COME SI SCRIVE UN ROMANZO?
A una certa età tutti abbiamo fatto un buon romanzo; non si tratta altro che di scriverlo.
Voi domandate: «quale è la certa età?» Intendiamoci bene. Per fare un romanzo tutte le età sono buone; possono fare il primo anche i bambini; possono i vecchi fare l’ultimo... parecchie volte; ma per scriverlo bisogna avere passato d’un bel poco l’età maggiore.
I romanzi scritti a vent’anni sono per lo più mosaici di parole, di pensieri a prestito, d’immagini copiate; il romanziere ventenne, perchè non appaia subito il suo magnifico difetto di esser troppo giovane, tace del romanzo che forse ha fatto o sta facendo, per scriver quello che farà gemere prima i torchi, poi i lettori, poi sè stesso. Egli vuole indovinare la vita ancora coperta d’un velo color di rosa, sentenzia sulle umane passioni, ma ne ha visto da vicino una sola, e di questa per sua disgrazia tace, oppure la gonfia, perchè non sia riconosciuta, o se ne beffa per darsi l’aria di uomo fatto.
Il buon romanzo, frutto saporito, spesso amaro dell’esperienza, ce lo porge la virilità.
Rimane e rimarrà viva la lirica giovanile dei grandi poeti; perchè in quella forma che accetta tutte le esuberanze e le fa belle, essi non soltanto hanno gettato le iperboli impertinenti e le antitesi chiassose, ma sono stati sinceri, hanno dato il meglio di sè stessi, a dispetto della rima difficile.
È sembrato loro audace di mostrarsi nudi in versi. In prosa ne avrebbero avuto vergogna.
Per l’impressione che mi dà, la poesia giovanile si accosta un poco alla poesia dei vecchi; ma m’intendo vecchi veramente, non imbecilliti dal peso dell’età; solo ridiventati fanciulli. E la poesia senile mi piace. Questi fanciulloni incoronati d’alloro, si chiamino Anacreonte, Goethe o Victor Hugo, tentino pure con l’ultima audacia tutte le corde; io ascolterò sempre la sincerità nei loro versi. Il vecchio che canta ancora, mi dà la lagrima della poesia; come l’indulgenza sua mi dà la lagrima del pensiero. A parer mio la lirica dovrebbe esser lasciata all’uomo fino a trenta anni, e dopo i sessanta; nell’intervallo di queste due età, la poesia potrebbe dar luogo a un po’ di buona prosa... e perchè no?... al romanzo. Già, è inutile nasconderlo, troppi interessi legano l’uomo dopo i trent’anni perchè egli possa attingere alle fresche onde d’Ipocrene, come si diceva una volta; il poeta, salvo le dovute eccezioni, se anche ha il pane e il companatico, comincia a essere preso da cento smanie mondane; non fruga più nel cielo, si guarda ai piedi per mettere bene i suoi passi, si guarda ai fianchi perchè gli hanno detto che la folla può nascondere un sicario... o almeno un borsaiolo.
Ahi! Non è più ingenuo, ahi! non è più sincero. Raro è che la politica non l’abbia afferrato, e allora è finito; uno che si sente possessore di molto bagaglio di parole poetiche, e queste sa disporre con la sonorità necessaria, può fare ancora una bella musica di versi, ma non è più poeta. Perchè la poesia, se anche è bugia, è bugia sincera; è gioventù, la quale si perde a trent’anni;... ma qualche volta si riacquista a sessanta.
Torniamo al romanzo.
Dunque voi avete venticinque anni, almeno, avete fatto mezza dozzina di romanzi; ora volete scriverne uno.
Subito vi si affaccia la prima difficoltà: sarete voi romantici, o idealisti, o realisti, oppure veristi, ovverosia impressionisti? Tutte queste parole, e altre di simil genere, vogliono rappresentare qualche cosa, forse una scuola, sicuramente un difetto. E voi fate a modo mio; siate voi stessi; sinceramente, sempre voi; le mode passano, resta la sostanza; e se quello che dovete dire ha valore, se la veste che darete al vostro pensiero sarà attraente, sia ideale, o sia reale, o sia verista, pur che sia vera (che significa ben altro), pur che sia bella, il vostro romanzo sarà riletto quando il chiasso dei paroloni difficili sarà svanito. Non abbiate timore di mostrarvi come la natura vi ha creato; se siete scettici, tanto meglio; se siete ingenui, tanto meglio; e voi mostratevi scettici e ingenui.
Un giorno la critica fece molto rumore per dichiarare al mondo che l’arte e la letteratura hanno lo stretto dovere d’essere impersonali; un altro giorno un’altra critica dirà che la letteratura e l’arte non possono vivere se non a patto che siano personali. Ma ciò che dirà la critica fu e sarà detto altre volte, e contraddetto; soltanto e sempre la critica altissima si è inchinata quando ha trovato di fronte a sè un temperamento artistico e letterario.
Dunque non consultate il figurino della moda prima di scrivere il vostro romanzo; guardate nell’anima vostra, guardate bene, guardate attentamente e in fondo, e badate bene di non rifiutare talune cose che a bella prima vi parrannno volgari, perchè la natura non ha fatto cose volgari, e solo una cattiva imitazione dell’arte o della letteratura le fa sembrare così.
E nemmeno dovete andare in cerca di cose nuove, perchè la natura non ne ha, da un pezzetto; però i vecchiumi, guardati meglio, da vicino o da lontano, secondo i casi, possono parer sempre nuovi, e non parer soltanto, ma ringiovanire veramente da sembrare nati ieri.
I ricercatori del nuovo a ogni costo non altro hanno saputo trovare se non lo strano: lo strano, che è il difetto, mentre l’antica madre di ogni cosa creata non ha difetti... se pure non volete dire che ne ha uno solo: l’uomo, non mai contento di sè, nè dei suoi simili, nè delle altre creature che fa servire al comodaccio suo...
Pure le scuole vi serviranno a qualche cosa.... ad evitare i difetti del vostro romanzo.
I libri d’un certo autore vi diranno che, per far chiasso più del necessario, convien cercare nel vocabolario le parole più crude, e farle servire a dipingere le cose più brutte dell’anima, della società e della stessa natura; e voi, che non volete fare più chiasso del necessario, che non volete farvi un milioncino con la vostra penna, voi che volete essere voi stessi perchè rispettosi di voi stessi, voi dite tutto quello che avete a dire, e nulla più, adoperando solo i vocaboli propri, e se si può, i più puliti.
Col pretesto dell’ambiente o del color locale, un altro libro v’insegnerà a mettere nel libro vostro tirititere interminabili, ciancie inutili, descrizioni farraginose, parole mal maritate ad aggettivi senza senso comune. Ma voi, che non volete scrivere a orecchio, come tanta gentuccia lodata nei giornali, voi, a cui sta fisso in mente che l’arte dello scrittore rifiuta le parole inutili, sarete sobrii, a ogni costo, doveste anche sembrar freddi a certi lettori troppo caldi.
Si tratta ora di scrivere il vostro romanzo, o la vostra novella.
Vi siete messo a tavolino (quando non preferiate scrivere stando a letto come un romanziere che conosco io), avete un bel mucchietto di pagine che numererete man mano, scrivendo sopra una facciata sola, riserbando l’altra ai pentimenti, alle aggiunte che vi saranno necessarie.
Avete scritto il titolo e il numero uno sulla prima pagina, ma ecco vi assale un altro dubbio. La tela, grande o piccola, che devo svolgere a che forma si presta meglio? Cioè scriverò io in terza persona, o in prima, in altri termini devo far parlare un personaggio, o fare io stesso la narrazione?
La cosa non è indifferente, come può sembrare a chi non ha esperimentato mai; nel più dei casi è bene, anzi è quasi necessario, che il novelliere narri di cose e di persone che gli stiano a una certa distanza; egli così può dire tutto, stando sempre nel verisimile, e per meglio accostarsi alla verità, l’arte sua gli fornisce molte malizie; può per esempio accomodare il tempo; se gli torna che una cosa accada sotto gli occhi del suo lettore, egli la scrive in tempo presente, e il lettore diventa più curioso e a volte si lascia trascinare da quella malizietta a una maggiore ansietà.
Ma certamente una narrazione fatta in persona prima ha un carattere di spontaneità e di verità che invano si cerca di ottenere in ogni altro modo. A chi narri quanto gli è accaduto, per ciò solo si crede meglio, mentre il romanziere è sempre uno, il quale fa l’arte, quando non fa il mestiere, e il lettore ha cento ragioni di diffidare di lui.
D’altra parte, il personaggio che narra le cose accadute a lui medesimo ha il dovere di tacere molto; dove egli non ha potuto assistere alla vicenda, bene è che stia zitto. Perciò qualche volta il romanziere si rassegna, rinuncia alla verisimiglianza massima, e si accontenta di una verisimiglianza minore, cioè scrive in terza persona.
Dunque fate voi stessi la narrazione.
Nella forma classica?
Era una volta, come nelle fiabe; oppure Scoccava il mezzodì... o Si perdevano nell’aria gli ultimi tocchi della mezzanotte, noiosissime campane che hanno sonato nel primo periodo di diecimila romanzi.
Ma voi non comincerete così, e nemmeno: Era una bella sera di giugno, o di novembre.
Voi entrerete subito nel cuore del vostro argomento; presenterete un’idea necessaria al tema, metterete innanzi un personaggio per fargli dire o fare qualche cosa.
Possibile! E la messa in iscena? Certi critici strilleranno perchè non gli servite un ambiente tutto d’un pezzo; se fate lavorare un personaggio senza aver dato prima le dimensioni del suo naso, indicato il colore preciso dei suoi capelli, siete un rivoluzionario; se gli avvenimenti accadranno senza preparare lo scenario, paesaggio o interno come in teatro, non parranno loro veri o verisimili.
E voi lasciate strillare. Voi imitate la natura, perchè avete visto che negli avvenimenti umani, essa è una bella indifferente; essa piove, o splende, o è annuvolata quando le accomoda; e anche avete visto che, volendo interrogare le grandi afflizioni, o le indimenticabili ebbrezze della vostra vita, non sapreste dire con sicurezza se si compissero in giorno di nuvolo o di sole. E pure il fatto vi fa palpitare ancora, vi farà palpitare sempre.
Dunque nessuna descrizione di paesaggio o di ambiente, per preparare non so che; i vostri personaggi se hanno qualche cosa a dire ed a fare, s’ingegneranno, e i lettori vi saranno riconoscenti senza saperlo. Perchè, a essere sinceri, nulla di più uggioso d’una descrizione completa che bisogna sorbire tutta, o saltare, mentre i personaggi sono impazienti di fare, di pensare, di sentire, e noi di leggere i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro azioni.
Non perciò voi rinunziate al paesaggio, nè agli interni; troverete qua e là il momento di accennare al sole o alla nevicata, agli alberi nudi o frondosi, agli uccelletti che saltellano sui viali o si levano per l’aria luminosa o greve. Di questi tocchi sapientemente disposti qua e là, non uno andrà perduto; il lettore, che non avrà avuto la grossa porzione descrittiva a cui taluni l’hanno avvezzato, oltre che ve n’è grato fino in fondo all’anima, è pronto a cogliere ogni parola, ogni frase, che gli restituisca il suo paesaggio vivo e il suo ambiente vero.
E infatti la vita e la verità in che modo si presentano?
Voi entrate per la prima volta in una stanza; al primo sguardo vedete solo che il luogo è pieno di luce, ed è ampio, ed è elegante; ma per quanta sia la luce altro non vedete; un po’ alla volta notate una libreria, un tavolino, molte carte sopra una seggiola, un libro caduto a terra; poi la persona cui fate visita, si presenta, e allora non vedete più la stanza; guardate lui, e vedete di lui un pochino, cioè che è alto, grosso, amabile o grave, che ha gli occhiali sul naso incorniciato da una gran barba nera.
E man mano notate che la sua parola è insinuante, che accanto a voi è una statuetta di bronzo, che sotto i vostri piedi è un tappeto a gran scacchi, e che il signore fa dondolare i ciondoli di una grossa catena sopra il panciotto turchino.
Se tornate un altro giorno in quella stanza medesima a visitare lo stesso signore vedrete altre cose non viste la prima volta; un altra statuetta di bronzo, un bitorzolo sulla fronte del signore grosso, un divano in un canto della stanza.
Fin che con molta frequenza vi riuscirà di fare una descrizione ampia, ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a certi romanzieri moderni.
In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare voluta per accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perchè tutti sappiamo che Balzac era pagato un tanto la linea, che faceva un romanzo in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi debiti.
Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori che tutto gli sembra lecito.
Ma il pubblico ancor che paia ingannato dal chiasso in una determinata stagione, si ravvede presto, e la posterità non è mai imbecille.
Quando avete scritto il primo capitolo del vostro romanzo, gli altri verranno da sè; e saranno letti con vivo interessamento, se non avrete dimenticato la malizia d’essere semplici, e saranno forse riletti con amore se sarete stati sempre sinceri.
Non vi lasciate adescare dall’imitazione d’un autore che faccia molto parlare di sè; vi è da scommettere che egli deve la sua fugace riuscita a un difetto, magari a un bel difetto che la vostra imitazione renderebbe insopportabile. Già io l’ho sempre detto a me stesso e recentemente l’ho scritto in un libro: «l’uomo ancor che dica il contrario, per sua intima coscienza, odia la perfezione, e sempre s’innamora d’un difetto.»
Nemmeno dovete scrivere periodi enfiati di parole sonore, di aggettivi senza babbo nè mamma, nè gemere tenerumi in ogni pagina, nè coprire di fronde il pensiero perchè sembri più oscuro e nell’oscurità maggiore del vero; a far questo, se anche riusciste a ingannare il lettore grosso, e non è sicuro, l’avveduto leggerà nel vostro libro la vostra miseria pomposa.
Sopra ogni cosa, non vi farete belli della magnifica scoperta che molte parole comuni sono fatte di due parole, per abusarne a rifare per conto vostro il vocabolario.
L’italiano pronuncia, scrive e legge nei suoi lessici: della, accanto, e anche voi scrivete così senza voler passare per novatori o puristi scrivendo pietosamente de la, a canto, ecc. Se avete fatto buoni studi di lingua e di stile ne potrete dar prova fin dalle prime pagine, con la proprietà del linguaggio, con la semplicità dell’esposizione, scrivendo in modo che paia a ogni lettore di poter quando voglia fare altrettanto. Ma se vuole io scommetto che la prima volta non riesce, perchè a voi è riuscito d’essere semplici dopo infinite fatiche e pentimenti. Invece a imitare periodi frondosi o zeppi d’aggettivi spropositati, di parole disusate, rimesse in onore per chiasso di bambini, riescirete alla prima.
Ci vogliamo provare subito; volete?
«Nel cielo glauco la beffa del sole meridiano ha cacciato da la campagna pallida ne le ombre povere le creature vive; ma quel bacio di fuoco contenta le lucertole che mostrano tutta la loro nudità plastica, immobile, sgorbi di bronzo, sulla polvere stanca della strada maestra.»
Questo periodo può sembrare qualche cosa alla gentuccia che legge, giudica, dà il premio e il castigo nella cronachetta letteraria; ma in verità è meno di nulla. E un libro scritto tutto così sarebbe la più miserabile delle umane scritture; non è vero?
Pare che non sia vero, perchè da un pezzo questo stile fiorisce in Italia bella e altrove, e fiorisce perchè ebbe una fioritura abbondante in Francia.
Molto sarebbe a dire ancora per svolgere interamente il tema; ma mi accontento d’aver accennato le norme prime con cui scriverete il vostro romanzo.
Se invece quanto avete a dire è di piccol volume e la vostra narrazione abbraccia pochi personaggi, allora la verità vi afferra e quasi vi costringe a servirvi della prima persona; voi fate parlare un personaggio.
Quale? Il protagonista potrebbe dire molto più degli altri, per lo meno svelare meglio la parte psichica della novella, cioè a metter nudo sè stesso; ma quasi sempre è da preferire un personaggio secondario, perchè, essendo egli in grado di giudicare con criteri diversi gli avvenimenti o, meglio ancora, di non giudicarli affatto, gli narri appena. Il protagonista cadrebbe nel difetto grande dell’esagerazione; ogni cosa accaduta a lui parrebbe a lui un grande avvenimento; e se per poco la passione forzasse il suo stile, la novella in bocca sua diventerebbe un singhiozzo mortale.
Però qualche volta, quando gli avvenimenti da narrare non siano troppo appassionati, e il fatto sia narrato a buona distanza di tempo, il protagonista è il narratore migliore.
IL NUMERO 13