XI. LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA.
Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti ad un modo, avvenivano nel mondo dei savi intorno alla vigilia del Natale. Ritorniamo ai nostri pazzerelli.
Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso dei propri rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa ci si trovano alcune idee fantastiche e bizzarre, le quali alla Borsa non hanno, fra i pubblici valori, un valore certo e definito; ad ogni modo egli è creduto un sottile ragionatore, dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più duri. È opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia mai saputo resistere (il granito da un pezzo gli ha svelato il suo segreto); e quando fissa gli occhietti scintillanti in faccia a qualcuno, state sicuri che gli scompagina il cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non pare, perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista sulla terra.
Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha dovuto vederne di brutte cose!
Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani, rialzando il capo e piantandosi come un pilastro.
Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità.
— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo alla sua creatura.
Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di recare lo scritto al signor Mario.
— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un istante gli occhi di dosso al padre.
— E chi ti dice che sia ammalato?
— Poichè gli mandi una ricetta.
— E chi ti dice che sia una ricetta?
— Fai sempre così a farle...
Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro.
Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor Mario s'era appena levato e che sarebbe venuto subito.
Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello alla porta d'ingresso.
Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e fece per uscire dalla stanza.
— Te ne vai? chiese Olimpia.
— Vado e vengo; trattienilo un momento tu...
— Ma io...
— Vengo subito, ti dico...
E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio dietro le spalle, mentre la porta rimpetto si apriva lasciando il passo al signor Mario.
Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una aria di Amleto precoce che mette in dosso la melanconia; porta l'abito abbottonato fin sotto al mento ed ha i lineamenti corrugati, come uomo che abbia fatto scommessa di non ridere.
Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il nuovo venuto, vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla soglia e sembra disposto a non se ne staccare, se la signorina non gli viene in aiuto. Ma come fare? È così difficile ricevere un giovinotto!
— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio coraggio a due mani, si accomodi; il babbo viene subito, subito...
E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio.
Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare!
— Buon giorno, signorina.
Non dice altro e s'inoltra un passo.
— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto un cuore di bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo, tutti i vetri erano arabescati di ghiaccio stamane.
— È vero, deve fare molto freddo.
— Non se n'è accorto lei?
— Non sono ancora uscito di casa.
Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono a guardare molto curiosamente le vetrate.
— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non viene mai a trovarci? Perchè non viene mai?
— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto studiar molto...
— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le farà male.
Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra qualche cosa che rassomiglia lontanamente ad un sorriso.
— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar la sera con noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di essere un'eroina.
Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli amici, gli duole di essersi fatto aspettare inutilmente.
— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre: verrà, verrà.
Non era vero, ma di che parlare con uno studente di medicina così patologicamente taciturno?
— Il dottor Parenti è troppo buono con me...
— Le vuol bene...
— Non lo merito...
— Oh! sì sì che lo merita!...
La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo; il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro trilli senza riuscire a farsi intendere.
Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore.... Oh! perchè non giunge?
Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce frettoloso l'ottimo babbo.
Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso del dottore alle prese col broncio del signor Mario.