II.

Voi non conoscete Augusto, scusate, volevo scrivere il signor Augusto, anzi il dottor Augusto, perchè egli ha preso la laurea in chimica da un mese. Ha ventitrè anni non compiti, una salute di ferro, una meravigliosa disposizione a godere di tutto.

È fatto con la stoffa della gente felice.

Se egli ha una cosa in poter suo è sicuro d’avere il meglio che sia stato creato al mondo; allo spettacolo più noioso egli tanto tanto trova modo di divertirsi, non brontola mai contro la sorte cieca, la quale fa il possibile per dargli ogni fortuna. La vita è per lui una faccenda allegra che dovrebbe durare almeno un secolo. Questa natura invidiabile ha anch’essa il suo tarlo; è assalita dall’improvviso sgomento ogni tanto, di doversene andare all’altro mondo, mentre egli si trova molto bene in questo. Gli hanno forse detto che ha un vizio occulto al cuore, o al fegato o al polmone? Nient’affatto. Egli è sano come un pesce sano... Ma ha paura degli avvisi del mondo tenebroso, è persuaso d’essere circondato da spiriti oziosi, i quali non abbiano altro a fare fuor che avvisarlo di qualche cosa di straordinario. Per esempio: quando una seggiola scricchiola forte senza che anima viva la tocchi, sapete voi che cosa vuol dire? No, io nemmeno; ma per il giovine chimico significa: «Augusto mio, sta attento, che ora ti sta per accadere qualche cosa.» E se nulla accade, come è il caso più frequente, la seggiola allora voleva dire: «noi siamo spiriti vagabondi; abbiamo tutte le ventiquattr’ore per annoiarci e ora ci divertiamo a far scricchiolare una sedia.»

Il baco d’Augusto è questo solo; ma ne avanza perchè su tutte le sue contentezze passi ogni tanto un velo nero.

Naturalmente anch’egli, ha in gran considerazione i ragni; più sono grossi più li rispetta, e con i ragni accoglie volontieri la visita dei mosconi, i quali, dice lui, vengono ad empirgli un momentino la stanza di notizie allegre, mugolano in gran fretta e se ne vanno subito, perchè i mosconi hanno molto da fare e non possono perdere un minuto del loro tempo prezioso.

Invece anche il chimico Augusto odia il sale di cucina, l’inchiostro e il resto, e ha in orrore speciale l’olio versato sulla tovaglia invece che nell’insalata.

Che idea venne al dottor Augusto il giorno del mio onomastico di regalarmi una medaglietta d’oro col numero tredici in traforo?

Forse un’idea semplicissima. La moda, che ha introdotto nell’oreficeria i porcellini, i quali da poco in qua portano anch’essi la fortuna, come i corni di corallo evitano la iettatura, si è messa in testa di riabilitare anche il numero tredici. Augusto sa quanto io mi beffi di tutte le superstizioni e mi fece quella celia.

Gli avevo dichiarato che non avrei mai messo al collo il suo amuleto, ma quel numero tredici era tanto carino, ed era d’oro, e lo accompagnava una catenella che io non avevo posseduto mai. Augusto pregò tanto che gli perdonassi, e quel gingillo mi stava così bene al collo che io finii per portarlo sempre, col portarlo tanto, da... smarrirlo.

E fu lo smarrimento un’afflizione per tutti. Anche per me.

Dicevo forte per consolarmi: «La vedete ora la virtù degli amuleti? Se questo disgraziato numero tredici che doveva darmi la fortuna e che non m’ha dato il bel nulla, avesse avuto un briciolo di puntiglio, mi sarebbe almeno rimasto. E, pazienza se fosse andato solo, ma la catenella a cui era attaccato, quella almeno doveva lasciarmela al collo, che mi stava tanto bene.»

Il dottor Augusto sorrideva melanconicamente, non rispondeva nulla, ma gli si poteva leggere negli occhi lo sgomento per la catastrofe impreveduta. Il numero fatale mi aveva abbandonato: brutto segno. Chissà quali e quante sventure stavano per piombarmi addosso!

Egli ne era sconsolato davvero, ed io quasi.

Naturalmente si pensò ad ogni rimedio possibile per ricuperare la medaglia preziosa. La sera stessa della catastrofe, la portinaia aveva fatto tutto il bastione di Porta Nuova con un moccolo in mano, cercando inutilmente tra gli ippocastani neri il numero disgraziato: il dottor Augusto e il babbo mio d’accordo erano corsi all’Economato municipale a denunziare lo smarrimento fatale, e l’inconsolabile chimica del donatore gli suggerì perfino d’inserire nel Secolo un annunzio che gli costò almeno una lira. Insomma si fecero tutte le cose più inutili che si sogliono fare in casi simili. Il numero tredici non tornava a casa.

Dopo tre settimane il babbo ed io ripassammo all’Economato ancora una volta, e ancora inutilmente, a vedere il sorriso curioso dell’economo, il quale con molta economia di parole apriva un cassetto, vi buttava dentro un’occhiata per compiacenza e annunziava: «Niente numero tredici.»

Allora decisi fermamente di non me ne occupare mai più. E il numero tredici tornò a casa.

Era proprio lo stesso, nella caduta non si era fatto male e nessuno l’aveva pestato; non aveva nemmeno perduto la bella lucentezza: anzi... ma no, era come prima.

E chi l’aveva trovato? Il piccolo fornaio del forno vicino; egli era stato un pezzo in dubbio se potesse tenersi il gingillo prezioso; sapeva bene, perchè il catechista gliel’aveva insegnato, che non bisogna desiderare la roba d’altri, ma il piccolo fornaio aveva già risposto alla propria coscienza ch’egli non aveva desiderato nulla, che la roba gli era venuta da sè fra i piedi prima e poi in saccoccia; ma dopo avervi pensato un pezzo per venire a patti con la coscienza turbata, la paura dell’inferno era sta più forte di lui ed egli aveva restituito ogni cosa.

— Bravo piccino! E come ti chiami?

— Mi chiamo Pedrin... i miei compagni mi dicono anche il Ciall.

Il piccolo fornaio era così pentito da non volere nemmeno accettare la mancia; e quando dopo molte cerimonie si decise a pigliare uno scudo, si voltò a vedere se già il demonio non gli fosse accanto. E via di corsa per non restituire altro.

Dite un poco, in un caso simile al mio, non è naturale che vengano pensieri straordinari? A me, per esempio, vennero questi.

Io non credo alla fatalità, nè al mal occhio, nè alla virtù degli amuleti di nessuna specie; il sale rovesciato sulla mensa mi lascia indifferente; l’olio sulla tovaglia non mi spiace quanto il vino, chè pure è un segnale d’allegria.

D’altra parte ho sempre creduto che un oggetto smarrito, quando è d’oro fino, trova sempre un amatore, il quale vi si affeziona subito e non se lo lascia più uscire di mano. All’Economato municipale di tutta la roba che si smarrisce in Milano, sapete voi, come so io, gli oggetti che vanno a ricercare il proprio padrone? Guanti spaiati in numero straordinario.

Se il numero tredici era capitato in mano di una persona onesta, non era proprio un miracolo? E il miracolo non vi pare più singolare se la mia medaglia era stata restituita da una personcina di quell’età quando il furto è quasi un’impresa lecita?

E, se per giunta la personcina è povera, che significa?

Di sicuro significa che della brava gente ve n’è ancora in questo mondaccio birbone che mi piace tanto, ma forse incomincia anche a significare che il numero tredici vale di più di tutto l’abaco e che la sua forza misteriosa, deve dar da pensare alle persone di giudizio.

Da quel sennino che mi vanto di essere, perchè tutti me lo dicono, stavo per avviarmi in quei pensieri meravigliosi, quando accadde una cosa tanto strepitosa da non credere vedendola e toccandola con mano.