VII.

La stramba idea che, sorgendo a un tratto sul lastrico di Milano, aveva lusingato il Coppa con la sua monelleria, non lo lasciò più. Egli era così fatto, il povero orfanello, che l’insolito lo seduceva, e il pericoloso lo attirava. La notte, nel silenzio del dormitorio, quando egli cercando di dormire, poteva credere in buona fede di non ricordarle più, qualcuno gli venne presentando ad una ad una le sue medesime parole: “ti piacerebbe andare per il mondo a cercar la fortuna?„

Aprì gli occhi, e alla scarsa luce della lampada notturna, il camerone gli parve più nero; stette in ascolto, e gli sembrò che tutti i suoi compagni si lamentassero nel sonno, tranne uno, che era felice anche dormendo, Desiderio.

Sì, fuggire domani stesso, questa notte medesima, subito, che bella impresa! Bella, ma difficile.

Allora si finse prigioniero coll’immaginazione, e si provò ad architettare la sua fuga. Prima di tutto egli aspetterebbe ancora un’ora per assicurarsi che tutti dormissero, poi si vestirebbe di nascosto, farebbe un fardelletto delle sue robe... Di tutte? No, bisognava lasciare all’ospizio ogni cosa che l’ospizio gli aveva dato; salvo un paio di grosse scarpe, dovendo camminar molto; il difficile nell’uscire dal dormitorio, sarebbe l’aprir l’uscio così piano che non facesse rumore. Giunto sulle scale, scenderebbe tentoni fino al gran cortile. E poi? Come arrampicarsi fino al ciglio del muro? Non vi erano scale a piuoli ed egli non si sentiva capace di tirarsi su puntellandosi con le mani e coi piedi nell’angolo dei due muri, come aveva visto fare ad altri. Bisognava rinunziare alla scalata e trovare un’altra uscita più volgare.

Finchè rimase sveglio, il Coppa non trovò nulla, ma appena si fa addormentato tutto ciò che gli era riuscito scabro gli si appianò dinanzi; egli trovò subito un’uscita, e fuggì, e andò per Milano e per il mondo a cercar la fortuna, e la trovò a Parigi, o a Londra, e fu ricco ed ebbe due cavalli bianchi e un’innamorata bionda.

L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il proprio sogno, poi disse:

— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio!

Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in parlatorio a vedere la sua innamorata!

E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti, e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu infelice sempre più.

Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso.

Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto.

— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama?

— No, è un uomo.

— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia entrata furtivamente nel proprio cuore.

Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva appena, un vicino di casa della zia.

— La zia è malata? domandò il fanciullo.

— È morta! rispose bruscamente Tita.

— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato.

— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che aveva dentro e che si è rotta.

— Morta! ripeteva il Coppa.

— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano al camposanto.

Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul canterano.

E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il significato, questa grande parola: morta!

La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del fanciullo.

Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe finito fra loro due.

Intanto Tita gli veniva dicendo:

— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba; tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu non avrai nulla.

— I corvi? balbettò il fanciullo.

— I tuoi zii; non li conosci?

— No.

— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del denaro...

A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te.

— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene, e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso, quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere.

All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa.

— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo, che rotolò fino a Speranza.

Subito la fanciulla lo prese e lo portò all’incognito, ma il Coppa la vide appena e si compiacque di sentire che gli occhioni smarriti della fanciulla lo lasciavano freddo.

— La riconosci? proseguì Tita, ravvolgendo il filo al gomitolo, è questa qui; te l’ho voluta portare io stesso, perchè è cosa tua, sebbene non sia finita, anche i tuoi zii non hanno detto di no.

— Grazie, balbettò il fanciullo, e nascose la calzetta sotto il camiciotto.

— Non ci ho altro, conchiuse Tita, e me ne posso andare; però se tu avessi voglia d’uscire domani per visitare tua zia in camposanto, io verrò.

— Grazie.... ripetè il fanciullo

— Devo venire?

— Sì, sì, venga; ma bisogna chiedere il permesso al rettore.

— Lo chiederò.

— Venga presto.

Tita se ne era già andato tranquillamente, e il Coppa rimaneva ancora nel mezzo dello stanzone.

Nella vetrata della finestra appariva e spariva il nasino di Desiderio; gli occhioni di Speranza interrogavano invano.

Il fanciullo la vide, le si accostò, e le disse semplicemente:

— Mi è morta la zia, non verrà più nessuno a chiamarmi in parlatorio; non ci vedremo più.

La fanciulla spensieratamente gli prese una mano, ed a quel contatto il Coppa sentì che la malia si rinnovava.

— Mi dispiace per voi altri, disse il Coppa, e anche per me; tu sei tanto bella!...

Si arrestò; tutti i suoi nervi tremavano.

— Addio, ripetè a un tratto, e fuggì.

La vocetta di Speranza mormorò: addio, ma il Coppa era già lontano.