VI. IL ROMANZO DI DONNINA.

«Ti ricordi del campicello dietro la chiesa di S..., dove la domenica, quando era piccina piccina, andavo a giocare colle compagne di scuola? Te ne ricordi? Io lo vedo ancora il bel tappeto di trifoglio, sul quale scorrazzavamo e facevamo cento pazzie. Non ci volevo andare, ti ricordi? Ma tu mi ci mandavi e dicevi che bisognava giocare come giocavano le altre per non farsi voler male. Non è vero che mi dicevi così? Ubbidivo, e ci andavo, ed è là che conobbi Ognissanti. Come vedi, io non ci ho colpa.

— Già, ce l'avrò io! interrompe la vecchia.

«Lasciami dire, mi hai promesso di lasciarmi dire. Veramente io l'avevo visto prima Ognissanti, perchè veniva tutti i giorni a scuola dal babbo, ma fu là che lo conobbi e che diventammo amici. Egli volle che diventassimo amici, avevo da dirgli di no? Ora ti conterò come avvenne. Io era china sul praticello, perchè giocavamo a trovare il trifoglio di quattro foglie. Tu sai che chi trova il trifoglio di quattro foglie trova la fortuna... Veramente non potevo immaginare quale altra fortuna mi potesse toccare; mi pareva di essere così felice colla mia vesticciola nuova (poichè era domenica), così felice!...

«Basta, per fare come le altre, cercavo il trifoglio della buona fortuna. Ognissanti e due o tre fanciulli del vicinato, dopo averci guardato un pezzo, si diedero a cercare anch'essi. Lo crederesti? il trifoglio di quattro foglie fu trovato proprio vicino a me, e da chi? da Ognissanti. Un momento ancora e l'avrei colto io. Ma nossignore, lo aveva colto lui! Lo guardai in faccia, si mise a ridere e mi offrì il trifoglio in cambio d'un bacio. La fortuna per un bacio? Tutte le mie compagne si offrivano di baciarlo allo stesso prezzo. Ma Ognissanti voleva contrattare con me sola. Quando lo baciai le mie compagne risero forte, egli si fece rosso, ed io custodii il trifoglio. Il giorno dopo, quando Ognissanti venne a scuola, volli nascondermi per non vederlo; non so perchè, non avendo arrossito baciandolo, ora arrossivo d'averlo baciato. Ma invece di abusare della mia debolezza, egli, vedendomi, chinò gli occhi a terra. Pensai che non avesse studiato bene la lezione, e perciò fosse mortificato. Ma alla sera domandai al babbo, e seppi che Ognissanti la lezione l'aveva saputa e la sapeva sempre. Non puoi credere come ciò mi facesse piacere.

«Due giorni dopo ero ancora andata a giocare nel praticello. Ognissanti ci venne pure, e ne fui contenta. Giocavamo a mosca cieca, si faceva un chiasso, un chiasso... tu immagini che chiasso! M'infastidii e sedei sull'erba. Ognissanti mi venne vicino, e mi disse: «Vuoi che cerchiamo ancora il trifoglio?» e si curvò a terra. Ma io lo lasciai fare. Non trovò nulla. Gli dissi: «La fortuna non si incontra due volte, e chi l'ha avuta non l'ha più a cercare». «Facevo per darlo a te», mi rispose. «Ma io non saprei che farmene». «E nemmen io». «E allora perchè cercarlo?» «Perchè volevo un bacio». «E perchè volevi un bacio?» «Perchè ti voglio bene». Nessuno ci aveva uditi. Gliene avrei dati cento di baci, se non me li avesse chiesti con quell'aria; perchè infine che cosa è un bacio? — ma siccome egli mostrava di dargli molto valore, feci la preziosa e non l'ebbe proprio. Gli dissi che gli volevo bene anch'io; allora mi offrì d'essere amici, accettai; mi raccomandò di non dirlo alle mie compagne, e via di corsa.

«Alla notte non potei levarmi dal capo le parole di Ognissanti: cercavo di comprenderne il senso arcano che doveva farmisi noto più tardi, e senza sapere perchè, era lieta e commossa dell'amicizia che avevo promesso. Io sapeva, tu lo dicevi con tutti, che per la mia età ero una donna fatta, che vi era nella mia testa tanto giudizio per il doppio dei miei anni: ma a comprendere quello che io provavo non ci arrivavo davvero. M'ero avvezzata a considerare Ognissanti come un fanciullo, sebbene avesse quattro anni più di me, solo perchè era tardo a crescere e se ne rimaneva piccino di statura; allora mi parve d'un tratto uomo, e pigliai molto sul serio le sue parole, e le commentai in cento modi, senza trovar mai il buono. Anche il suo volto, che non mi era mai sembrato diverso da quello degli altri scolari della età sua, cominciò a parermi simpatico. Del rimanente, siccome fino a quel giorno egli aveva avuto un modo così rumoroso di ridere, che non era l'eguale in tutto il paese, converrai anche tu che averlo visto melanconico ed aver udito la sua voce mesta doveva darmi ragione di fantasticare. Anche il saperlo studioso e sempre il primo della scuola mi aveva fatto stupore; perchè io aveva immaginato il contrario vedendolo, fuor di scuola, tanto allegro e scherzoso tanto.

«A poco a poco divenne con me quello che era sempre stato con tutti: piacevole e motteggiatore. Ci vedevamo molto spesso; prima e dopo la scuola, nel praticello, per la via, sulla porta di casa, nei campi; le occasioni non mancavano; facevamo mille castelli, cioè era lui l'architetto, io non aveva che gridar: «bello!» Tutto il suo vanto era di farmi ridere e ne trovava cento modi; a volte m'impuntavo a star seria, ed allora ci cascavo più presto. Bastava mi dicesse: «Scommetti che ti faccio ridere», ed io rispondevo: «Scommetto», o non rispondevo nulla, ed egli diceva serio serio: «Ridi». Ed io rideva. Ne era così lieto lui! Una volta sola lo vidi piangere, e fu in cimitero. Vi eravamo andati sbadatamente, la vista delle croci mi fece scendere al cuore una mestizia profonda! quando levai gli occhi, vidi Ognissanti che piangeva. Oh! come mi commosse quella vista! «Che hai?» gli chiesi. Mi rispose stringendo forte la mia mano nelle sue, e trascinandomi di corsa. Quando fummo lontani, si volse a guardare il muricciuolo del camposanto e disse: «Tutti hanno colà dei parenti, noi soli non ne abbiamo, perchè non abbiamo parenti». «T'inganni, gli risposi, io ho babbo e mamma, e il babbo ce l'hai anche tu». «Tu sei una disgraziata come me e per questo ti voglio bene». Allora non mi disse altro, più tardi seppi che intendeva parlare d'un'altra mamma e d'un altro babbo di cui nè io nè lui avevamo avuto le carezze. Che dirgli? Che io non ero infelice perchè amata ed accarezzata fin troppo. No, perchè avevo paura, dicendogli questo, che non mi avesse più a voler bene. E poi quel lampo di fierezza e quell'ora di mestizia furono presto scontati con cento ore gioconde. Non se ne parlò altro.»

A questo punto Donnina si arresta, leva gli occhi in volto a mamma Teresa, e dice bonariamente:

— Ti annoio?

— Sì, mi annoia il sentirti tanto parlare di quel... disgraziato.

La fanciulla non sa quanto è costato alla signora Teresa lo scegliere un epiteto così benevolo, fra tanti che le sono venuti sulla punta della lingua!

— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso: «Ognissanti amava molto molto Donnina, e Donnina amava molto Ognissanti.»

— E la mamma non si accorgeva di nulla.

— Non si accorgeva di nulla...

— E il babbo meno della mamma... immagino.

Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla, durante il quale maestro Ciro, come se si accorgesse che si tratta di lui, alza la voce per discolparsi pitagoricamente: «Cinque per cinque, venticinque; cinque per sei, trenta; cinque per sette...»

— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il capo, e guardando fisso il pavimento in direzione della scuola, eccolo lì, dinanzi alla sua lavagna. E come me li tratta a bacchetta quei numeri! Che testa, sia detto ora che non ci sente, che testa!...

«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza accorgersi dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di Ognissanti mi era divenuto necessario. Egli mi diceva sempre di voler studiare tanto da divenire un giorno... non sapeva bene che cosa, ma qualche cosa di sicuro.»

— Oh! sicuro!

— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi una via nel mondo ere per me sola. Domanda al babbo quante volte, nei giorni di festa, mentre egli si sedeva sull'atrio della chiesuola, gli è toccato di far scuola ad Ognissanti che veniva a fargli cento interrogazioni. E domanda al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti, a cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano.

— A me di tutto questo non si è mai detto nulla!

— Se non ti si è detto, è perchè probabilmente ci avresti trovato mille malanni.

— E sa Dio se ce n'erano; quel povero vecchio affaticato tanto a profitto di...

— D'uno che, quando ci disse addio per andarsene non so dove, baciò piangendo la mano del vecchio maestro, il quale piangeva anch'esso...

— Non ci mancava altro, farmelo piangere...

— Fu un triste giorno, prosegue a dire Donnina; ma a me non è mai uscito di mente. Era venuto a dirci addio, e mi salutò sebbene mi avesse detto di trovarmi verso il tramonto nel praticello del trifoglio, per l'ultima volta. Mi volò un'ora con lui senza quasi parlare; i due anni che avevamo passati amandoci ci avevano congiunti come se ci fossimo sempre voluti bene; ne avevamo fatto di bei castelli, di bei propositi! Destarci così, dopo tanti sogni, ci pareva impossibile; non credevamo alla sorte; e pure era inesorabile: il domani all'alba egli doveva partire per lontani paesi. Perchè? Nessuno poteva dirlo, Ognissanti nemmeno; il vecchio babbo, le cui faccende erano andate a male dal dì che aveva perduto la moglie e i figli, si era messo in capo che la fortuna fosse fuor del paese e che bisognasse andarle dietro, e non ci fu modo di trattenerlo. Così diceva Ognissanti. E piangeva. Poi mi accarezzava i capelli, stringeva la mia testa e mi domandava se sperassi nell'avvenire. Io sì, sperava; non sapevo dire perchè, ma avevo più forza di lui, piangevo, ma non disperavo. Mi fece giurare di volergli sempre bene, di pensare sempre a lui, di serbarmi per lui; giurai; egli giurò altrettanto, e quando fu l'ora di separarci io per la prima lo baciai in fronte stretto stretto; tornai a casa col cuore gonfio. Al mattino uscii sperando in una determinazione improvvisa, in un ostacolo impreveduto che avesse fatto differire la partenza; il cuore mi batteva così forte, che ero quasi sicura di non ingannarmi. M'ingannavo. Ognissanti aveva lasciato il paese. Fu allora che io compresi tutto lo strazio della separazione. Fu allora che, presami in disparte, tu mi chiedesti che cosa avessi, e ti dissi che ero molto infelice, e piansi tanto tanto sulle tue ginocchia! Il tempo ed il mio silenzio ti fecero più tardi credere che avessi dimenticato, ma non era vero.

— Mi hai ingannata.

— Te lo meritavi, perchè ti avevo sentito dire col babbo che era una fanciullaggine, e che mi sarebbe uscita subito dal capo. Il babbo no, non mi diceva così...

— Il babbo, il babbo, sempre questo tuo benedetto babbo! Non conto più nulla io? Via? Hai finito ora?

— Ho finito.

Mamma Teresa non vuol parere, ma dentro di sè è scossa nelle sue opinioni; le pare che quell'Ognissanti qualche cosa di buono ce l'abbia, che questo ritorno dopo sei anni, significhi, se non amore, almeno proposito onesto e virile. Le pare, ma non vuol dirlo, perchè ci sono in aria tanti ma da porre in fuga il più agguerrito esercito di belle speranze messo in armi da una testolina di diciotto anni.

Che fa ora Ognissanti? di che vive? che spera per l'avvenire? che può offrire alla fanciulla? Senza contare che il pensiero di separarsi da Donnina sta in fondo a tutte le dolcezze per amareggiarle tutte venuto il buon momento; ma a questo egoismo la vecchia è disposta a dare temporanea sepoltura con un sospiro, certo che la morte ne scaverà una più profonda non molto dopo, lo dice lei...

Si alza, passeggia per la camera, borbotta. Donnina lascia fare; alla fine, quando si accorge dell'espressione del viso della vecchia amica d'aver vinto la propria causa e quella di Ognissanti, le balza al collo, facendola barcollare tutta, la tira presso il canterano, apre un cassetto, ne cava un involto, e dice sorridendo:

— Vuoi vederlo?

— Che ci hai là dentro?

Donnina apre l'involto con religiosa cura, e mostra uno stelo a cui sono appese poche fogliuzze disseccate.

— Che roba è questa?

— Non lo conosci?... È il trifoglio di quattro foglie!

— Quello che deve recarti fortuna?

— Quello che mi ha fatto voler bene ad Ognissanti.

— Eh! via, finiscila col tuo Ognissanti.

Ma il tono di voce non è più aspro, il gesto non è brusco, gli occhi non sfavillano le terribili saette del vecchio arsenale di guerra... Assolutamente la causa è vinta.

«Signor Nosedi, dica lei: per qual fine Dio ci ha creati?» interroga la voce di maestro Ciro.

Il signor Nosedi tenta di rispondere colla sua voce di falsetto, ma non è persuaso di quanto deve dire, o non ha compreso la dimanda, come avviene a molti scolari quando non trovano subito la risposta... o più verosimilmente non ha studiato la lezione.

Oh! se invece di chiedere al signor Nosedi, si avesse domandato a Donnina: «Per qual fine Dio ci ha creati?»