XLII. AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.

Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!

La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.

Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola, e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o solo di muoversi.

«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni indizii.

Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio. A Donnina, la quale lo spiava attenta, non era più accaduto di vedergli in volto quello smarrimento che l'aveva tanto sbigottita sulle prime; e nei fuggevoli momenti in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava collo sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno. Molte volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina, fidandosi a quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio in fondo alla camera e cedeva ella stessa al sonno, allora il povero infermo si rizzava trattenendo il respiro a mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al guanciale, figgeva l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e rimaneva così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e finalmente usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi.

Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica del desiderio che per accortezza di medico, il dottor Parenti aveva sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di coscienza ed era bell'e guarito.»

Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando Donnina venne presso al letto del babbo e gli baciò la fronte senza dir parola, Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente fissi nel leggiadro volto della sua creatura, e si guardò intorno, e parve lottare senza sapersi indurre ad una determinazione, finchè entrò sulla punta dei piedi mamma Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli occhi e non disse verbo.

Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina riuscì di mandare la mamma a letto più presto del solito per rimaner sola coll'infermo; e non appena fu sola la disse per la prima volta la soave parola, che le tremò nelle labbra come confessione d'innamorata:

«Babbo!»

Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le favellò sotto voce con un singolare accento carezzevole, come se parlasse ad una bambina:

— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so che tu sei buona: tu gli vuoi bene al babbo!

E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo alle labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare alla scrivania, e come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina l'aprì e ne trasse alcuni fogli piegati che portò sul letto del padre. Il quale spiegò i fogli e li pose sotto gli occhi della fanciulla. In capo alla pagina erano queste parole scritte con mano tremante:

«A mia figlia»

Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva nelle proprie una mano di Donnina.

Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed al lume della lampada notturna, la giovinetta lesse quei caratteri diletti che vedeva per la prima volta.

Il cuore le batteva forte.