XVII. UN ESAME DI COSCIENZA.

Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono, egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse adoperare le arti dell'innamorato.

Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome, famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un po' di affetto e di gratitudine.

Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese, testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo non se l'era detto mai.

Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli uomini incapaci di bene.

Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda; l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età, costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via tracciata: il disprezzo degli uomini.

Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora, col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza, trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il libertinaggio.

Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro, balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il cuore.

Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso, e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè famiglia.

Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo.

Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza senza la sfiducia dei primi anni.

Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace.

Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile.

Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita, non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie sognate divennero tesori perduti.

Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero tante male passioni tardive.

Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.

Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi; egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la loro umiliazione e la sfruttavano perennemente.

Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia, onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.»

Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più irresistibile.

Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire perchè, gli volle bene.

La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»

— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore, sproposita, che torna quasi lo stesso.

— E non è pericoloso?

— Coll'aiuto dei guardiani, no.

Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione, l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva direttore, medico il dottore Parenti.

Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.

Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente, perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto che il tempo non lo avesse guarito.

Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il suo nome, una sola via gli era aperta.

Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo, senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.

Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito, lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi e non volle mai passare per l'amorevolezza.

Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda sterilità del cuore.

Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto disprezzato.

Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva in cuore.

Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore, tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia, baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava lasciarsi amare.

Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore, passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice, amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il pentimento è la forza dei deboli.

La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.

Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.» Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè, pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola, nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi, rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra — il padre ed il figlio.

Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma era notte calata, che avrebbe detto Mario?

Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio, a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»

L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che venisse.

La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole orgoglio mantenerli.

E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio; di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è; non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la pena d'indovinarlo... ora che so tutto...»

Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio, solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una professione...

Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo stesso ritornello.

«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.»

Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma se non era vero?

La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe partito... Che fare?

Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un seggiolone.

Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò che Mario chiedeva di parlargli.

Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?

«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore, ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.»

Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto.

Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.

— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane; fra due ore parto.

Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.

Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene quello sguardo senza batter palpebra.

— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti, addio.

Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza, volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio.

Ed il povero padre ricade sulla seggiola.