XLI. IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE.

Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica creatura si svegliasse, e dopo una serie di giri, a cui la governante aveva tenuto dietro paurosamente cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera contigua — e la governante dietro. Invece di dare in ismanie, come era da temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era rimasto un gran pezzo immobile senza dir verbo; poi ritornato nel salotto, aveva ricominciato ad andar su e giù... ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei passi lenti ed uguali.

Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al dottor Parenti, il quale non ostante la verbosità della buona donna, quando ella ebbe finito e si tacque, parve non averne abbastanza, e stette ancora come in ascolto e si fece ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la bella narrazione filata.

Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di timore, sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non prima pensate. In ogni affetto che si palesa novello è alcuna parte paurosa, anche nei più dolci e nei più santi. È un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno, e chi sa se farà buon viso agli amici vecchi del cuore!

Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare quei passi, e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva in volto, avrebbe preferito che il signor Maurizio si fosse dato a correre su e giù per la casa come un forsennato.

Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per trattenere il respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva una mano di Donnina, ed aveva in faccia dieci volumi di scritto.

Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione, poi ne uscì di botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza, disse alla vecchia:

— Il signor Maurizio riceve?

La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non pensò che il medico non aveva il cervello più sano dell'ammalato.

E l'altro soggiunse, sorridendo:

— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra visita.

E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva gentilmente innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario ed a Fulgenzio: «Non ci si perde nulla; egli non ci conosce ed è in casa sua; prima medicina di un pazzo è il non avvedersi della sua pazzia; sono sottili ragionatori i matti, e se si avvedono che li avete per tali, non si fidano, diventate un nemico.»

Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva alla portiera pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso d'un visitatore.

Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia stravolta di Maurizio apparve nel vano.

Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul cuore e si ritrasse indietro, come per acquistare nuove forze, ed intanto non istaccava gli occhi dalle sembianze paterne.

E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano della fanciulla, pensò assai giudiziosamente che il signor maestro, il quale leggeva tanto spedito, aveva fatto bene a rimanere ad A... così non si trovava allora a leggere in cuore della figliuola!

Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di farselo dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la mano di Maurizio, gliela strinse forte; lo trasse dolcemente in un canto dell'ampia sala e gli disse:

— È venuta!

— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo di ragione balenasse in quell'impeto dell'affetto.

— Camilla, rispose il giovine, ed eccola...

— Non ancora, non ancora...

In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando; mamma Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo la propria creatura piangere, ma invece di parole di collera le venivano fuori lagrime.

Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor Parenti faceva gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere.

— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io rido e non ne ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere...

— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi le lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio padre?...

— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza rivolgersi e senza rispondere direttamente alle domanda..., posso allontanarmi, siete sicura di voi?

La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise un sorriso melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e venne presso a Maurizio componendosi una faccia gioviale che faceva allegria a vederla.

Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano seguito amorosamente il dottore, come se una parte della cara fanciulla gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano tra impazienti e timorosi.

Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto che non erano corsi due minuti dal primo inchino del dottore al secondo.

— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio.

— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido, abbattuto, e come uscito di fresco da malattia, e mi diceva di mandarvi a letto...

In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e ne contava i battiti.

— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al medico; vorrei, ma mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi trattiene... vorrei...

Il dottore comprendeva benissimo, e rispose:

— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza levandovi; avete la febbre; date retta a chi vi vuol bene; andate a letto; Camilla verrà poi..

— Non se ne andrà?

— È venuta per rimanere sempre col babbo...

Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua estasi ed indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il povero padre sparve, accompagnato dalla governante, dal dottore: e da Mario, Donnina, rimasta fino allora sorridente, cancellò il sorriso con un'onda copiosa di lagrime e si abbandonò fra le braccia di mamma Teresa, la quale si fece da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il signor Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire... e non sapeva che dire...

Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e la condusse nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e Fulgenzio le erano venuti dietro.

Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più volte alla sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della fanciulla che le stava a fianco; poi stette lungamente immobile.

L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno.

Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro fianco, chiamò a sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò, non tanto sommessamente che non si udissero nel profondo silenzio, queste parole che agghiacciarono il cuore degli astanti:

«Non è lei!»

Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il quale girò intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine.

— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente, non è lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo il braccio fuori del letto ed abbassando quanto più poteva la mano aperta, la mia Camilla era piccina così... vedete... così...

Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta nascondeva la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio al dottore, il quale, senza sgominarsi, rispose:

— È vero.

— Non più di così, ecco, non più di così, continuava l'infermo crollando il capo.

— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti.

Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente del dottore e parve meditare un istante; finalmente disse:

— Siete in errore... sono sedici anni...

Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima.

Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina e mamma Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli occhi chiusi.

E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo il dottore; quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle quali il medico s'ingegnò di rispondere così:

— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione nel cervello, cosa che può capitare ad ogni galantuomo che viaggi in questo basso mondo, ma vi dico io che è un viaggiatore metodico, e non tarderà a mettere in perfetto ordine le sue valigie.

— Può essere, può essere!

Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e checchè egli facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva, e sebbene gli avvenimenti sembrassero dare una ragione a quell'inquietudine, il dottore si avvide che ve ne doveva essere un'altra. E però, appena potè trovarsi un istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e gli disse a bruciapelo:

— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi panni (e coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non mi terrebbe davvero la mia dignità di uomo fatto. Sei alla vigilia d'avere il lauro di dottore e qualche cosa che vale meglio assai nella botanica della vita, un bocciolo di rosa in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il padre, un padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se non salti fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai garretti di pasta frolla...

Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore tornava all'assalto.

— Che hai?

— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed il dispettoso, che il padre di Donnina è ricco...

— Tanto meglio...

— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio, sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di mala voglia alle nostre nozze...

Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi e fece una smorfia così grottesca, che fu impossibile non ridere.

— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo si dànno di questi colpi sullo stomaco, gli si dice almeno: «guardati.»

Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:

— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina, non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto verrà da sè...

— E lo guariremo?

— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra. Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla!