IX. IL SECONDO CORTIGIANO.
Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio dei propri capelli.
— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla signora Serena...
Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole, spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due file di denti bianchissimi.
— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.
Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino.
— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in regola...
— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.
— Mi lusingo anch'io...
— Sono quindicimila lire, credo.
— Diciasette.
— Tutto è pagato?
— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta...
La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi, attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.
— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a quest'ora?
— Una bazzecola.
— Che non potrò pagarvi mai.
— La signora scherza...
— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della delicatezza, ma è inutile.
— Lei sa...
— Io so quel che mi volete dire; ci penso.
— I miei voti...
— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi.
— E devo sperare?
— Ritornate fra otto giorni.
— È l'ultima dilazione?...
— Non lo so.
— La signora mi permette che le baci la mano?
La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone solo.
Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio e legge colla curiosità d'un'annoiata:
«Signora,
»Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.
»Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza; v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando, nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
»Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande quanto l'amore.
»Maurizio.»
La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo.
Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...
Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa!