XL. IN CARROZZA.

Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua mano fiduciosa in quella di Mario, e pensava. Fino a tanto che le avevano parlato del padre suo come d'un incognito al quale era stato possibile vivere tanti anni lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che poteva riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato e gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che quell'uomo non aveva in favor suo altro che il nome di padre, ella si era acconciata all'idea di rivederlo quando che sia con freddezza, e, se non con severità, colla dignitosa indulgenza del giudice. Si sentiva forte dei propri diritti, sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di figlia, riluttante agli affetti. E quando, alla domanda del dottore, se le piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora sapeva che l'uomo a cui doveva la vita era infelice, solo nel mondo, senza affetti, vaneggiante per rimorsi, affranto forse dai patiti dolori, non di altro desideroso che della sua creatura, ultima larva d'un passato cancellato col pentimento. Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la compassione faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che prima le pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole.

Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e tante il giovane si volse a guardare la fanciulla, la quale aprì la bocca per fare una dimanda e la trattenne, e di nuovo venutale sulle labbra, ancora la trattenne, e infine la fece cogli occhi inumiditi:

— Com'è mio padre?