X. IL TERZO.

Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce dietro la portiera.

Serena parve uscire da una lunga fantasticheria, sollevò il capo con un moto risoluto, e rispose senza voltarsi:

— Passi!

Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel sorriso, e mosse incontro al nuovo visitatore.

Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto della persona e piuttosto esile, ma di forme proporzionata e di aspetto dignitoso. Il volto pallido esce come da una cornice fuor della barba nera, che gli scende lungo l'orecchio e si riunisce sotto il mento. Due rughe trasversali gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima eleganza e semplicità, ed ha il portamento d'uomo che, avvezzo a vivere fra gli uomini, sa di bastare a sè stesso. Nondimeno, mentr'egli se ne sta immobile sul limitare, un lieve tremito nervoso scorre per tutto il suo corpo irrigidito da uno sforzo di volontà, e quando il servitore ritorna e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre il piede nel salotto due occhi ammalianti lo trattengono un'altra volta: è l'ultima debolezza, ed egli s'inchina profondamente a nasconderla, poi muove verso la vezzosa padrona di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla poltroncina per porgergli la mano con adorabile languore.

— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto nelle sue mani quei ditini di fata.

— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore a sedere con un cenno.

— Sono venuto in mal punto?

— Mi annoiavo.

— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse...

— Tanto meglio...

E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro, soggiunge sorridendo:

— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire.

— Non lo indovinate?

— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi avete scritto, che mi amate...

— E non vi diverte questo?

— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti.

Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di fatuità nè di collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando lievemente la mano in cadenza; poi fissa i grandi occhi abbaglianti in volto al signor Maurizio, il quale ne regge per poco la luce e si dà vinto.

— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo una lieve titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che vi ho chiesto.

La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere la mano in cadenza senza mostrare curiosità di sorta. L'altro prosegue:

— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi credereste, ed alla mia età non sta bene non essere creduti.

— Alla vostra età!

— Ho trentanove anni compiti.

— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine.

— Vi pare ch'io sia troppo vecchio?

— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che avete.

— Gli anni però non si cancellano.

— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue soltanto e me ne cancello parecchi. Vi pare che io abbia più di ventidue anni?

Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella tenebra di quell'incantevole enigma vivente.

— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro di rispondere schiettamente ad una domanda, per quanto vi possa parere indiscreta.

— Dite.

— Amate voi qualcuno?

Serena sta alquanto dubbiosa.

— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo credereste? non avevo mai fatta a me stessa la domanda che mi fate voi.

— E stimate qualcuno?

— Pochi.

— Io sono nel numero?

— Certo.

— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte, come per darsi forza, io vi offro di divenire mia moglie.

Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò nell'occhio di Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda, non si sentì la forza di leggere subito la risposta nei volto della bella e chinò lo sguardo.

— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena con gravità insolita.

— Accettate dunque?...

— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando le parole, merita la maggior schiettezza. Il mondo ha sul mio conto molte opinioni bizzarre...

— Che importa a me del mondo?...

— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che io sia ricca.

Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale non batte palpebra.

— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca.

— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio.

— Siete fiero voi?

— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo, mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da arrossire accettando, sono povero anche io.

— Lo sapevo.

— Lo sapevate?... e dite?

— Tanto peggio.

Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi. E ripete:

— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma, non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro.

La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale ha rialzato il capo con superbo disprezzo.

— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò potrebbe bastare ad un altro cuore, forse anche al mio, ma non basta alla mia fantasia, alle mie abitudini, ai miei bisogni. Dovrei vivere una vita modesta, accudire alle faccende domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti, di falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle feste, alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a soli... ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non è possibile; siete fiero e sta bene; io no, non sono fiera; non vorreste che il mondo vi accusasse di aver fatto un buon negozio sposandomi; a me invece un buon negozio è indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il mondo è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi sono rovinata, che ho fatto male i miei conti...

Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra vedova s'interrompe e gli porge la mano sorridendo.

— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito, immagino. Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta me stessa. Me ne terrete rancore?

— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano della bella.

Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle labbra, col cuore in tumulto.

Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso, poi si getta sul divano e piange.