XII. IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.

Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto.

— Mi devi promettere di essere schietto con me.

Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene meglio.

— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar schietto.

Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta fermezza:

«Parli.»

— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la clientela!

Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere.

— Lei scherza!

— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine; tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora; hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina, se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...

— Non ho nulla io!

— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da fare.

Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno scoraggiamento profondo.

Il dottor Parenti prosegue con dolcezza:

— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare molti mali, anche quando è fatta ad un cattivo medico. E poi, chi sa che io non abbia proprio il rimedio che ti abbisogna; il tuo caso non è disperato.... al contrario.... e ti prometto che se il rimedio dipende in qualche modo da me, io non saprò negartelo.

In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con finta sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor Mario sfugge interamente, perchè non batte ciglio, nè muta positura. Il dottore sta alquanto in forse, poi aggiunge:

— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene, tu sei innamorato!

Il giovane leva il capo con un moto repentino che il dottore, per generosità, finge di non vedere.

— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati, di veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è così?...

«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente un pleonasmo, perchè Mario dà una risposta che rovescia la regola generale.

— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non amerei mai alcuna fanciulla senza esser certo di poterla far mia.

— Al cuore non si comanda, giovinotto.

— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente Mario.

— E poi le difficoltà, i contrasti...

— Non vi sono difficoltà per chi ama.

— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non sei innamorato.

Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:

— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa di peggio, un cattivo amico...

— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.

— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo; so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e di affanno.

Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.

Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato. Non dice nulla.

Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi in alto per mostrare che non piange più.

— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo il significato di quello sguardo, che ti spogliassi del tuo orgoglio insensato.

— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine.

— La tua famiglia, un padre.

— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica pure che io sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola virtù. Mi hanno dato una casa, un nome, una professione; cose ottime che io non chiedeva, e che accettai con giubilo; ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro prezzo; che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro; se non posso estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare che la mia anima non si vende — sono un miserabile, lo so, ma non sono un vigliacco; meglio ingrato che codardo.

Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto; il dottore osserva con voce commossa:

— Il cuore di tuo padre è buono.

— Chi lo sa?

— E non vuole che un po' d'affetto...

— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli mostrai amorevole, credette egli forse che la riconoscenza avesse in me preso gli aspetti dell'amor filiale? Lo credette egli mai? E quando io, coll'anima piena di affettuosa gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di trovare un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi in terra, feci di tutto per giungere al suo cuore, credette egli forse alla mia sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo dentro meglio che egli non leggesse in me perchè avevo la doppia vista della sventura. E vidi, lo sa lei che vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare nulla, tranne la sola cosa che io spiava inutilmente nei suoi occhi: un pensiero di stima sincera, un sentimento di vero affetto. Si era imposto il dovere di far di me suo figlio, ma non fu mai, un solo istante, mio padre.

E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace, ma continua a tentennare il capo come per respingere, innanzi di udirli, tutti gli argomenti che gli si possono opporre.

Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel grido partito dal cuore; e se interrompe il dire affannoso del giovine, lo fa da medico accorto, perchè egli non si sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di proseguire più pacato.

— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio amico, e lo conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è dato a conoscere più presto. Egli ti vuol bene.

— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore non passa se non dove prima è passata la fede, ed il cuore di quell'uomo non crede in nulla. Ho poco studiato nei libri; ho molto studiato nel cuore di... mio padre; appena mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione, e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio affettuoso un indifferente, non passò giorno senza che io meditassi il mio nuovo supplizio; ogni sua parola, ogni sua opinione divennero oggetto di una tormentosa e puntigliosa analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di dolore e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il mio orgoglio, la mia forza; divenni ingrato.

— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del giovine, tu hai cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi.

— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza mostrare di aver inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia mai, se è vero che ha cuore, con quale occhio d'invidia io ho guardato i miei fratelli che camminano per le vie come un gregge, che portano un camiciotto grigio ed hanno una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto di non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non rimane più; mi fu pagato con un nome, con un'educazione; agli altri resta il potere di serbarsi liberi, onesti e forti; a me non è concesso se non di parere un docile parassita od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo in petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè nome; ma è il portare un nome imprestato, è l'avere un padre che non è padre.

La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della commozione e finisce in un rantolo.

— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per rompere l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale, e vale molto; ma tu gli dai certo maggior prezzo che non abbia. Se tu avessi preso ad amare l'uomo che ti ha dato il suo nome e la sua casa, non avresti patito tante torture. Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore e ne caccia o vi soffoca le altre passioni...

— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una convinzione profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia del cuore che ne rende più sensibili e più delicate le fibre; corrisposto, è un balsamo; non corrisposto, è un veleno; e se non si può cessare di amare, si odia.

— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque?

Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto.

— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che me ne vada e grazie, grazie della sua amicizia.

Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli omeri del giovine.

— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti, poichè il cuore è sano.

Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana senza aggiungere parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra il mento colla mano manca, il gomito manco colla mano destra, e rimane in quell'atto, immobile, senza avvedersi che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa, fa il broncio in un canto.

— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione. E come hai fatto a venire senza ch'io ti abbia udita?

— E come hai fatto tu a non udirmi?

— È vero; ma che hai?

— Ho che so tutto....

— Tutto?

— Tutto!...

— Avresti per caso origliato all'uscio?

— Non ne sono capace!... Ma so tutto...

— Tutto?

— Tutto...

— Fammene sapere qualche cosa anche a me.

— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so perchè sei andato nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola con lui.

— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto d'occhi, e pensa fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!»

— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario!

— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero?

— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente... Che ne importa a me del signor Mario?

— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni, e vuol bene soltanto alla sua bambola! Che deve importare ad Olimpia del signor Mario?

— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo sapevi.

— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha ingannata, e che ho fatto venire il signor Mario per altro...

— Anche per altro, questo lo so.

— E come lo sai?

— Lo immagino; avete parlato un pezzo.

— Ci ascoltavi?

— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza ascoltare. Ma dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono due usci; se fossi stata nello studiolo, forse...

Il dottor Parenti si affretta a soggiungere:

— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere che cosa il suo babbo aveva sospettato? Che ella non volesse niente affatto bene al signor Mario, ma che il signor Mario ne volesse a lei.

— E non è vero niente!

— E non è vero niente...

— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito detto che il signor Mario non mi vuol bene.

— E tu lo sapevi, tu?

— Oh! sì, sì che lo sapevo!

La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e corre nella sua stanza a versare nel seno della bambola la piena dell'immenso dolore.