XLVII. L'ULTIMO.

Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non falla.

E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.

Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato, ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome... Serena! — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.

Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità d'un giovinetto che lasci il collegio.

È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi, scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo.

Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella guarda senza sorridere.

Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.

Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:

— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?

— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.

— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.

— Sicuro.

— Ho una casa io?

Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.

Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui, pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.

— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una domanda.

— Vostra moglie.

Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo.

— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie.

Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore.


Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te lo dice un uomo... che ha pratica.»

E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel rotondo del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo.

Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!

Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare al notaio, il quale prima di sottoscriversi colle parti, come di prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva donazione ai due sposi in comunione di beni della somma di 30,000 lire (dico trentamila) in cedole del Debito pubblico; Maurizio, radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia una dote di lire 16,000 (dico sedicimila) in titoli della Banca Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600 (dico quattromila e seicento) in libretti della Cassa di Risparmio di Milano.

Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più l'amore infinito e la stima profonda.

Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel giorno!...

E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...

Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i due sposi partono.

Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no, come ha sempre fatto.

Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo represso.

Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:

— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo, e tu asciuga le lagrime e sorridi...»

Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...

«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»

Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio, appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel letto di morte.

Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua a dire, guardando al letticciuolo:

«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina, si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»

E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica, esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi, reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca, col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.» Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua. Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime migliaia di lire?

Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.

E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile cugino Ferdinando?

Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico.

Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno sospirato — il Natale.

················

Ancora il Natale!

Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.

Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì, maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli, con Maurizio e col signor Fulgenzio...

Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria.

Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.

Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha appetito.

«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!...

Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà...

E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga profonda.

Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza.

Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.

I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta, sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì, il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...

— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!

— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.

Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è contento e domanda a bruciapelo:

— A che pensi?

— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo siamo tutti.

— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti. Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati. Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella propria fossa.

— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.

— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato, in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati. Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.

Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire, e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato, dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina, senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!...

«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»

Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole, guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola. E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...

Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in trionfo la zuppiera fumante...

Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il meriggio, è il tramonto, è la notte.

Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che ascolta i battiti dei cuori che amano.

E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la propria felicità, non ancora stanchi, resistono.

E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice, sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro.

Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...

Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie.

E lo richiude nel cassetto.

FINE


[ INDICE]

I. Un giorno di Natale [Pag. 5]
II. Molte cose in una chicchera di tè [21]
III. La famiglia del Maestro di scuola [33]
IV. Ciò che intendono le siepi [46]
V. In cui si spegne il lume e ci si vede più chiaro [52]
VI. Il romanzo di Donnina [61]
VII. Entrano in iscena personaggi nuovi e cose nuove [70]
VIII. La corte della sirena [77]
IX. Il secondo cortigiano [86]
X. Il terzo [91]
XI. La signora Olimpia fa gli onori di casa [98]
XII. In cui il dottor Parenti incomincia una cura [102]
XIII. Ancora della cura incominciata [111]
XIV. Quattromila e seicento lire alla cassa di Risparmio di Milano [116]
XV. Il signor Maestro spiega la moltiplicazione [123]
XVI. Ognissanti ed il signore dal cappello a larghe tese [128]
XVII. Un esame di coscienza [138]
XVIII. Paoluccio [148]
XIX. Ognissanti a Donnina [154]
XX. Chi fosse il signor Maurizio [180]
XXI. Il secondo colloquio di Maurizio e Serena [191]
XXII. Il luogotenente delle guide torna alla carica [200]
XXIII. Serena a Maurizio [206]
XXIV. Ciò che rimane a Maurizio [210]
XXV. Donnina ad Ognissanti [214]
XXVI. Viaggio di scoperta [221]
XXVII. Il poscritto della lettera di Donnina [238]
XXVIII. Seconda tappa del viaggio di scoperta [241]
XXIX. Un altro viaggio ed altri viaggiatori [251]
XXX. Sola! [263]
XXXI. Lo scoppio della bomba [269]
XXXII. Ritorno [272]
XXXIII. Terzo colloquio di Maurizio e Serena [277]
XXXIV. Il dottor Parenti al signor Maurizio [282]
XXXV. Paoluccio lascia l'ospizio [283]
XXXVI. Povera Olimpia [293]
XXXVII. Un giorno di vacanza in casa del Maestro di scuola [297]
XXXVIII. In cui si vede come Mario non ritornasse a Milano solo [303]
XXXIX. Maestro Ciro rimane solo [310]
XL. In carrozza [320]
XLI. Il signor Maurizio riceve [322]
XLII. Al capezzale dell'infermo [330]
XLIII. A mia figlia [333]
XLIV. I milioni di Maurizio [343]
XLV. Casi di coscienza [346]
XLVI. Il professore Rigoli riceve una visita [352]
XLVII. L'ultimo [360]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.