IV. CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI.

Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria più rigida; nel fondo nero del firmamento le stelle splendono senza scintillio, e paiono punti di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li guardi. Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono la loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di brina.

È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si ode una pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla un lume ad una finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute, insieme con un filo di luce che traccia una linea d'argento sulla neve, esce ad ora ad ora un confuso rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra della sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo sfiorando le sue guance, ne disegna nettamente i contorni. Invano il vento soffia sul lume per cancellare la cara visione; la fiamma si agita, si piega, resiste e sembra accarezzare coi mobili riflessi la leggiadra testina.

Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le è sembrato di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi alla siepe, e di udire — ma non sa se sia inganno della fantasia o beffa del vento — una voce, un soffio, che l'ha chiamata per nome:

«Donnina!»

Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe udirla, bisogna lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere perchè la gioia non la uccida. Ma la voce ripete un'altra volta il suo nome, e con un accento di preghiera così intenso, che ella si sente come incatenata e non sa staccarsi dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di sole che risveglia un mondo di atomi nel buio.

Le passano in capo mille idee in un punto.

«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi? Egli ritorna! Dunque mi ama! Che importa il tempo che è passato, se egli mi ama? Ma perchè a quest'ora? E perchè tale mistero? Non lo so, ma egli me lo dirà, perchè è ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io forse?

Ah! il cuore le batte così forte!

Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità della sua natura diventa una forza; può forse esitare un istante, e vedere pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza dell'innocenza e la baldanza dell'amore? Si toglie alla finestra, apre l'usciolo della cameretta che gira sui cardini senza far rumore, passa il pianerottolo sulla punta dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno possa udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è d'un balzo presso alla siepe.

Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti.

— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina! Che tu sia benedetta per questa immensa felicità che mi dai! Parlami, ho bisogno di udire la tua voce, ho bisogno di sentirmi chiamare per nome come io ti chiamo: Donnina mia!

— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio Ognissanti!

Ma non sa dir altro.

— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la tua dolce voce di fata. Non sapevo come fare per venirti innanzi e dirti: «Donnina, guardami in volto, sono il tuo fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi avessi riconosciuto!

Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire che già non dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo silenzio è più eloquente d'ogni parola.

— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo passato, e che potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni perverse.

— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo cancella; questo momento compendia per me sei anni, Donnina tua è come l'hai lasciata.

— E non hai paura di me?

— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti ho aspettato e sei giunto; il mio cuore batte forte, ma non ho paura.

— Ah! non hai visto il mondo, tu!

— E tu l'hai visto?

— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere scoperti; avevo bisogno di sapere che tu vuoi essere mia, che tu sei rimasta mia, che non hai cessato un istante di pensare al nostro giuramento. Ripetimelo.

— Non sarei qui se fosse altrimenti.

— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche bisogno di dirti che t'amo, che t'ho sempre amata, che lontano da te, te sola ho posto in cima ai miei pensieri, e che in tutto il tempo passato non ho sospirato ardentemente altro giorno che questo. Lo credi?

Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando un gemito:

— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro, sopra la disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi!

Donnina manda un lieve grido.

— Me lo credi ora? insiste Ognissanti.

— Te lo credo.

— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti prima d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite, di riannodare il nostro amore reciso. Ti dirò come io ti abbia pianto perduta, non di te dubitando, ma del destino; ti dirò quello che la mia anima ha crudelmente sofferto fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi, è tardi, e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini!

— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre...

— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!.... So che ti amano e che tu le fai felici...

— E tuo... padre?

La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe può soffocare così un gemito, che non giunga all'orecchio di Donnina. La povera fanciulla comprende.

— Tu sei solo nel mondo?

— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo fino ad oggi; ma in avvenire non più, perchè ti ho ritrovata, e sarai mia. Ora addio...

— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del cuore; non posso lasciarti partire così! Saperti solo forse, ramingo, infelice, e rimanermene qui, ignara del tuo destino...

— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai mie notizie presto, saprai tutto, ora non chiedere altro, ti fida...

— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio vederti in viso, e leggere negli occhi tuoi che non sei un infelice. Aspettami...

E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello, accende un lume, entra nella scuola ed apre senza far rumore l'uscio di strada.

Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda neppure, ella compie tutto ciò come chi si sente d'obbedire ud un dovere.

Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla siepe e ritrarsi nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa ed un volto angelico incorniciato nel vano. Il desiderio non è più ratto. — Ognissanti è presso alla fanciulla. Ma tutta la baldanza che spirava dal suo linguaggio è svanita; conviene che la mano di Donnina lo tragga come un fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a varcare.

La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore di due giovani volti, due sguardi che sfavillano, due mani che si stringono.

Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una stretta di mano più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi, che la visione sta per sparire — ed egli protende innanzi le braccia come per trattenerla ancora un istante.

— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta.

— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane, non sapendo risolversi ad abbandonare la manina della fanciulla.

— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e se mi toccherà aspettare molto... aspetterò... Addio.

— Come sei bella! come sei bella!

Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma svanisce, e ogni luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa ancora l'occhio nel buio e ripete: «come sei bella!»

È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non si ode una pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute esce ad ora ad ora un rumore di voci avvinazzate, e l'orologio della chiesa batte nove ore.

Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia, corre all'impazzata lungo la via maestra.

Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge, rubando alle siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di brina sopra il suo capo...