VIII.
Il rettore dell’ospizio, quando seppe della disgrazia toccata al Coppa, chiamò il fanciullo, doppiamente orfano, e gli disse:
— La morte di tua zia ti lascia solo nel mondo; ma questa gran famiglia d’orfani è la tua; molti dei tuoi fratelli, uscendo di qui, si sono fatti un gran nome nel mondo; imita il loro esempio, studia.... eccetera.
Il Coppa crollò il testone rosso in una certa maniera, che non diceva nè sì, nè no, e uscì dallo stanzino del rettore per andare al cospetto del direttore spirituale.
Il buon prete cominciò con le stesse parole del rettore, ma proseguì dicendo che sotto l’occhio di Dio nessuno è solo, e che coll’aiuto del cielo, il coraggio e il lavoro tolgono l’uomo da ogni impiccio.
E questa volta il testone del Coppa disse propriamente di sì.
Poi il fanciullo andò risolutamente incontro a Desiderio, e gli disse:
— Desiderio mio, perdonami.
— Che cosa?
Il fanciullo fu lì lì per confessare che aveva detto a Speranza: tu sei tanto bella! ma non ne ebbe cuore.
— Io ti lascio, io me ne vado.
— Perchè?
— Perchè sono solo nel mondo, e non ti posso essere utile.... ora che mia zia è morta, non andrò più in parlatorio nemmen io....
Desiderio si provò inutilmente a dimostrargli la stranezza del suo disegno; appunto perchè la zia era morta, bisognava rimanere....
— Me l’ha detto anche il signor rettore; ma io non la penso così; stavo qui per non dare dispiacere alla zia, e ci sarei rimasto volontieri per te.... ma ora....
— Ma ora?
— Ora non posso: giurami, proseguì affrettandosi a colmare l’involontaria reticenza; giurami che anche lontani, noi saremo sempre amici, e ci ritroveremo un giorno.
Parlava con tanta enfasi, che Desiderio volle secondarlo e giurò.
— Di’ così: per la vita e per la morte.
— Per la vita e per la morte.
— Me ne andrò domani, disse il Coppa con pacatezza.
— E dove andrai? chiese Desiderio con voce soffocata.
— Prima di tutto in camposanto, a visitare mia zia, poi andrò pel mondo.
Queste parole facevano un magnifico effetto anche all’orecchio del Coppa che le diceva; quanto a Desiderio egli era sbalordito.
— Coraggio, gli disse l’amico suo.
Era inutile lottare col Coppa; quando un proposito buono o cattivo era entrato in quel testone, non ne usciva più; Desiderio lo sapeva bene, e non si provò neppure a rimuoverlo, ma pianse molto, pianse troppo, e al Coppa, oltre il pensiero di preparare ogni cosa per la fuga, toccò il compito di consolare il suo piccolo amico.
— Credi a me, gli diceva, tu studierai il disegno, e diventerai un pittore famoso, e sarai ricco anche tu, e sposerai la tua Speranza; ci troveremo poi nel mondo quando uscirai di qui: intanto io ti scriverò spesso, ogni settimana, o tutti i giorni, e tu mi risponderai. È inutile piangere, il pianto non serve a nulla.
E così dicendo egli raccoglieva nella propria pezzuola le lagrime calde e frequenti di Desiderio.
— Non piango più, disse il fanciullo mostrando gli occhi rossi.... ma tu, tu?
— Io me ne andrò solo pel mondo; è il mio destino; io non avrò mai una Speranza al fianco, lo sento bene, ma non importa; ho una gran voglia di arrivare ad essere ricco, e arriverò. Vedrai.... non affliggerti per me, ti scriverò tutto...
Quella notte, finchè Desiderio fu sveglio, i due fanciulli non fecero altro che discorrere del loro avvenire. Siccome sarebbero stati imbarazzati a servirsi delle Regie Poste, il Coppa fece una magnifica pensata: ogni domenica, uscendo a passeggio, Desiderio doveva raccogliere una lettera fatta a pallottola che il Coppa avrebbe deposto prima sul davanzale d’una finta finestra a terreno, dinanzi alla quale il drappello d’orfani doveva necessariamente passare. La domenica successiva vi deporrebbe la risposta.
— E Speranza?
— Andrò a trovarla, promise il Coppa, e le dirò che ti voglia sempre bene, e che non ti tradisca mai per un altro.
Al povero Coppa tremava un tantino la voce, facendo questa ardua promessa, ma egli voleva espiare anche il pericolo corso di essere lui il traditore dell’amico suo, e questo gli pareva il modo migliore.
Finalmente il sonno chiuse gli occhi di Desiderio; allora il Coppa fu libero di pensare ai casi suoi.
Egli non voleva essere preso alla sprovveduta il domani; quel Tita che aveva promesso di chiedere per lui l’uscita straordinaria, doveva venire di buon’ora, e bisognava che il fardello del Coppa fosse pronto. Quale fardello? Pensandoci meglio, il povero fanciullo riconobbe che, anche volendo, non avrebbe potuto portare seco se non gli abiti che avrebbe messo in dosso, cioè quelli dell’uscita, perchè non lo avrebbero lasciato uscire con altri panni. Poteva però vestire due camicie almeno, due paia di mutande, e infilare più d’una calza, finchè ce ne potesse entrare nelle sue scarpe migliori.
Voleva poi portare nel pellegrinaggio attraverso il mondo i libri e i quaderni di scuola che avrebbero trovato posto fra la camicia e il giubbetto; infine non bisognava dimenticare la penna e il calamaio per scrivere subito a Desiderio.
Prese queste disposizioni mentali, si abbandonò al sonno.
Come il Coppa aveva immaginato, il Tita fu mattiniero; gli orfani non erano entrati in scuola, quando egli attraversò il cortile dirigendosi al camerino del rettore, per chiedere l’uscita straordinaria del Coppa.
Passando, cercò con gli occhi il fanciullo; lo vide e gli fece un cenno di complicità; pareva un brav’uomo, e al Coppa venne lo scrupolo d’ingannarlo.
Ma si fece forza, perchè non era momento di debolezze, come fece osservare anche a Desiderio, che stava lì lì per tradirlo con le lagrime.
— Che cosa hai da piangere? disse forte, perchè il sorvegliante lo udiva; non sai forse la lezione?... Vediamo, soggiunse tirandolo in disparte, non bisogna essere come le bambine. Fra pochi minuti ci separiamo; ti ricorderai di tutto?
— Sì, balbettò Desiderio, il quale non si sentiva tanto forte da lottare contro il capriccio del suo grande amico, ma in cuor suo aveva sperato che, dormendoci sopra, il Coppa avesse a pentirsi dell’ardito disegno — sì, ma non te ne andare.
— La finestra finta a terreno... ricordalo bene; tutte le domeniche all’ora della passeggiata.
— Sì, ripeteva Desiderio, ma non te ne andare; ritorna, pensaci ancora.... sarai in tempo un’altra volta...
— Per la vita e per la morte, conchiuse solennemente il Coppa, stampando due baci sulle guancie dell’amico.
Il Tita riappariva allora.
Desiderio lo guardò sperando di leggergli in faccia che il rettore non avesse concesso l’uscita; ma vi lesse il contrario.
— Andiamo, disse Tita.
— Addio, disse il Coppa a Desiderio.
Un sorvegliante venne a dirgli d’andarsi a vestire, perchè gli era concessa l’uscita per tutto il giorno. Gli orfani, che si mettevano in fila per entrare in iscuola, guardarono il loro fortunato compagno con invidia; il solo Desiderio non vide più nulla, perchè aveva dinanzi agli occhi un velo di lagrime.
Quando il Coppa scese tutto corazzato di libri e di quaderni, aveva quasi un aspetto battagliero; si doveva capire, solo a guardarlo, che egli andava a sfidare la vita, e che il mostro non gli faceva paura.
Era già sull’uscio, ma si arrestò.
— Ho dimenticato una cosa.... disse; torno subito. E via di corsa, su per le scale, fino al dormitorio; colà giunto, aprì il suo piccolo canterano e ne tolse una calza incominciata, quattro ferri e un gomitolo, l’eredità della zia.
Cacciò ogni cosa in una tasca, raggiunse la sua guida, ed uscì a respirare l’aria libera.
— Andiamo a casa, disse il Tita.
— No, rispose risolutamente il Coppa, io vado al cimitero.
L’uomo stava dubbioso.
— Ci sai andare al cimitero?
— Altro! esclamò il fanciullo, a cui non sembrava vero di poter essere libero così presto; ma sentì un’altra volta lo scrupolo d’ingannare quell’uomo che si era incomodato per lui, e ripetè con accento più dimesso che al cimitero ci sapeva andare.
L’uomo guardò a diritta ed a mancina, come cercando un’uscita all’irresolutezza, poi concluse:
— Ebbene, vacci; io ti aspetto in casa; bada a non arrestarti in piazza Castello, dinanzi alle baracche dei giocolieri.
Il Coppa crollò il capo, e si pose in cammino.
— Coppa! gli gridò il Tita alle spalle.
Il povero fanciullo credette che il suo liberatore si fosse pentito, ed affrettò il passo.
— Coppa! ripetè l’altro, e il Coppa si arrestò.
— Per sapere dove è seppellita tua zia, disse il Tita, domandalo al custode.
Il fanciullo chinò il capo, e tirò innanzi frettoloso.
Eccolo solo nell’ampio mondo.