gran tempo il bucato; la veste era tanto sfrittellata da sembrare una frittella sola; e per giunta una scarpa stava perdendo la fibbia.
—Oh! disse, quando ebbe la certezza che il paravento non nascondeva la tentazione del demonio; oh! anche tu qui! spero non sarai venuto a fare il pignoramento al nostro Giusto.
Ippolito sorrise e per entrare nella celia, rispose:
—Nè tu a confessarlo o a raccomandargli l'anima.
Sorrise anche prete Barnaba, e cominciò, come aveva fatto l'altro cugino, ad ammirare le tele; un Cenacolo incominciato gli piacque subito; ma si fermò davanti a Cleopatra e alle donnine del gran quadro dell'orgia; quelle donne mezzo spogliate tennero incerto il suo giudizio un gran pezzo; finalmente si decise ad ammirarle tutte.
L'usciere gli veniva dietro guardando ogni tanto l'orologio; mangerebbe la minestra riscaldata, ma ad ogni costo voleva penetrare il segreto di quella visita.
Finalmente il reverendo ebbe pietà, e confessò d'essere venuto per la
Madonna dei sette dolori.
—Ci ho pensato molto, dopo quello che mi avevi detto, e ho parlato al parroco; egli mi pare ben disposto, e se gli andrò a dire che ho combinato ogni cosa, che concorro anche io nel limite delle mie modeste forze, il mio altare avrà la sua madonna. Ti porto seicento lire per ora; nella settimana ventura il resto; sei contento? tu mi farai una Madonna dei sette dolori, come dicevi… da far piangere i sassi…. sarà il primo suo miracolo e sono sicuro che ne farà degli altri quando sia stata consacrata dall'arcivescovo. Bisogna però abbondare nella tela…. mi hai detto che una spanna di più o di meno a te nulla importa; ai devoti invece, una spanna di più cresce il valore…
—Della Madonna?
—Non dico propriamente questo, ma quasi.
Giusto aveva una irresistibile voglia di sparare in volto ai due cugini una risata omerica, ma si trattenne perchè insieme a quella tentazione allegra gli stavano venendo altre idee d'altro colore; idee insolite, capaci di disgustarlo a poco a poco dei parenti, degli amici e dell'umanità tutta quanta.
Sorrise appena appena alla propria fortuna, intascò le seicento lire facendone ricevuta, e siccome stava firmando senza pagare la tassa nemmeno questa volta, l'usciere intervenne con la sua autorità d'uomo del foro, e offrì al cugino la marca da bollo da dieci centesimi.
—Ti faccio risparmiare la multa di lire 40, disse.
—Grazie, rispose il pittore.
E ora l'usciere poteva andare a colazione; ma mentre guardava l'orologio ancora una volta, una voce domandò il permesso di entrare; e quella voce era così nasale da non si potere dubitare fosse d'altri che del cugino Venanzio.
L'usciere e prete Barnaba si guardarono alla sfuggita; vollero andarsene entrambi, e rimasero.
—Avanti, cugino carissimo!