XIV. QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO.

Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una bella canzone per risvegliarla; e ne aveva bisogno, sebbene tenesse gli occhi aperti. È scesa da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la vigilia, da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a trovare ogni cosa in ordine quando si desterà. Vedete come corrono agili quelle manine gentili! In breve ora tutto è in sesto; «già non ci vuol molto!» direbbe mamma Teresa.

Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare il bricco dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa. Pensa prima di tutto che mamma Teresa tarda più del solito a comparire, e che ci sarà tempo di prepararle un magnifico stupore, facendole trovare il caffè fatto. Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà almeno notizie?... Chi?...

Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il focolare scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci a canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere, tutto ciò non può fare che Donnina non pensi ad Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne riceverà almeno notizie?... Non è più sola; i cari fantasmi le fanno compagnia.

Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere. Dalla porta socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia per la camera a gran passi, continuando a dire di sì; e la testa di maestro Ciro, coperta ancora da un berretto da notte non meno bianco dei suoi capelli, che segue cogli occhi tutti i movimenti della terribile donna ed accenna quasi impercettibilmente di no.

— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente in faccia al marito, che diviene immobile d'un tratto; sì, chi manda denaro di nascosto, ha cattive intenzioni.

— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento con cui enuncia le definizioni ai suoi allievi, il beneficio che si nasconde...

Ma la terribile compagna non lo lascia finire.

— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto, ed io sostengo ancora che dopo quest'elemosina mi diventa più inesplicabile, e temo peggio pell'avvenire della nostra Donnina.

Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai, aveva detto la vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava l'arrivo di una somma, può mandarci mille lire? — mille lire! — al domani della sua apparizione?

— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro di scuola.

— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto bisogno di comparire a Donnina di notte, come fanno i malfattori? E non le ha forse taciuto l'esser suo?

— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi riceviamo del denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono oramai cinque anni.

— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col padre a cercar la fortuna; l'avranno trovata subito, e chi sa in quali strade.

— Teresa, il sospettare del prossimo...

— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza finirai col farmi andare all'altro mondo più presto.

— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole.

— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul serio? ma se ti vedessi una volta andare in collera, credo che mi toglieresti dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti io l'ho visto co' miei occhi, e che se mi sono lasciata pigliare alle parole di Donnina, tanto tanto ho subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni non si cancellano, ed ora mi pare di vedermelo lì dinanzi... come lo vedevo... ed il suo denaro glielo vo' buttare sul viso appena osi portarlo a tiro, e gli voglio dire... lo so io che cosa gli voglio dire.

Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia di sparire.

— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là a B... a nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a prendere. Mille lire! Hai tu mai visto come sono fatti i biglietti da mille?»

Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde.

— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente, aggiunge, quei denari che parevano piovuti dal cielo! Non erano mai tanti come questa volta; e pure quanto piacere ci davano!

— Potrebbe essere....

— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non sei ancora ben sveglio dai tuoi sogni?

— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi punto. Se anche questi denari non vengono da un padre...

— Se anche!...

— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di qualche principe o di qualche nobilone ricco a milioni, e che un giorno ritroverà la sua fortuna.

— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche la fame se non fosse...

— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre creduto?...

— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari e gli altri vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine hanno, e non bisogna tenerli proprio.

— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando fra sè e sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero quattromila e seicento lire... al sicuro... là negli scrigni della Cassa di Risparmio, a Milano, finchè Donnina avesse a prendere marito; allora si andrebbe a pigliarle tutte, e si direbbe a Donnina: «Questa è la dote, non te l'abbiamo fatta noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali devono essere qualche cosa di grosso...»

— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla soffrire.

— È vero... Ma!

Questo ma, preceduto e seguito da un sospiro, significa che tutto ciò è un sogno, e che se si hanno a restituire le mille lire, bisognerà, a rigore, restituire anche le altre, così bene al sicuro negli scrigni della Cassa di risparmio di Milano...

— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la quale capisce le cose a volo... addio dote! addio avvenire! bisognerà dare Donnina ad un poveretto o lasciarla sola nel mondo a soffrire.

Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge:

— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari sono stati mandati a te, non è vero che sono stati mandati a te? Ci è forse in paese un altro Egregio signor Ciro Neri, maestro delle scuole comunali?

Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno.

— E non sei tu l'Egregio Signor Ciro Neri, maestro delle scuole comunali?

Il vecchio sorride come por attestare la propria identità.

— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli.

— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero anche...

— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti a nessuno tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che tu riscuoti facendo la tua bella firma sul vaglia — sono danari tuoi. Tu non stai a domandare chi li manda, e d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno scimunito, uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere in tasca il danaro...

— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno spensierato, uno scimunito, non so nulla io, e non voglio saper nulla. Ora mi alzo e vado subito a B... per riscuotere...

— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo che fa?

— Non ho freddo io...

— E poi la scuola...

— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola.

— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo pezzo di carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da quarantacinque anni sono tua moglie....

— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno!

— A nessuno.

— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla Cassa di Risparmio...

— Che felicità!

Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è uscito a mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile compagna gli corre addosso e lo obbliga a rientrare nel guscio.

— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia scaldato i panni.

Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua piccola tiranna senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro Ciro! E quando è solo, egli osa levare le braccia al cielo in atto di ringraziamento, e ridere di quelle minacce, e dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora compiti! E finisce sempre col fare a modo degli altri!»

Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere: «Gran buona donna! peccato che non sappia leggere!»