VI.
Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda congiuntura?
Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto, confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda, egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un amico legato a lui per la vita e per la morte.
E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo?
Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti.
Desiderio intanto era così ingenuo, o così felice, che non si accorgeva di nulla; nelle parole e nei silenzii del Coppa egli non vedeva se non nuovi aspetti di quel temperamento bizzarro a cui avevano messo nome il Matto.
La loro amicizia del resto non ci pativa; il Coppa aveva anzi per Desiderio una specie di tenerezza che somigliava alla pietà; si umiliava volentieri al suo cospetto, qualche volta avrebbe voluto farsi picchiare da lui.... o da lei. Dà lei! Oh, essere picchiato da Speranza, che dolcezza infinita!
Bizzarra cosa: in quella lotta per nascondere il proprio sentimento e per vincerlo, il Coppa era contrastato senza avvedersene dalla propria vanità; egli non dubitava mai di nulla, si sa bene, non immaginava neppure che Speranza, invitata a scegliere tra l’amico e lui, non avesse a buttargli nelle braccia; anzi perciò solo aveva una gran compassione di entrambi, perchè si credeva d’aver in pugno la loro felicità. Egli non dubitava nemmeno delle proprie forze; anche quando abbandonava la testa stanca sul guanciale, persisteva in lui una falsa coscienza che, pur di volere sul serio, egli potrebbe da un momento all’altro strapparsi di dosso la strana malìa.
Questa falsa convinzione che egli avrebbe voluto smentire, per trovarsi meglio con la coscienza, ma che l’amor proprio avvalorava di nascosto, gli fece del male; a poco a poco, senza avvedersi, egli cominciò davvero a lottare per stancarsi e per soffrire, ma non più per vincere.
La domenica, all’ora del parlatorio, vi andava tirandosi dietro l’amico, e studiandosi di fare un ingresso decoroso.
Perciò dopo aver salutato con un cenno del capo dal basso in alto la piccola Speranza, le voltava le spalle addirittura, perchè essa non gli potesse leggere nel cuore, e innamorarsi lei, povera creatura, e guastare il sacrifizio che egli voleva fare ad ogni costo.
Ma quando aveva arrestato un momentino la zia nella strada del paradiso, e chiestole come aveva passata l’ultima settimana in questa terra, quando aveva udito contare le maglie della calzetta eterna, il disgraziato Coppa era spinto da una mano invisibile al cospetto dei due innamorati, per vedere da vicino che sorta di balocco essi andavano facendo della sua felicità distrutta.
E quella vista era così dolorosa, che egli avrebbe voluto spirare ai loro piedi, per colpire di sgomento la loro spensieratezza.
Poi si pentiva, e tornava al suo cantuccio, a girare sguardi inquieti per l’ampio stanzone, cercando inutilmente un sorriso sopra una faccia giovine e bella.
Quello strazio durava da qualche tempo, e Desiderio non si accorgeva di nulla. Un giorno alla passeggiata, il Coppa, che era stato sempre silenzioso ed inquieto, vide passare entro una carrozza, tirata da due cavalli bianchi, una bellissima giovinetta.
— Guarda, disse a Desiderio, guarda in quella carrozza.... guarda.... ah! non sei più in tempo, è passata.
— Chi?
— La mia Speranza.
Allora Desiderio lo guardò in faccia, perchè non capiva, il Coppa si credette scoperto e si fece rosso.
— È passata, disse celiando a stento, ma la raggiungerò; i suoi cavalli bianchi corrono molto, ma anche i miei correranno molto.
— Non ti capisco, confessò l’amico umilmente.
— Eppure non è difficile, disse il Coppa con calma, volevo anch’io un’innamorata, ed ora ce l’ho; è passata in questo momento; era bella, era bionda; la chiamerò Speranza, come la tua.
— Matto! disse Desiderio.
— Sì, matto, disse il Coppa.
Tacque; ma dopo un centinaio di passi, impacciato dal proprio silenzio, tanto per dire qualche cosa, fece una strana proposta all’amico:
— Ti piacerebbe andarcene pel mondo, noi due, a cercar la fortuna? Si fuggirebbe dall’ospizio insieme, e si andrebbe fuori di porta, sempre diritti, fino a Parigi o fino a Londra? Ti piacerebbe?
— A me no, rispose schiettamente Desiderio.
— A me invece, tanto. Si andrebbe laggiù a cercar la fortuna; al ritorno tu sposeresti la tua Speranza, io.... andrei a trovare quella ragazza, che è passata or ora, e le direi: mia cara, tu devi sapere che io t’ho vista un giorno nel viale dei giardini pubblici, allora ero orfano e povero, oggi sono....
— Oggi sei più matto del solito, interruppe Desiderio.