VII.
Il cugino Venanzio non si sgominò punto nel vedersi dinanzi tanto parentado; intese che gli altri cugini erano venuti per lo stesso fine, e affliggendosi solo un poco d'essere arrivati tutti insieme nell'ora medesima, prese la determinazione fulminea di salvarsi.
—Io non voglio sapere, disse a bassa voce, che cosa siano venuti a far qui i miei cari cugini; tu ti stupirai di vederne qui tre riuniti, e io non mi meraviglierei quando ne arrivasse un quarto… Dunque parliamo chiaro: è vero o non è vero che tu sei milionario?… proprio, milionario, è la voce che corre per la città… Ma domando io: perchè sei venuto a chiedermi mille lire in prestito? Non te le ho potuto dare allora perchè non le avevo disponibili… Lo sai bene, non tutti i momenti sono buoni…. ma se mi assicuri che non sei milionario, come dice la gente, chiedimi ancora le mille lire in prestito, e io te le do, parola d'onore, senza pegno nè ipoteca, ma con un semplice pagherò a sei mesi al sette per cento. È tutto quello che posso fare per te. Se invece sei tanto ricco, prestami tu tutto quello che puoi, cinquemila lire o centomila… te le renderò forse col sette per cento anch'io fra sei mesi… fai la mia fortuna, e non rischi un millesimo.
Giusto sorrideva senza rispondere; prete Barnaba e l'usciere, i quali intendevano ogni parola, avevano la disinvoltura minchiona di gente colta in fallo. Parlavano entrambi allo stesso tempo, fissavano con attenzione straordinaria Cleopatra, e il reverendo si distrasse fino a toccare con un dito il serpicino viscido che mordeva la nuda mammella.
A un tratto l'usciere trovò un'uscita alla sua falsa disinvoltura, l'appetito che lo molestava da un poco, e disse con disinvoltura vera, guardando l'orologio:
—Volevo ben dire. È già la mezza, e non sono fra le gambe della tavola. La mia Cristina chi sa mai che cosa penserà di suo padre. Vi lascio ai vostri interessi; quanto a me, Giusto, tu lo sai, io ne ho uno soltanto, e non entra nella mia borsa.
Queste ultime parole vollero essere solenni, ma nessuno ne afferrò il giusto significato, nemmeno Giusto, il quale da un poco veniva sorridendo e pensando amaramente.
Prima che uno dei suoi cugini si allontanasse, il pittore decise di dire la verità, a costo della Madonna dei sette dolori, delle mille lire di Venanzio, e… di ogni cosa, ma non di Cristina sua.
—Ebbene, la verità di tutte le dicerie andate in giro sul mio conto è questa, ve lo giuro: io avevo sotto mano un notaio taciturno, ma dal quale scappa ogni cosa che gli si dica senza che egli medesimo se ne avveda; voi lo conoscete, è il notaio Cipolla; e quando avrete dei segreti da spargere al vento affidateli a lui. Io ho fatto per celia. Ho testato in un momento di buon umore, ho disposto di somme favolose che non ho posseduto mai. Ma non mi è venuto in capo di approfittare della mia burletta, e come vedete, al momento del profitto, vi rinunzio. Sono povero come Giobbe e così rimarrò; Cleopatra aspetterà ancora un pezzo, perchè io non potrò pagare la modella… tu prete Barnaba pensaci ancora stanotte; domani mi dirai se devo farti proprio la Madonna dei sette dolori; e se te la farò, sarà la più addolorata di tutte le Madonne; ecco le tue seicento lire…. al caso le riprenderò domani…
Prete Barnaba stava con tanto d'occhi a guardare ogni mossa del pittore famoso, il quale veniva contando i dodici biglietti da cinquanta.
Giusto diceva come parlando a sè stesso:
«Nel breve tempo che siete rimasti nel mio portafogli, non sarete già scemati, spero; ma io sono tanto fortunato… No, sono proprio ancora dodici… Contali tu.»
—Ah! io no, e mi meraviglio! esclamò prete Barnaba con la giusta indignazione dell'uomo sacro offeso nei suoi sentimenti umani e divini; io non ripiglio un centesimo; domani ti porterò il resto, e fammi il piacere di metterti subito al lavoro per il mio altare; se no, andremo prima in tribunale… poi all'inferno; ma v'andrai tu solo…
I cugini risero in coro di questa uscita di prete Barnaba, e intanto Ippolito e Venanzio facevano lo stesso pensiero: «prete Barnaba non crede un'acca…»
—Questa volta me ne vado proprio, disse Ippolito.
—Anch'io, annunziò Venanzio, e accostandosi fino quasi all'orecchio del pittore: le mille lire sono a tua disposizione.
—Anch'io, conchiuse il reverendo.
E passò primo fra i due cugini.
Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là, con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un aspide viscido e freddo.
Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello studio.
Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al domattina.
Giusto ebbe fortuna.
Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere sulla palma della mano.
—Serviti, disse.
Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con molta disinvoltura.
Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo.
—Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato.
Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel secchiello:
—Se non è per danaro, parla.
E Gerolamo parlò.
Disse d'una cottura che egli si era presa per una fanciulla magnifica, dell'ostacolo incontrato nel babbo macellaio, il quale avrebbe dato il suo consenso se l'innamorata fosse appartenuta in qualche modo alla macelleria; ma non voleva inparentarsi col tribunale….
Giusto a questa parola rialzò il capo dal secchio.
Volle chiedere bruscamente al disgraziato amatore il nome dell'innamorata; ma lasciò che egli continuasse senza interromperlo.
E Gerolamo proseguì a dire che il padre della fanciulla forse sarebbe contento, ma il macellaio assolutamente no…
—E la ragazza?… balbettò Giusto.
—La ragazza… mi piace tanto; sarà felice, assicurò Gerolamo.
—Ancora non lo sai?
Non ancora; ma il parere della ragazza contava poco; tutte le ragazze, nell'opinione di quel fatuo, sono felici al momento di sposarsi a un giovinetto ben pettinato, con due baffetti a punta, come era lui. Se lo sposo sa farsi voler bene, assicurò, tutte le ragazze adorano, e Gerolamo sapeva lui la buona ricetta di farsi adorare; molte carezze a certe ore, molta severità nel resto della giornata.
—Ah! la ricetta è questa?
—Sicuramente, questa sola: far intendere alla giovine sposa che tra lei e il suo padrone corre una distanza enorme, ma che questa distanza può sparire ogni tanto.
—Ah! così?
—Così, proprio.
Insomma Gerolamo era sicuro del fatto suo.
—E il nome della tua innamorata me lo vuoi dire?
—Non lo so ancora!
Ah! Giusto cominciò a respirare meglio.
—E il nome del babbo?
—Il notaio Cipolla!
Ma bravo Gerolamo! innamorarsi della figlia del notaio Cipolla!
Ottimamente.
—La conosci?
Niente affatto. Giusto non sapeva nemmanco che il notaio avesse una figlia. E che cosa poteva fare per contentare il suo giovine cugino? dicesse subito, che gli pareva d'esser l'uomo fatto a posta per accomodare un negozio simile. Almeno vi metterebbe tutta la buona volontà.
Si trattava di null'altro che di mansuefare il macellaio padre; al cugino pittore egli non negherebbe nulla.
—Ebbene mi provo. Quando vuoi che mi ci metta?
Subito, si capisce. Ma quando avesse persuaso ben bene il macellaio, bisognava dire una parolina anche al notaio Cipolla, suo futuro suocero… e poi un'altra alla mamma.
—E alla signorina, nulla?
—Per lei, basto io; sono sicuro che dirà di sì; l'ho vista dalla finestra, e, se non sbaglio, mi ha sorriso; ha una faccetta da madonnina, tutta bianca, come piaciono a me le faccette delle ragazze.
—Ah! ti piaciono così?
Sì, a Gerolamo piacevano così, con poco sangue; piuttosto melanconiche, perchè le ragazze melanconiche, prese per il giusto verso, si scaldano meglio delle altre. Davvero? Davvero.
Insomma, il meglio che potesse fare Giusto era di andar subito ad accomodare il negozio di Gerolamo, con una lontana speranza che qualcuno, il destino, o il caso, o il padre eterno, si volesse occupare del suo proprio negozio per accomodarglielo senza bisogno d'inganni repugnanti alla sua natura di artista inselvatichito.
Egli andò difilato da suo zio, e senza dir molte parole ebbe la sorte meravigliosa di rendere il macellaio mansueto come un vitello da latte.
Che il suo testamento da celia fosse arrivato agli orecchi di tutto quanto il parentado non ne dubitava, ma quando vide il ricco zio rammentare senza rancore al nipote artista la disgrazia dell'insegna della testa di manzo, capì di aver guadagnato molto nell'opinione del ricco parente.
E quando gli parlò dell'innamoramento di Gerolamo per la figlia del notaio Cipolla, vide che la cosa non era difficilissima come aveva creduto.
Solamente il macellaio si ribellava a andar in persona a chiedere la mano per suo figlio; diceva di non aver fatto mai cose simili; venisse invece l'altro da lui, e risponderebbe di sì. Giusto con pochissima fatica lo persuase che certe cose non mai fatte si fanno almeno una volta in vita. Sì, ma il macellaio aveva tre figlioli, e gli toccherebbe fare la stessa commedia tre volte? Sicuro che gli toccherebbe farla, ma la pena sarebbe infinitamente minore dopo la prima volta.
—Sì, ma la ragazza com'è?
Giusto non sapeva, e lo stesso Gerolamo non l'aveva vista altrimenti che alla finestra.
Al macellaio non piacevano le ragazze che stanno molto alla finestra; ma potrebbe fare un'eccezione per la futura nuora… E come si chiamava?… Lo domanderebbero al notaio…
—Senti, nipote caro, ti informerai prima tu, che sei in confidenza col notaio… Ma giusto, essendo come di casa Cipolla, non sai il nome della figliola!… non l'hai vista mai?
—Ecco, ti spiego subito: io non sono niente fatto come di casa Cipolla; io ho conosciuto il notaio in occasione di un certo contratto…
Il macellaio aveva chiuso gli occhi per vederci meglio; ma Giusto non aggiunse altro.
Allora zio Venanzio li riaprì.
—Senti, Giusto, mi hanno detto che tu hai fatto testamento; che idea ti è venuta, alla tua età? Io, per esempio, non l'ho fatto e non lo farò… è vero che ho tre figliuoli legittimi e il mio piccolo patrimonio basterà appena appena per sfamarli qualche anno e pagare i loro debiti; ho deciso quasi di fare testamento anch'io per diseredarli tutti, lasciando loro la legittima; il resto, perchè tutto non vada in mani ladre, potrebbe servire a qualche cosa… tu mi potrai consigliare. Tò! un giorno venisti a chiedermi una piccola somma in prestito; ti ricordi?… non so bene, credo duemila lire o tre, non rammento bene; io non te li potei dare non so più perchè… forse perchè non le aveva disponibili…. ti dissi le mie ragioni, tu le trovasti buone…. ora, quando ti occorresse qualche cosa non hai a far altro che parlare, e se t'incomoda venire fino da me, scrivimi un bigliettino… Puoi contare…
Giusto sembrava riflettere molto e non rispondeva.
—Non sei già offeso? non è vero?
Giusto disse di no risolutamente con un cenno del capo; e lo zio macellaio gongolando per quella energia del diniego insistè fino a ottenere una risposta più aperta.
—Dimmi che all'occasione conterai sopra di me… dimmelo… dimmelo.
E Giusto finì coll'acconsentire.
—Ci conto. Ma ora non ho bisogno di nulla e me ne vado dal notaio.
Giusto se n'andò difilato in casa Cipolla.
Il notaio era assente; avendo continue sedute con un suo collega per mettere insieme un magnifico contratto di compra-vendita fra due contraenti disposti a corbellarsi a vicenda, poco tempo gli rimaneva in quei giorni di stare in ozio a contare i fatti suoi alla legittima consorte.
La notaia sapeva questo solo, che uno dei farabutti voleva rivendere un grosso fondo ancora non pagato, e che l'altro farabutto voleva comprare senza pagare nemmanco lui; la difficoltà da parte dei notai doveva consistere tutta nell'impedire a uno di costoro di mettersi sotto l'altro.
—In ogni sorta di contratti uno solo paga; Cipolla vuole che sia l'altro, e non ha torto; si fa presto a perdere la reputazione.
Giusto, indifferente alla sorte di quella compra-vendita, guardava qua e là, mentre la notaia aveva aperto tutte le cateratte; egli sperava che da un uscio dei tre che mettevano in salotto apparisse l'innamorata di Gerolamo.
A un certo punto, per scampare a un diluvio di parole, interruppe:
—Ero venuto perchè mi premeva di parlare della signorina…
La notaia a queste parole tacque a un tratto, e per diventar la vera mammina della ragazza da marito, cambiò natura; si fece attenta, lusingò col sorriso, adulò senza dir parola.
Finse di credere che Giusto fosse venuto per conto d'un altro, e quando le fu permesso dalla dignità di suocera in erba, parlò così al suo genero presunto.
Parlò blandamente, fissando gli occhi nella parete dirimpetto. Parlò così:
—Lei non può credere che consolazione e che pena mi dà quando mi dice d'una brava persona di Milano, la quale ha visto mia figlia alla finestra e se ne è innamorato. Mi consolo perchè, come madre, spero sempre di trovare un uomo generoso tanto da…. mi affliggo perchè finora non l'ho mai trovato, sebbene molti passanti abbiano alzato gli occhi alla finestra e si siano innamorati di Nina…. ma la maggior parte degli uomini non sanno tollerare un… Sa lei se il suo giovinetto sia diverso dagli altri?
Mentre la notaia diceva della pena e della consolazione, trottava per la testa di Giusto l'immagine di Cristina bella che gli pareva d'aver dimenticato da un quarto d'ora, e non era vero; sulle prime non s'avvide delle reticenze, poi le afferrò senza cercarne il significato, poi cercò senza indovinare.
All'ultimo confessò:
—Non capisco niente; la sua ragazza che cos'ha? È malata molto?
—Per grazia di Dio, no; Nina è sana come un pesce… ma…
—Ma che cosa?
—Lei non ha visto mai tutta la mia Nina?
Giusto non l'aveva vista mai nemmanco mezza.
E se la mamma permetteva…
La notaia si levò di scatto, disse a quello che a lei sembrava l'ombra di un genero, di aspettare un momentino e se ne andò nella camera della sua figliuola.
Come mai un leguleio taciturno e una gazza avevano generato una creaturina così soavemente bella? Nina era tutta bianca, tutta bionda e gentile; gli occhi buoni, quando non erano fissi sopra un libro, guardavano lontano, a un ideale perduto per sempre. La faccetta pallida, involta in un velo di melanconia, dava l'idea di essere un'apparizione di cielo.
La notaia venuta in presenza di sua figlia parve un'altra donna; e veramente era un'altra; era una madre; la sua faccia, la sua voce, i suoi modi, s'ingentilirono.
—Bimba mia, ascoltami…. lascia stare quel libro, se non ti spiace; senti bene… vi è di là…
Allora Nina, fissando gli occhioni spauriti in faccia alla madre, cominciò a tremare per tutta la persona.
—Ecco… ti piglia ancora il tremito: di che hai paura? È un bell'uomo, un artista come vorresti tu… io lo so bene… non è più tanto giovane… a te piace così… io lo so perchè le mamme leggon nel cuore delle loro bimbe… Dunque non tremare… Lascia che egli ti vegga… Vuoi? Chi sa? Potrebbe essere lui…
Nina non rispondeva; la gazza continuò a mormorare come una tortora.
—Tutti quelli che si erano innamorati di te non ti piacevano e non gli hai voluti nemmeno vedere; non bisogna far così; fra tanti uno avrebbe potuto sposarti, col tuo difetto invece gli hai respinti tutti.
Nina alzò gli occhi a guardare la mamma, e fece un no melanconico col capo.
—Ah! sì, è vero; uno ti piaceva, era un bel giovane, faceva dei sonetti e il disgraziato ebbe paura…. ma non credere che tutti siano così; questo qui è un pittore, è un bell'uomo, è anche ricco… chi sa? potrebbe aver più cuore e più criterio degli altri… no, no, non ho detto pietà, ho detto più cuore e più criterio, e m'intendevo anche più amore. Te l'accompagno? Vuoi?
Nina chinò il capo sul petto e lasciò penzolare le belle braccia bianche lungo i fianchi.
—Ah! bravissima; io vi lascerò soli, e tu gli parlerai come vorrai.
Vado e vengo… dammi un bacio.
Pose sulla bocca porporina della figliuola le sue labbra irrequiete e se ne andò. Sull'uscio si trattenne ad avvertire che il pittore forse avrebbe finto di venire per un altro.
Nina rimase nell'attitudine d'una smemorata finchè Giusto e la mamma furono sul limitare.
—Nina, mormorò la mamma da lontano, possiamo entrare…?
Non attesero risposta.
La ragazza si levò reggendosi al bracciolo del seggiolone, e rimase in piedi fin che Giusto le fu dinanzi, fatto mutolo dalla bellezza gentile.
—Si accomodi, balbettò la povera creatura rimettendosi a sedere con abbandono.
La mamma intanto poneva innanzi un monte di parole per dir meno di nulla; all'ultimo le parve che di là la chiamassero.
—Mi scusi, vengo subito.
Rimasto solo con la signorina, il pittore fece una vecchia osservazione curiosa, cioè che tutte le belle donne le quali aveva viste in vita sua lo avevano impacciato, le bellissime no. E con la schiettezza sua domandò alla signorina il perchè di questo.
Nina si fece rossa, rise e rispose senza ombra di modestia che non sapeva.
—Lo so forse io, aggiunse celiando il pittore; le donne così dette belle nascondono sempre un loro difettuzzo che lo spettatore non riesce a scoprire subito, e questo lo turba; le veramente belle non nascondono nulla all'ammirazione contenta. Forse è così.
Forse. Sicuramente era un madrigale ardito. Nina mise in faccia al pittore poeta due raggi di sole melanconico, e gli disse:
—Lei non mi ha vista tutta prima d'oggi, non è vero? Nessuno mai le ha parlato di me, nessuno che mi abbia vista in strada, dove scendo poco? e per questo non sa il mio difetto odioso, insopportabile, che le farà mutare opinione sul conto mio.
Giusto sorrideva al sorriso di lei, e senza intendere ancora frugava con lo sguardo la pallida creatura.
Nina, facendosi ancora forza per sorridere, aggiunse con voce intelligibile appena:
—Dunque non sa nulla? Io sono storpia. Vuol vedere? Non si turbi poi troppo.
E senza attendere risposta si staccò dalla poltroncina per attraversare la stanza. Ahi! povera creaturina bella! Quell'angiolo zoppicava.
Andò sbilenca fino a una libreria per riporre il libro, ne prese un altro, e sempre sorridente, tornò al suo seggiolone accanto alla finestra.
Ma spuntarono sugli occhi meravigliosi le lagrime trattenute fino allora, e le manine bianche non furono pronte a celarle.
Ora Giusto era turbato veramente.
Non sapendo che consolazioni di parole potesse dare a quella dolente, avvicinò la sua seggiola alla poltroncina, e senza parlare, con la amorevolezza di un fratello le accarezzò le mani bianche, fra le quali sfuggiva il pianto silenzioso.
E parve a lui che se fosse venuto a chiedere la mano di quella storpia bellissima, ora sarebbe stato il magnifico momento di buttarsi ai suoi piedi per adorarla in ginocchio, e scongiurarla di darsi a lui per tutta la vita.
Ma egli era venuto solamente per conto del figlio del macellaio, e Cristina sua, perfino dinanzi a quell'amore di fanciulla, era rimasta nell'istesso altare, anche lei bellissima, adorata essa sola.
E Giusto avendo pensato così, così volle dire.
—Perchè si affligge tanto? Che cosa le fa tanta pena? Me lo dica.
E siccome Nina non voleva dir nulla, ma cominciava ad asciugare le lagrime vergognando d'essere stata debole, l'artista proseguì abbassando la voce per renderla più insinuante e dare alle proprie parole la dolcezza dell'intimità.
—Sicuramente è un difetto, ma compensato da… tutto il resto. Qual uomo non lo perdonerebbe a una donnina amata?
Tacque lungamente per dar tempo alla bella creatura di ricomporsi.
Essa domandò con un filo di voce: «davvero?»
E in quell'unica parola mostrò insieme tanto dubbio e tanta speranza, che Giusto, rammentando che ancora non aveva detto nulla del vero pretendente, si affrettò a conchiudere:
—Mio cugino l'ha vista alla finestra, si è molto innamorato di lei, ha pregato me di venire in casa sua a vedere se mai fosse il caso…
—E lei ha visto ora che non è proprio il caso, interruppe Nina ripigliando il sorriso rassegnato di prima; andrà a dire a suo cugino quello che ha visto, e suo cugino si metterà il cuore in pace; così farò io.
Nemmeno l'ombra d'ironia nelle parole melanconiche dette col sorriso amabile di chi non spera più nulla.
Ma poteva rimanere il dubbio, anzi la certezza, che Giusto si mettesse davanti un cugino per nascondere sè stesso, e andarsene senza far rumore.
Allora l'artista continuò.
—Mio cugino saprà tutto, e se ha un po' di cuore, verrà a ripeterle ciò che io le ho detto….
—Mi vuoi dire chi è suo cugino; io lo conosco?
—È Gerolamo; il figlio dello zio Bortolo.
—E lo zio Bortolo chi è?
—Un ricco negoziante.
Bisognava dire di che cosa; Giusto pensò un momentino, ma la ragazza era già lontana dal ricco negoziante e da suo figlio.
—E lei, scusi, lei chi è? Mia madre non mi ha detto altro se non che è un artista grande… Fa libri o statue?
—Io sono un piccolo artista, ma faccio qualche volta dei quadri grandi… due metri e più; e se avessi la modella che m'intendo io, prete Barnaba sarebbe contento della Madonna dei sette dolori che mi ha ordinato. Mi chiamo Giusto Giusti, sono il fidanzato di Cristina che lei conosce sicuramente, e da una mezz'ora il più sincero amico suo, se me lo permette…
Nina si alzò per prendere la mano dell'artista; negli occhi sfavillanti, nelle mani tremanti, nel rossore del visino soave si leggeva la contentezza.
—Ah! quanto è bene che lei sia il fidanzato di Cristina! Essa mi ha tanto parlato di lei. E si sposeranno presto? Sì… devono sposarsi presto… penseremo insieme.
Perchè Giusto, pur essendo grato alla magnifica storpia che pigliava a cuore la sua felicità, si sentiva non ferito, ma punzecchiato da quell'entusiasmo? E perchè quell'entusiasmo di lei sembrava a lui quasi indifferenza?
Ma Nina disse tutto candidamente e oscuramente.
—Sono contenta, sa, proprio contenta; perchè se lei non volesse bene a Cristina, io potrei essere tanto infelice.
Giusto Giusti interrogò lealmente sè stesso, Cristina sua e le convenienze sociali, prima di mormorare queste parole:
«Se avessi la disgrazia di non amare Cristina mia, ora sarei già innamorato di…»
Volle dire: di lei; finì invece così: di un'altra.
Ma era tutt'uno. Nina intese subito. Il visino bianco si tinse di contentezza; porse al pittore una manina che gli entrò tutta nel pugno, e rispose grazie. Non altro. Poi parlarono lungamente di Cristina, delle nozze lontane, finchè a un lieve rumore Giusto conchiuse rizzandosi in piedi:
—Dunque le accompagnerò mio cugino domani. Lo veda almeno. È tanto bellino.
Nina non si oppose, e il pittore se n'andò tanto presto da cogliere la notaia sull'uscio. Forse origliava al buco della serratura, o forse in quel buco infilava un'occhiata curiosa, o forse alternava l'una cosa e l'altra.
—Non mi potevo staccare da mia figlia, confessò la mamma; e come è andata? Bene, mi pare. Ma non ho ancora inteso se il pretendente è lui, o se è un altro.
—È un altro; si chiama Gerolamo, ha tredici anni buoni meno di me e molto più danaro. Lo vedrà domani.
La notaia crollò melanconicamente il capo.