V. IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO.

Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come farà a contenere la sua immensa felicità?

Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo; bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare.... no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto, dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi; ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari sogni che si fanno ad occhi aperti!

Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi.

Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire.

Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del lettuccio ed apparisce tal quale.

È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è bello!

Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel fantasma e cerca di ricomporlo intero alla mente e di dargli la vita che gli manca; poi si avvede, e si volta ancora sul lettuccio — bisogna dormire.

È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo.

Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso; perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è seduta ad aspettar lui, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate, ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a lui, una svolta di via da cui egli soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la chiamano per nome: «Donnina!»

Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle — ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro, quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere se non per essa!

Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al lume! Come è bello Ognissanti!

Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà tutto, lo ha promesso!

E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era!

Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è bella!

E quanto è bello Ognissanti!

A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di fantasticare.

L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso veloce il tempo.

Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio, sbigottita della propria negligenza.

Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa!

Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso le dita allargate.

— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è alto, deve essere tardi...

— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai dormito bene?

— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare!

— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola.

— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata così bene.

— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge mamma Teresa.

In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino.

Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante dopo il silenzio è profondo. Frattanto Donnina si è vestita in furia, si ha tirato indietro i capelli, ha aperto la finestra perchè i raggi del sole possano entrare liberamente, e tutto ciò evitando di guardare in viso la terribile mamma Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo stesso sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi.

Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso le diano soggezione più del consueto.

Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è possibile assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna pure che ella si determini a guardarla in faccia.

— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo già che non ti voltassi più.

— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo all'improvviso in lagrime senza saper perchè.

Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio, ma ha il suo debole, ed alle lagrime di Donnina non ha mai saputo resistere. Bisogna vedere come lascia d'un balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi presso alla figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro il petto la soave testina.

— Che vuoi che abbia? Non ho nulla!

— Mi hai fatto una paura...

— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere! Sicuro, la mamma Teresa è una tristaccia che fa paura e fa piangere!

— Non hai proprio nulla con me?

— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho che la signorina non ha confidenza nella sua vecchia mamma, ho che...

La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione attonita del volto di Donnina...

— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può dunque più parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia in gola, quando l'ho da dire, la verità... tu non hai più confidenza in noi...

— Che dici?

Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni: accarezza colle mani scarne il volto della fanciulla, col pretesto di cacciarle sotto la reticella un ricciolino che sfugge, e la guarda bene in viso, evidentemente per farle paura, poi dice:

— So tutto!

Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un effetto irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non sappia nulla. Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera fanciulla, la quale correva col pensiero dietro al suo fantasma notturno.

— E che cosa sai? chiese titubando.

— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la si dà ad intendere così facilmente; ti dico che so tutto... voglio dire quello che ho visto con questi occhi ed udito con queste orecchie, non ciò che la signorina ha nel cuore... perchè io non ho l'abitudine di origliare agli usci chiusi.

Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo che ella aveva lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma non parve trovare la cosa molto differente, e mostrò nel viso il proprio pensiero.

— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato, certo ti ho spiato; è la prima volta che l'insonnia mi serve a qualche cosa, perchè almeno ho potuto esserle vicina, e proteggerla senza che la signorina si avvedesse, mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di quei bellimbusto.

Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta singhiozzando nelle braccia della mamma.

— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la vecchia cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa, l'hai fatta grossa; ma almeno sei ancora in tempo a riparare, a dimenticare, ed apprezzare per quello che valgono le scipitezze dei damerini della città.

— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto, dice Donnina, sollevando il capo ed asciugando le lagrime per dare maggior valore alla sua protesta.

— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti? Ma i suoi panni non m'ispirano fiducia; come fa egli, che non aveva la croce di un quattrinello in tasca, ora che gli è morto il babbo, come dice... vedi bene ch'io so tutto! come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città? Già tu non ti sarai nemmeno accorta, tu!

— Al contrario mi sono accorta benissimo.

— E dici?

— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi vuol bene, che se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non può avere che buone intenzioni...

— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che pensa di fare?

— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio.

— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti!

— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti; non era io la sua fidanzata?

— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro d'un passo, come per lasciar posto all'enormità del suo stupore.

— Non lo sapevi?

— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non me l'aspettavo, e da quando in qua?

— Da sei anni.

Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le mani invocando la misericordia del cielo.

Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli; Donnina accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi piedi. Il sole sembra raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico quadro.

— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta, lisciando le mani nodose della vecchia.

Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge:

— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami e ti dirò tutto.

La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia della mamma per scegliere il punto di partenza del suo racconto, e la signora Teresa la guarda di nascosto con un'espressione di amorevolezza indulgente, che è il massimo segreto della sua formidabile esistenza.

In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso la voce grave di maestro Ciro che dice:

«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali dell'aritmetica?...»

Ed il signor Pastori che risponde in falsetto:

«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...»

Donnina solleva il capo sorridendo e domanda:

— Incomincio?...