I.

Io non ho mai avuto i pregiudizi di certa gente e non dico gentuccia, perchè fra le mie amiche di collegio, ne ho avuto una carissima, la quale se si sentiva venire addosso un ragno era sicura che quella bestiaccia le portava la fortuna, o una buona notizia almeno, o un regaluccio. Io no. Se avessi avuto un po’ di coraggio avrei schiacciato tutti i ragni incontrati nella vita, ma il coraggio non è proprio il mio forte; e ancora oggi un ragno grosso m’ispira un senso di rispetto da lontano; se si avvicina un poco, mi fa strillare. Ma certi pregiudizi di donnette non gli ebbi mai.

E alla scuola magistrale quando il professore di italiano, un bell’uomo sui cinquanta, che ci aveva innamorato tutte, recitandoci le poesie con una voce (che voce! un flauto); quando dunque il professore d’italiano si mostrò sgomentato perchè nel gesticolare ebbe la disgrazia di rovesciare il calamaio, e due di noi accorsero prima del bidello a impedire che si macchiassero le carte preziose, il sentirgli poi dire, con quel suo flauto, che l’inchiostro gli metteva paura se usciva violentemente dal calamaio, mi fece perdere un po’ d’ammirazione per il professore, per la letteratura e per la poesia.

Non avevo io ragione? A che serve essere tanto letterati, tanto professori, recitare così bene le poesie se, a cinquant’anni sonati, un calamaio, rovesciandosi, può guastare la nostra felicità?

E veramente quel giorno il professore fu infelicissimo; mi ricordo che noi applaudimmo più delle altre volte per fargli passare la paura, ma non vi fu verso; se n’andò sconsolato.

Se almeno almeno gli fosse morto il canarino o il micio, avrei potuto cambiare idea sul punto dei pregiudizi; ma al professore, che sappia io, non accadde nessuna sventura per avere versato l’inchiostro sulla cattedra.

E pure, a sentire certuni, dal mondo invisibile ci vengono gli avvisi più straordinari, in forme così semplici da non si credere. Alla stessa mia povera Tizia, a cui voglio un bene dell’anima, non capitò forse la sventura di perdere il fidanzato nella strada dalla chiesa al municipio? E perchè? Perchè il giorno del fidanzamento si era rovesciata la saliera sulla tovaglia.

Tizia è famosa per avere di questi annunzi a tavola; un’altra volta, in un desinare allegro, improvvisato senza giudizio in campagna, al momento di scodellare la minestra si contarono celiando.... orrore!... erano in tredici! Per cancellare il brutto numero fecero venire il marmocchio del fattore, ma sapete bene (cioè voi non lo sapete nè bene nè male, come non lo sapevo io), quando il brutto numero è segnato il destino ha detto la sua parola. Infatti quella scorpacciata procurò l’indigestione al notaio Simola, il quale non ne mori entro l’anno, ma si spense poi con comodo, di un’altra indigestione, perchè a settantacinque anni aveva un appetito da divorare i sassi, e pochi denti per masticarli.

Oramai in casa di Tizia sanno il rischio che si corre andando a tavola in molti e quando si fa un invito a desinare si sta bene attenti a non trovarsi poi in tredici, perchè si è visto il poco risultato delle toppe. Ma con tutte le precauzioni non sempre riesce di evitare la cifra fatale; talvolta si crede di essere al sicuro; sopraggiunge una visita improvvisa; è una persona cara che si vorrebbe trattenere a desinare. Come fare? La tentazione sarebbe di dire ad un’altra più indifferente di andarsene, e una volta la mamma di Tizia ebbe il triste coraggio di mandare in cucina insieme coi bambini un nipote melenso, non avendo l’altro di far venire a tavola i ragazzi.

Ma anche questa volta la cosa andò male. Un invitato, lo zio Guido, uno scettico burlone, dopo essersi scusato di non poter venire fece l’improvvisata, e appunto venne per essere in tredici a tavola.

Fu veramente una brutta celia. Tizia e la mamma sua, buon’anima, prese dalla disperazione, allungarono le mense un altro poco, fecero venire a tavola tutti i monelli, persino la balia, e il nipote melenso riebbe il suo posticino.

Per quella volta almeno la cosa passò liscia e non capitarono disgrazie.

Invece, io rido queste paure, ne ho riso sempre e sempre ne riderò: però del numero 13...

Ma è ancora presto per dire che cosa è capitato per questo numero fatale.

Voglio ricordare invece che, quando ero piccina, avevo un faccione di luna piena, ero diventata tonda come un pane di burro, e vi potrei giurare che non era l’abbondanza delle refezioni di collegio. Mi ricordo anzi che, avendo sempre un appetito fenomenale, a tavola mi cacciavo in tasca una pagnotta per nasconderla sotto il cuscino andando a letto e divorarmela in silenzio, caso mai mi svegliassi la notte. E mi svegliavo sempre, perchè pativo gli stiramenti di stomaco.

Dunque, ogni volta che riportavo a casa la mia luna piena, il povero dottor Tanzi, amico di mio padre, si rallegrava tanto della mia salute e mi voleva sputare addosso. Egli credeva di far finta soltanto, ma sputava davvero, ve lo assicuro, perchè gli mancava un dente incisivo.

Ricevevo gli sputi con dispetto mentre il dottore rideva, assicurando che faceva così per non mettermi il mal’occhio. Ed era un dottore ed era vecchio! Dio se l’abbia in gloria, perchè ora gli ho perdonato. Ma che dico mai! Gente seria ce n’è pochina davvero. Io che non sono poi vecchia (vi pare? ho vent’anni compiti appena) ho conosciuto un avvocato, che se uscendo di casa incespicava, tornava a letto e si dava per ammalato in tribunale.

E a Parigi e a Londra (parlo per udita), non è forse vero che i padroni di casa hanno abolito il numero tredici, e si sono immaginati di correggere la brutta impressione del numero fatale mettendo sul portone il numero 12 bis? Furbi, non è vero? ma anche così non riescono sempre ad appigionare i loro quartieri, perchè v’è molta gente seria, la quale per nulla al mondo vorrebbe andare a stare in una casa segnata col numero dodici bis.

Ah! Dio buono, che miserie!

Ebbene, no; non è una miseria.