XLVI. IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.

Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora domandava di lui.

La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza. Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò franca.

— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata; non sono un'eroina, come vede.

E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il velo.

Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi.

— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa...

L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo del direttore, poi prosegui:

— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta...

— Il parente della sua amica si chiama....?

Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno sforzo.

— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento lo sguardo come timorosa d'una cattiva notizia.

— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore, è uno de' miei migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende, la sua pazzia, che è delle più innocue.

La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore tacque, col silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare.

— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa casa di dolori e di malinconie, il professore è uno dei meno infelici...

— Soffrono dunque molto i pazzi?

— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come dimentichi di sè stessi, ed allora paiono felici.

Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere a quel sentimento di commiserazione, soggiunse:

— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile, e non dà mai in ismanie; è passato da una breve melanconia ad una spensieratezza gioconda che dura ancora; gli piacciono i motteggi e non sembra pensoso del suo triste passato... che per me non è un mistero.

Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse dal sapere il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima diffidenza, timorosa di inganno, il direttore soggiunse:

— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo fare indagini sul suo passato; il conoscere le cause che hanno determinato la pazzia è condizione necessaria per il trattamento; e se non sapessi ogni cosa del professore Rigoli, la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto ne sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza.

Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme e dolci ad un tempo; poco stante disse:

— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo scopo della mia visita...

Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo alla propria commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò alle labbra e tossì.

Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che avesse mai esistito sulla terra.

— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con tremula voce, la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità, è molto infelice ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa... rimediare no, perchè non si rimedia mai alla colpa, ma uscire da un'apparente indifferenza che è continuazione di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per... colui che fu suo marito?

— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente e con persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed amorevole assiduità d'ogni giorno...

— E dovrebbe?...

— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli ritrovare le sue vecchie abitudini... amarlo con affetto materno... consacrarsi tutta a quella sventura; questo potrebbe fare.

L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa domanda.

— E guarirebbe?

— Forse...

— E sarebbe felice?

— Io credo di sì.

— E perdonerebbe alla sciagurata?

— Ne sono sicuro.

— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso della colpevole?

— Sì.

Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne la durezza. Nuovo silenzio.

— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici escono da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare una famiglia che li aspetta, una casa nota, una parola affettuosa, e cuori aperti alla nuova luce della loro intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia, lascia più raramente il manicomio, che è tutto per lui.

— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si mostrasse a me, a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità di tante sventure, e mi dicesse tutto il suo pensiero e mi chiedesse di vedere, non vista, l'uomo che le fu già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza che le manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento. E se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice, la consigli a venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal vista, e si sentirà più grande della propria sciagura e saprà compiere l'ultimo sagrificio.

L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva chinato la testa sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio, non si accorgendo di nulla, proseguì:

— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore, le sue paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate e lo struggimento d'essere stata causa di tanto male... ebbene, le dica che ad uscire da questo strazio, a muovere incontro alla pace del cuore, basta un passo solo; non sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità melanconica e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica sua è desiderosa di bene...

Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo, mostrò il bel volto in lagrime, prese le mani del vecchio e vi appoggiò le labbra arse.

— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io stessa!...

E le mancarono le parole a compiere la frase.

Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena!


Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore, e facendosi più presso alla sciagurata donna, perchè ella nascondesse meglio le lagrime, e carezzandole lievemente i capelli come avrebbe fatto con una propria creatura, le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo, e che non v'era via aperta all'espiazione... fuor una...

Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente, come da gran tempo non aveva potuto fare; aveva il petto pieno di singhiozzi, e le deboli sue fibre sussultavano con uno spasimo nuovo; se ne stava nell'atto di una bambina; pure era la prima volta che si sentiva la forza di misurare la propria colpa con altro occhio da quello pauroso con cui si misura un abisso.

— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza rialzare il capo, non l'avrò mai.

Il signor Fulgenzio non rispose.

— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo migliore di espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella del rimorso della coscienza, concessa alla donna colpevole? Perchè non solo io l'ho abbandonato, lui buono ed affettuoso, ma mi sono imbrattata nel mio fango. Ritornare a lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo prima, ora è tardi.

— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte della sua casa abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè alla colpa deve avere il pensiero, ma prima di tutto alla sventura di lui; il rimorso inoperoso è accasciamento, non espiazione; ed è pure un inganno della debolezza; perchè le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio di vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma non è...

Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una ciocca di capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor Fulgenzio, parve adunare tutte le forze in uno sforzo estremo, e disse:

— Voglio vederlo!

Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono di quelle parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè indietro quasi le stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò alla spalliera della seggiola, e coprì ancora il volto colle mani.

— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso silenzio.

— No, no, io non reggerò al suo sguardo.

— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia non è di quelle a cui un'improvvisa commozione possa dare un felice avviamento; anzi potrebbe accadere il contrario; bisognerà prepararlo prima... ma lei sì, può vederlo e lo deve...

Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello.

Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra parte per non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito alla chiamata. Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo venuto e gli parlò all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli; Serena tremante da capo a piedi, collo sguardo fisso nella propria sciagura, il signor Fulgenzio ritto accanto a lei, commosso più che non lasciasse parere.

Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della donna, la quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò: «non ancora, non ancora.»

Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo pieno d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra che metteva nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse le persiane e guardò attraverso il vano; poi si volse e disse melanconicamente: «eccolo!»

Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore le venne presso stando in un silenzio discreto, quasi carezzevole.

— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla, se guarda da questa parte...

E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi con una mano all'omero del vecchio fece due passi e si trovò innanzi alla finestra.

Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio, guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo.

Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante: «Guido, Guido!»

Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui, il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini profondi.

Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio.

Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile, ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di solito tanto birichino d'Olimpia.