VII. ENTRANO IN ISCENA PERSONAGGI NUOVI E COSE NUOVE.

Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i vostri personaggi sono tutti pazzi ad un modo; chi fa festa come Donnina ad un raggio di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema del professore Rigoli: parlateci d'altro.

Domandiamo scusa al savio che c'interrompe.

Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle loro grandi imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati quando non avevano ancora raggiunto il supremo intento della vita, o camminavano pettoruti sfoggiando il lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano incontrando i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un cenno di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente negozio da ambo le parti, però che l'umile credesse di comperare il superbo ed il superbo l'umile.

Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie età; ci furono età patriarcali, età religiose, età artistiche, età mercantili, ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi che le banche hanno svelato il loro organismo, ai più increduli è chiarito come non ci fosse se non un'età, in ogni tempo, in ogni luogo — l'età bancaria appunto. Eterna come l'uomo è la banca. Le passioni avevano la loro borsa; gli affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si presentavano allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli strozzini, allora ed oggi, domani e sempre.

Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento. L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra. Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non hanno torto.

Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.

Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare, e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi, sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.

Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione, non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire! E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la partita.

Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti, di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire; chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione, ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri — ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del buon genere, e coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del farsetto.

E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi, anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed argomenti favoriti.

Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny, prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny, cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto nulla e si era dato alla vita del buon genere.

Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un vivo desiderio di possedere la seconda.

Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le operazioni a fine mese le imbroccava giuste lui solo: che quando il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando vendeva, tristo il compratore!

Chi era il banchiere Redi?

Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte volte più.

Chi era il banchiere Redi?

Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi, od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione, costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza. «Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva, è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di gabbarlo, e tutti restano gabbati.»

Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po' piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario, non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.

Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa parietali, come due larghi cerotti.

Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie.

Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro. Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale, nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del banchiere avevano dato il nome che si conveniva...

Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti, i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno sciocco?»

«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.

«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.

«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.

Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano.