XIII. ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA.

Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.

Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta una disgrazia.

— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.

— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella faccia?

— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando le rughe della fronte.

— Non mi parlar di lui.

— Sono venuto a posta per parlarti di lui...

Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:

— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol bene.

— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.

— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che vuoi credermi.

E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani, prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una:

— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua; al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore.

Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.

— Vuoi dire?...

— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico, non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio di fabbrica; Mario ti assomiglia.

— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni, non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse?

— Quale idea!

— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto.

— Quale idea!

— Idea da pazzo!...

— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca.

Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile proseguire in quell'argomento.

— Mario dunque?...

— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta la ragione, ma ha certo il minor torto...

— Il maggior torto...

— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso. Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser orfano.

— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.

— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora; piangeva...

— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?

— Ha detto che ti ama...

Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è tutt'uno.

Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle mani, ed il dottore lo guarda intento.

— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza levare il capo.

— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?

— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli...

Il dottore comprende e l'interrompe.

— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore, senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare.

— E quale?

— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed ho sbagliato.

— Spiegati.

— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò fosse tetro e taciturno.

— E non è vero, per buona sorte?

— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre.

— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.

— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...

— Avresti allontanato tua figlia...

— L'avrei data in moglie a Mario.

Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico.

— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.

— Non è vero?

— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario.

— Ti pare?

— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro segreto.

— Quale?

— Quando lo saprò non sarà più un segreto.

Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico.

— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?

— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!

L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor Parenti?